![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 OTTOBRE 2002 |
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La funzione della statistica e del ritmo nell'apprendimento
infantile
Immaginate
di sentire, invece di leggere, quanto segue:
"uncanenonabbaiamaiquandomangia". Per un italiano è facilissimo
spezzare questa catena di suoni (in questo caso, lettere stampate) in singole
parole. Se questo ci suona peregrino e sforzato è perché non ci rendiamo conto
che, nel parlare, non (devo insistere su questo non) introduciamo attimi di
silenzio, nemmeno minimi, tra una parola e l'altra. Una registrazione del
parlato su nastro rivela che il parlato, in qualunque lingua, è un flusso
continuo, perlomeno entro una stessa frase. Prova? Ascoltiamo una lingua a noi
ignota, per esempio le preghiere, in arabo, di un muezzin, gridate da un
minareto. Sappiamo dire dove finisce una parola e dove comincia un'altra? Certo
che no. Sentiamo, per esempio, allahuakbar e potrebbe essere al lauahk bar , o
invece alla uah kbar . Grosso problema, per un bimbo piccolissimo, quello di
spezzare questo flusso in vere parole. Per lui, la sua lingua materna è come
per noi l'arabo (o, per un arabo, l'italiano), ancora tutta da imparare. E deve
ben cominciare con l'imparare le singole parole.
Linguisti,
psicolinguisti e scienziati cognitivi hanno cercato per molti anni di capire
come questo formidabile problema venga risolto così rapidamente e così efficacemente
da qualsiasi bimbo del mondo, capace di imparare, in media, una nuova parola
ogni ora. L'articolo pubblicato lo scorso 18 ottobre sulla rivista Science da
un'équipe mista per nazionalità e specializzazione scientifica, ma tutta
centrata alla Sissa di Trieste, getta nuova luce su questo mistero. Due degli
autori, Jacques Mehler, uno dei creatori delle moderne scienze cognitive, da
circa trent'anni direttore della prestigiosa rivista scientifica internazionale
Cognition e professore a Parigi, ma adesso cattedratico alla Sissa, e Marina Nespor,
illustre linguista italiana, ora cattedratica all'Università di Ferrara, dopo
essere stata per molti anni professore ad Amsterdam, avevano già messo in
evidenza un fattore importantissimo: la cadenza tipica di una lingua.
Confrontiamo,
per esempio, pretty baby in inglese, joli bébé in francese e grazioso bambino
in italiano. Sentiamo che il ritmo dell'accento cambia. In inglese è
(all'incirca) tàta tàta , in francese tatà tatà e in italiano tatàta tatàta .
Fin dalla nascita, il bimbo, ovviamente in modo subconscio, fa subito tesoro di
questa chiave ritmica, per capire dove finisce una parola e dove inizia la
seguente, nella sua lingua madre. Talvolta questa chiave lo porta a sbagliare
(nessuna lingua è così rigida nel ritmo dell'accento tonico da non ammettere
eccezioni), ma pazienza. Coglie nel giusto pur sempre in una grande maggioranza
dei casi.
Cos'altro
occorre al bimbo, e poi all'adulto, per riuscire sempre ad azzeccare la
spezzettatura esatta del parlato? L'articolo di Science mette a punto, con
metodi sperimentali molto precisi, un'altra chiave importantissima: la
probabilità che due sillabe successive facciano parte di una stessa parola o
invece siano una la fine della precedente, l'altra l'inizio della susseguente.
Per l'italiano, riprendiamo l'esempietto qui sopra. Dopo aver già sentito un
gran numero di frasi italiane, il bimbo sente, incassato in quella frase andoma.
Potrebbe essere una parola. Però sente anche aiamai . Quel ma non può essere
seguito da tantissimi altri suoni possibili, mentre ando può essere seguito da
tantissimi altri suoni. Ne conclude che ando è la fine di una parola e ma
l'inizio di un'altra. E che, quindi andoma non è una parola.
Qualche anno
fa, ricercatori dell'Università di Rochester avevano dimostrato che gli adulti
sono molto destri a estrarre, senza rendersene conto, questo tipo di regolarità
statistiche e che, fatto ancor più straordinario, già lo fanno benissimo bimbi
di appena otto mesi. Luca Bonatti e Marcela Pena, gli altri due autori di
questa nuova scoperta, precisano che il loro esperimento ha usato una lingua
inventata, con sequenze tipo puraki , puliki , pufoki e beraga , beliga ,
befoga , (ma non ci sono intervalli tra un suono e l'altro, quindi si sente
purakipulikipufokiberagabeligabefoga e così via). In effetti pu-ki e be-ga
restano fissi, mentre cambia quello che viene in mezzo. In italiano avremmo
qualcosa come ridono , rigano , rimano , tutte buone parole.
E', questo,
un compito ancora più difficile di quello ideato dall'équipe di Rochester,
perché il soggetto deve ricavare le probabilità di sillabe tra loro distanti,
non più adiacenti. Ebbene, con metodi indiretti, ma precisi, si verifica che
gli adulti, dopo qualche minuto di ascolto, riescono a farlo benissimo.
Ricerche in corso estendono opportunamente questi test anche ai bimbi.
Combinando questa notevole capacità con il ritmo dell'accento e altro ancora
(le ricerche proseguono alacremente), diventa un po' (solo un po') meno
misterioso come il bimbo faccia a individuare le parole della sua lingua
materna.
L'aspetto curioso, per gli adulti, è che non si rendono conto di saper fare questi calcoli mentali, né si rendono conto di passare da un tipo di calcolo mentale a un altro, del tutto diverso. Se ne rendono più conto se si introducono intervalli minimi, subliminali, tra queste parole inventate (appena 25 millisecondi, che non arrivano alla coscienza, ma sono di grande aiuto). In questo caso, con gli intervallini subliminali, non vengono più ricavate regolarità statistiche, bensì regolarità più astratte. L'interessante conclusione raggiunta da questi autori è che l'apprendimento del linguaggio mobilita, a seconda di piccolissime differenze nel segnale linguistico, tipi diversi di raffinati calcoli mentali, del tutto inconsci, alcuni fatti su base statistica, come questi, altri fatti su tutt'altre basi, nell'apprendimento della sintassi, per esempio. Possiamo dire questo (se mi si perdona l'innocente giochetto): "unaricercadacontinuareaseguireattentamente".