RASSEGNA STAMPA

30 OTTOBRE 2002
GIOVANNI RUSSO
UN PRELIEVO DISCUTIBILE

La notizia della bimba torinese di tre anni, malata di leucemia, a cui sono stati prelevati ovuli (o meglio frammenti ovarici), in previsione di una futura sterilità da terapie chemioterapiche invasive, ci lascia sgomenti. Un esperimento non completamente nuovo, da una parte, perché già realizzato in vitro con ovuli addirittura di feti. Eppure ora, con una bimba di tre anni, non poteva non suscitare una forte attenzione da parte dell'opinione pubblica, per le conseguenze che un intervento scientifico di questo genere può avere sulla vita pubblica e sulle possibilità di intervento che uomini di scienza o genitori hanno sulla vita nascente. In pratica si tratta di prelevare gli ovuli ancora immaturi della bimba e di congelarli per uno o più decenni, fino a quando cioè si deciderà di farli maturare artificialmente e di impiantarli nell'utero della futura donna. Da un lato registriamo il positivo interesse, a livello di intenzioni, da parte di quanti vogliono in qualche modo tutelare la fertilità della bimba. Se siamo consapevoli che un intervento terapeutico avrà, come effetto collaterale, conseguenze notevoli sulla salute riproduttiva della futura donna, tentare di proteggerla e di prevenirne l'infertilità è un bene. Ma non tutti i metodi preventivi possono considerarsi eticamente corretti. L'intenzione buona di assicurare una possibile forma di maternità all'attuale bimba è di per sé positiva, ma probabilmente il mezzo non lo è altrettanto, perché comporta una serie di problemi che sono inerenti al diritto personalissimo alla salute e che non possono essere delegati neppure ai genitori. Valori legati alla coscienza e all'autodeterminazione personale non possono essere assunti dai genitori, soprattutto se si dà la possibilità che un giorno la persona possa non riconoscersi in tali valori. Pensiamo anche alle conseguenze oggettive che possono esserci in un caso del genere: a ) l'intervento stesso di maturazione degli ovuli prelevati prima del periodo legato al ciclo mestruale, non è senza rischi genetici sulla prole; b ) un bambino impiantato nell'organismo (l'utero) di una donna che ha subito un ciclo massiccio di interventi chemioterapici in età evolutiva potrebbe nascere con significative malformazioni legate alle modificazioni genetiche indotte dai chemioterapici; c ) la donna si troverebbe "costretta" a scegliere sui propri ovuli, se farseli impiantare o meno; d ) la donna non potrebbe evitare la fecondazione in vitro con tutti i problemi di carattere medico ed etico associati; e ) il diritto alla procreazione è un diritto che si realizza nelle scelte libere delle persone, non può essere delegato. La bimba in questione, domani donna, potrebbe sentirsi offesa e coartata da scelte che lei non ha fatto e in cui avrebbe forse preferito non essere coinvolta. Quella che oggi sembra una scelta "a suo favore", domani potrebbe essere avvertita come una scelta contro; f ) chi ci assicura che non ci saranno abusi sugli ovuli, che qualcuno non possa usarne o impossessarsene indebitamente? Per tutto ciò, per quanto lodevole l'intenzione di prevenzione dell'infertilità, occorre ponderare adeguatamente questi complessi interrogativi, le cui conseguenze non intaccano solo la bimba o la futura madre, ma anche le creature che eventualmente potranno venire alla luce in un simile contesto. Rischi evidentemente non legati soltanto alla salute e alla qualità della vita del nascituro, ma anche alle scelte che peseranno sulla sua identità psicologica e sull'accettazione sociale. Di fronte all'irreversibilità delle conseguenze di certe terapie invasive, è proprio altrettanto irreversibile l'intervento invasivo sulla natura?
inizio pagina
vedi anche
Bioetica