RASSEGNA STAMPA

27 OTTOBRE 2002
MARGHERITA DE BAC
Una legge per il «testamento biologico»
Sirchia: è la garanzia che la volontà di un malato sulle terapie sia rispettata anche nel coma

Il ministro chiede un parere al Comitato di bioetica su come regolamentare le «direttive anticipate di vita»

Jeff era molto malato, una forma degenerativa del cervello che non lasciava speranze. Un giorno le sue condizioni si aggravarono e i medici si trovarono di fronte ad un interrogativo pesante come un macigno, di quelli che non fanno dormire la notte. Operarlo e assicurargli qualche altra settimana di vita? Oppure rinunciare all’intervento e lasciarlo andar via più in fretta, sottraendolo ad ulteriore strazio? Quando la malattia era agli esordi e non gli aveva ancora tolto la lucidità, Jeff aveva scritto di suo pugno cosa avrebbe desiderato per lui il giorno in cui non avrebbe più potuto farsi capire: «Non voglio essere curato oltre il limite ragionevole». E i medici, confortati da quel foglio di carta, seguirono, sollevati, le sue indicazioni.

LA LETTERA - Una storia americana. Gli Stati Uniti sono all’avanguardia per quanto riguarda il modo di gestire l’ultima fase della vita. Ma qualcosa si sta muovendo anche da noi. Qualche giorno fa il ministro della Salute Girolamo Sirchia ha inviato una lettera al Comitato nazionale di bioetica (il Cnb, presieduto dal filosofo del diritto Francesco D’Agostino) dove chiede di formulare un parere sulle «direttive anticipate di vita». Un testamento biologico che garantisce ad ogni individuo la possibilità di mantenere gli stessi diritti di tutti gli altri pazienti anche quando non è più cosciente a causa della malattia. Decidere per se stesso, mantenere l’autocontrollo nel caso in cui le sue facoltà mentali non lo consentano.
IL PARERE - Il Cnb conta di produrre un documento entro la prossima primavera. Potrebbe costituire la base solida della prima regolamentazione su una materia dilaniante. Non c’entra l’eutanasia. Si discute, al contrario, su una procedura che restituisca dignità al malato ed è di conforto al medico. «Rifiutare l’accanimento terapeutico e cure straordinarie, sproporzionate, è un diritto di tutti noi - aveva già spiegato il ministro in un’intervista al Corriere -. Negli Usa le chiamano direttive anticipate. È molto meglio che sia il paziente a dare indicazioni sulle sue preferenze di cura piuttosto che parenti e sanitari».
Il coinvolgimento del Comitato è una novità non solo per l’argomento, ma anche perché è la prima volta che un ministro della Salute dimostra considerazione per tematiche prioritarie nei confronti di un organismo rimasto in posizione piuttosto defilata. E c’è una terza novità, fondamentale. Stavolta laici e cattolici, rispettivamente pro e contro ogni forma che faccia balenare sia pur lontanamente il sospetto di sconfinare nell’eutanasia all’olandese (la morte somministrata con farmaci) sembrano ben intenzionati a trovare un accordo. D’Agostino ha nominato un gruppo ristretto, ben assortito. Tra gli esperti, Cinzia Caporale, bioeticista dell’università di Siena, fresca di un convegno della Fondazione Einaudi incentrato sugli aspetti etici di genetica e biotecnologie in medicina: «Sono convinta che arriveremo a un documento condiviso, con indicazioni chiare per il legislatore. Il punto di compromesso potrebbe essere il fatto di proporre il living will come non vincolante, lasciando piena libertà al medico di prendere la decisione. Non c’è possibilità di scivolare nell’eutanasia. Ogni persona, già malata o sana, potrà esprimere le sue preferenze su cure e accertamenti diagnostici. Non potrà dire, però, uccidetemi ma di non essere sottoposto a trattamenti vani, questo sì. È venuto il momento di ragionare su un problema che riguarda milioni di famiglie».
UN TESTIMONE - Tra le ipotesi, linee guida che stabiliscano come e cosa il paziente deve scrivere. Due condizioni, che lo faccia di suo pugno e di fronte ad un testimone, senza dover ricorrere ad avvocati o notai.
Il problema è stato affrontato di nuovo ieri in un convegno organizzato dal Centro Don Orione di Bergamo. Di living will , definito «situazione di confine con l’eutanasia», ha parlato Antonio Spagnolo, docente di bioetica dell’università Cattolica a Roma. La tesi di fondo è che il bene del paziente non può dipendere da quanto è stato stabilito «prima» perché molti studi dimostrano che le sue volontà cambiano nel corso della malattia. Il bioeticista però non è contrario su tutta la linea a una procedura testamentaria di questo tipo: «No, se si tratta della richiesta di staccare la spina e di anticipare la morte. Sì, se si chiede di essere risparmiati ad atti medici che provocano ulteriore sofferenza senza beneficio». Significherebbe prolungare l’agonia di una persona.
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