RASSEGNA STAMPA

23 OTTOBRE 2002
CARLO ALBERTO REDI
La ricetta di Redi: lasciamo vivere la vita
Il biologo dello sviluppo riflette sui nodi della scienza e dell'avanzamento del sapere
In un'epoca in cui tutti i valori sono omologati e gli aspetti del vivere quotidiano sono visti attraverso il filtro dell'economia di mercato, un aspetto che i più vecchi di noi dimenticano e i più giovani non considerano è che due sono i pilastri su cui si regge uno stato etico-sociale (non importa come governato): la ricerca - e la condivisione dei suoi risultati e cioè la formazione culturale dei cittadini - e la salute.
La promozione di questi due valori non può essere omologata, cioè riducibile da vincoli economici allo stesso livello assegnato dalle logiche di mercato ad altri valori, pena il declassamento complessivo di una società e l'impoverimento della qualità della vita. Cittadini in buona salute e culturalmente preparati possono, ovviamente, meglio agire e meglio vivere in un mondo che si fa sempre più complesso, più inquinato e meno ricco di risorse naturali. L'uomo (alcuni uomini), oggi è in grado di manipolare l'esistente e l'etica che governa tali azioni non può più essere quella della negazione, non basta più; è necessaria un'etica della responsabilità, che impone di investire nella ricerca scientifica.
La comunità scientifica è riuscita a far sapere fuori dei circoli accademici che la Repubblica investe meno della Tunisia in ricerca, meno della metà degli altri paesi europei (1% contro 2-4%). Il ritardo dell'azione educativa ed informativa, l'analfabetismo scientifico, le tragedie ambientali e sanitarie causate dall'inefficienza, le dichiarazioni sul disinvolto impiego di alcune tecniche (la clonazione umana), tutti questi fatti certamente concorrono a far prevalere nel dibattito pubblico delle problematizzazioni di tipo etico, sociale e legali delle implicazioni delle ricerche.
E così, un poco per ignoranza, un poco per rassicurare, a volte per non dispiacere al Vaticano, i decisori politici tendono ad assumere posizioni di chiusura danneggiando la ricerca. Quando questa cornice viene applicata alla ricerca biomedica se ne esalta l'irrazionalità. Esistono evidenze chiare ad un cieco che investire in ricerca medica significa risparmiare! Se non si vuol dire migliore salute! I costi sociali delle patologie che ci affliggono sono di gran lunga superiori ai costi delle ricerche capaci di prevenirli. Un esempio solo: negli Usa, negli ultimi 10 anni, vi è stato un risparmio di 3 miliardi di dollari annui sui costi dei trattamenti medici per l'ipertensione; 30 miliardi di dollari come stima di minima, per differenza con quanto si sarebbe speso in assenza di nuovi farmaci.
I risultati del progetto Genoma Umano vanno discussi anche all'interno di queste semplici osservazioni: sarà possibile attuare una medicina predittiva (migliori diagnosi, migliori farmaci, etc) ma nel nostro paese non si investe in ricerca. Al massimo riusciamo a discutere in ristretti circoli accademici del problema legato al brevetto di sequenze di DNA.
Il caso clonazione mette in luce anche altri limiti della nostra società: i preconcetti e pregiudizi ideologici. Si è sentito di tutto, decisori politici che disquisiscono sulla natura dell'embrione, proposte strampalate (adozione degli embrioni criopreservati) ed altre ancora, ma mai un barlume di approccio razionalistico al problema, con l'umiltà necessaria di dare ascolto in primo luogo al ricercatore, allo scienziato.
Mai un tentativo di mettere in campo una chiara informazione scientifica, per permettere ai cittadini di esprimersi liberamente sui vincoli, sulle limitazioni o sulle possibilità applicative ritenute lecite. Così, mentre fecondatori assistiti con pochi scrupoli ottengono le prime serate Tv, i cittadini vengono male informati e spaventati di ciò che gli scienziati pazzi vorrebbero fare. La conseguenza è un ritardo incredibile su possibili applicazioni terapeutiche (Parkinson, distrofie, diabete giovanile, ed altre patologie).
Un esempio poco edificante è quello sulla sorte che la nostra società vuole riservare agli embrioni criopreservati.
Di fronte agli embrioni congelati disponiamo di quattro opzioni (l'adozione è esclusa per legge, oltre che impraticabile): 1) lasciare gli embrioni congelati per secula seculorum. Di fatto questa decisione è sinonimo di morte, seppure lenta. 2) Scongelarli e gettarli, accelerando così la loro morte. 3) Impiegarli per la ricerca sul differenziamento cellulare; questa opzione implica la loro morte, ma ha l'attenuante di poter offrire alla umanità importanti conoscenze scientifiche. 4) Impiegarli come cellule per terapie cellulari ricostruttive; ciò implica la vita dell'embrione, sebbene in una forma diffusa, poiché le sue cellule saranno disperse in altri individui che partecipano alla vita.
Risulta immediato, che solo la quarta assicura la vita dell'embrione, al di la delle posizioni ideologiche, religiose ed etiche. La decisone sul loro destino deve essere ridotta al «che fare» e non posta nella prospettiva di derivare la decisione in base al «cosa sono». Questi embrioni esistono e chiedono una fine migliore di quella che li vede restare per secula seculorum nel freddo polare.
Ma è praticabile? Nessuno può crederlo! Abbandonati da tutti, prima o poi qualcuno reclamerà i costi del loro mantenimento e verranno distrutti. O gettati in un lavandino: chiedono di partecipare, ora che sono stati creati, ad un processo materio-energetico che chiamiamo vita.
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