RASSEGNA STAMPA

20 OTTOBRE 2002
MAURIZIO FERRARIS
Che cos'è un'opera d'arte. E la sua copia

I problemi logici e ontologici sono più illuminanti delle esposizioni storiche e delle analisi fenomenologiche

Tre rifiuti caratterizzano questo manuale (Jean-Pierre Cometti, Jacques Morizot, Roper Pouivet, «Le sfide dell'estetica», prefazione di Gianni Puglici, Utet Libreria, Torino 2002, pagg. 222, euro 20,00), che consiglierei in scuole di ogni ordine e grado.  Il primo è quello di una esposizione storica, il secondo è quello di una trattazione sistematica, il terzo è quello di una analisi fenomenologica.  Non si tratta di rinunce da poco, giacché il 99% dei libri di estetica seguono l'uno o l'altro di quei criteri, con una nettissima predilezione per l'approccio storiografico (l'estetica sarebbe la sua storia, vedere per credere).  A questo punto, uno potrebbe chiedersi che cosa rimanga da scrivere a Cometti, Morizot e Pouivet, e sorprendersi vedendo che, in effetti, resta - letteralmente - tutto.  Resta da parlare della definizione dell'estetica (che non coincide con la filosofia dell'arte), dell'ontologia delle opere d'arte, del linguaggio e della simbolizzazione, del rapporto tra estetico e artistico, tra arte e realtà, della creazione, del nesso tra arte, storia e società, della critica e dell'estetica di fronte alle mutazioni contemporanee. I risultati non sono ovvi, come si può verificare prendendo due capitoli paradigmatici, quelli sull'ontologia dell'arte e sul rapporto tra arte e realtà.

Si tratta di terreni battutissimi, ma spesso con ferri del mestiere arrugginiti, come si può immaginare facilmente pensando al tema svolto che verrebbe fuori da una trattazione corrente della Verità.  Si asserirebbe che l'arte, con tutto che è imprecisa, inventata, non vera, ci fa penetrare nel fondo della realtà con un valore di verità molto più forte di quello della scienza.  Oppure che la stessa realtà, oggi come oggi, si è estetizzata.  E buonanotte.  Il filosofo che affronta a mani nude questi temi giganteschi ci fa in genere capire che in gioventù ha letto dei romanzi, e che continua a preferirli alla filosofia.  Ciò che è frustrante in queste trattazioni è il fatto che, per l'appunto, non sfiorano nemmeno, fosse pure a livello di mera definizione, i problemi che sarebbero chiamate a risolvere o almeno a delimitare: Arte, Verità, Grande Arte, Realtà, Opera, Estetizzazione. Per rendersene conto, basti pensare quanto questi vaghissimi criteri possano aiutare a dirimere una questione concreta.  Poniamo che a un teorico della estetizzazione diffusa rubino un Van Gogh: si può essere certi che non si rassegnerebbe a sostituirlo con una copia o con uno swatch (il che, secondo le sue dottrine, dovrebbe essere del tutto plausibile).  Poniamo che un teorico della Verità dell'Arte si ammalasse ai polmoni: se gli suggerissero di curarsi leggendo La montagna incantata, la prenderebbe come una facezia di cattivo gusto.

Il divario fra assunti e risultati dipende probabilmente dal fatto che il filosofo ha omesso di porsi alcune domande elementari: che tipo di cose sono le opere d'arte?  Posso dire di aver visto la Gioconda se non sono mai stato al Louvre?  Le opere sono dei particolari, come per l'appunto i quadri, o degli universali istanziabili in modo multiplo, come i romanzi e le sinfonie?  A cosa si fa riferimento quando si dice che Madame Bovary tradisce suo marito o che Sherlock Holmes abitava in Baker Street?  L'arte di massa è tale se è prodotta e distribuita con una tecnologia di massa (e in questo caso, da un anno a questa pace, tutti i romanzi venduti insieme ai giornali sarebbero diventati "arte di massa"), oppure perché sin dall'inizio e nella sua stessa struttura è concepita per una distribuzione di massa?  Perché così tante persone sono perfettamente in grado di distinguere una chiesa gotica da una romanica, ma poi avrebbero delle difficoltà a dire con precisione in cosa consiste la differenza, e - più ancora- nell'esplicitare ciò che si intende con "stile"?

Le considerazioni storiche o sociologiche, in questi casi, fanno acqua, e tornano utili gli apparati logici e metafisici che la filosofia del '900 (e di ogni tempo: si pensi alla cura con cui Platone distingue l'idea del letto, il letto fabbricato dall'artigiano e quello dipinto dal pittore) ha sviluppato per risolvere problemi come il rapporto tra individuo e replica, la natura delle entità fittizie, le proprietà degli oggetti.  Quanto dire che i rompicapi filosofici del tipo «l'attuale re di Francia è calvo» o «l'autore di Waverly era un poeta» possono trovare un terreno elettivo nella trattazione filosofica dell'arte, e, viceversa, che ci sono problemi di ontologia e di verità dell'arte che possono fornire dei contributi decisivi alla filosofia in generale, purché ci si voglia attrezzare con gli strumenti giusti e con il rigore necessario per una materia che non è per niente futile.
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