![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 OTTOBRE 2002 |
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«Dacci
oggi la nostra sfida quotidiana», prega l'uomo occidentale contemporanco, e come
spesso accade si rivolge a Dio senza accorgersi che sta bestemmiando. La
positività che noi associamo a sfide e disfide rimuove infatti il significato
originario di queste parole, e dimentica che in origine esse signifícavano
letteralmente infedeltà, inaffidabilità e insicurezza, a seconda delle
accezioni del latìno fidus (negatodal prefisso dis). La stessa cosa
succede con l'inglese challenge, derivato
dal latino calumnía (attraverso il
francese arcaico caionge), che rivela come la sfida partecipa della menzogna e,
a punto, della calunnia. Se la natura
dello sfidante è dunque di essere un infedele nei fatti e un mentitore nelle
parole, il suo prototipo non può essere altri che il Diavolo,cíoè colui che ha
lanciato la
prìma
sfida alla fede e alla verità. Rivolta naturalmente contro Dio. Nella mitologia mediorìentale questa sfida
primigena è stata presentata negativamente, come rottura primordiale
dell'ordine divino delle cose.
Ma
la posìtività a cui alludevamo mostra che oggi noi apprezziamo nella disobbedienza a
Dio
il primo eroico atto di liberazione dalla suprema tirannìde. Agli inízi, infatti, le cose appartenevano
tutte a quell'unità indivisa che è la vera essenza della divinità. Ma
nel
momento in cui qualcosa decide di staccarsi dal tutto per acquistare
un'autonomia individuale, l'unità divina si spezza e si crea una scissione
dalla quale prende appunto il nome il Diavolo.
In greco, infatti, diabolé signìfica
divisione, e ìl suo contrario è symbolé, la riunione: per questo Dio parla olisticamente per
simboli, e il suo alter ego dualisticamente per contrapposizioni.
La
sfida diabolica che contrappone il Male al Bene non è dunque altro che
un'immagine metaforica della contrapposizione del Falso al Vero, senza la quale
sarebbe impossibile l'intero pensiero logico.
Non a caso il Diavolo, nel ventisettesimo canto dell'Inferno, mentre
strappa dalle mani di San Francesco l'anima peccatrice di Guido da Montefeltro,
rivela beffardamente la sua natura esclamando: «Tu non pensavi ch'io loico
fossi». E nel Faust, dando alla matricola un diabolico suggerimento per il suo
piano di studi, reitera: «Ti consiglio anzitutto íli iscriverti a un corso di
logica».
Scendendo
dalle astrazioni celesti alle concretezze terrene, la ribellione della logica
si sposta dalla trascendenza all'immanenza e si manifesta nella sfida contro la
superstizione e l'irrazionalità, proprie non soltanto delle religioni e delle
metafisiche ma di ogni tradimento, piccolo o grande, del pensiero: i concetti
vuoti, i discorsi insensati, le argomentazioni inconcludenti, le imprecisioni,
gli errorì, e le contraddizìoni. Tutti quegli artifici, cioè, che costituiscono
il pane quotidiano di coloro che fondano la loro influenza e il loro potere
sulla sola forza delle parole: preti, avvocati, politici, giornalisti,
ptabblicítári...
Naturalmente
soltanto i bambini e i poveri di spirito, ai quali non casualmente si rivolgono
i Vangeli, possono accontentarsi di continuare a pensare a Dio e al diavolo
nelle forme antropomorfe, quando non addirittura incarnate, variamente proposte
dai tre monoteismì istituzionali. Chi
matura biologicamente e intellettualmente, presto o tardi arriva invece a
capire che la religione, sfrondata delle sue convenzioni e circonvenzioni, si
riduce all'identificazíone di Dio con le forze "sovrapersonali" che
ci costringono internamente da un lato, e con quelle impersonalì che ci
sovrastano esternamente dall'altro, ovvero, ríspettivamente, con l'inconscio e
la natura.
La
prima identificazione risale almeno a William James, che nel classico Le varie forme dell'esperienza religiosa stabilì: «Cìò con cui ci
sentiamo connessi nell'esperienza religíosa è il prolungamento conscio della
nostra vita conscìa». Nell'altrettatnto
classico L'esercizio koan come mezzo per
realízzre il satari, Daisetz Suzuki ríecheggiò: «L'illuminazione zen è la
realizzazione dell'inconscilo».
Ma se Dio è l'inconscio, allora la sfida del Diavolo non può che essere
la presa di coscienza caratteristìca di ogni produzione artistica e
intellettuale: di ogni tentativo, cioè, di
far affiorare dal profondo di noi stessi ciò che non sapevamo vi fosse
sommerso.
La
seconda identìficazione fu invece compendiata da Spinoza nel famoso motto Deus sive natura, che divenne poi la
professione di fede di Einstein. In
questo caso, ovviamente, la sfida diabolica a "Dio come natura" è
lanciata e portata avanti dalla scienza, che cerca di piegare l'apparente caos
e la reale complessità dell'universo alla razionalità delle leggi fìsíche,
chimiche e biologiche, condensate in formule matematiche: espresse, cioè, in
quel linguaggio che Pitagora, Galileo e Newton ritenevano essere quelló in cui
è scritto il libro stesso dell'uníverso.
La logica e la matematica, in quanto mezzi di espressione della coscienza e della scienza, sono dunque gli strumenti di cui si serve il diabolico per sfìdare il divino: per questo entrambe si trovano in perenne rotta dí collisione con l'inconscio irrazionale delle religioni e delle superstizioni. Ma, come dírebbe Níetzsche, la logica e la matematica risultano anche 'umane, troppo umane': non soltanto perché realizzano, ovviamente, categorie «a priori» della nostra natura e «a posteriori» della nostra evoluzione, ma anche perché possono diventare, come ogni cosa, canali di sfogo delle nostre passioni.