RASSEGNA STAMPA

3 OTTOBRE 2002
FULVIO TESSITORE
Il dovere di dire la verità

Perché non possiamo non dirci crociani? Confesso che, da un poco di tempo, l'interrogativo temerario (?) mi frulla, con insistenza, nella testa.

Una ragione vien fuori dall'attualità. La piccola polemica sull'esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche mi ha fatto tornare sulle pagine del grande saggio crociano che ho parafrasato poco più sopra. E vi ho trovato la risposta al problema, lì dove Croce dice che eredi del cristianesimo sono stati gli uomini dell'Umanesimo, del Rinascimento e della Riforma; i severi inventori della scienza fisico-matematica; i sostenitori della religione naturale, del diritto naturale e della tolleranza; gli illuministi della ragione trionfante che riformarono la società civile liberandola dai privilegi feudali e del clero; i filosofi che ragionarono criticamente l'idea dello Spirito che i cristiani chiamavano Dio.

Già questo basterebbe a rispondere all'interrogativo che ho posto iniziando. Ma vi sono ragioni più sostanziali, cosicché le occasioni del proporsi del problema sono numerose e, per rispondere al perché, non posso trascurare qualche osservazione autobiografica. Mi sono formato su Croce, anche grazie al mio vecchio e indimenticato professore di storia al Liceo Sannazaro, Nicola Nicolini, un distinto medievista e risorgimentista, che oggi sarebbe in cattedra universitaria almeno due o tre volte. Non ho mai abbandonato lo studio di Croce e ho dedicato moltissime pagine al filosofo napoletano. E però questo mio studio, sempre rispettoso e attento, andò assumendo toni sempre più critici, in ragione della mia scelta per lo Historismus tedesco alla Meinecke, di matrice fortemente anti-hegeliana. Confesso che non ho mai abbandonato questa mia convinzione, che, anche sulle tracce del mio grande maestro Pietro Piovani, ho sviluppato in una serie numerosissima di ricerche, nella direzione di uno storicismo critico-problematico, non assoluto. Dunque il mio percorso è stato ed è diverso da quello più rigorosamente crociano. Eppure, sempre più spesso e sempre più convintamente, nei miei ritornanti interessi crociani, mi vado riscoprendo molto più crociano di quanto non pensassi io stesso. Ed allora, ancora una volta, "perché non posso non dirmi crociano"?

L'interrogativo, che sopra ho definito, pur dubitativamente, temerario, rischia di divenire addirittura inquietante. Perché? Perché siamo in prossimità della ricorrenza del cinquantenario della morte di Croce ed è perciò immaginabile lo scatenarsi di celebrazioni, che prenderanno il tono più decisamente anti-crociano possibile, trascurando le sulfuree pagine dedicate dal filosofo alle manifestazioni centenarie, venticinquennali, e via di questo passo. Del resto, lo confesso contrito (se è il caso) sono anche io corresponsabile, perché sto collaborando attivamente con la presidenza del Senato per un solenne ricordo del filosofo, che, oltre ad un seminario, prevede una mostra col suo catalogo e la ristampa dei discorsi senatoriali di Croce e del suo intenso carteggio con la Biblioteca del Senato. Immaginiamoci cosa si scatenerà, dunque. E ne temo alcuni elementi caratterizzanti, già intravisti qua e là. Credo che sarà fatale il proporsi della "storica" interrogazione: Croce era di destra o di sinistra? Più ancora e meglio: oggi Croce starebbe a destra o a sinistra e quale manifesto sottoscriverebbe? Un vecchio studioso di Croce, un vecchio "crociano" quale sono, risponde subito: nessuno. Ma questa risposta risulterà travolta da arzigogoli di immancabili maitres a penser di destra e di sinistra. La conclusione sarà che il vero problema, quello che ho riassunto nell'interrogazione "perché non possiamo non dirci crociani", resterà irrisolta. Ne abbozzo tuttavia una risposta.

Contrariamente a quanto qualche volta si è detto, la letteratura è fatta di lavori eccellenti e di profondissime ed importanti riflessioni autobiografiche di nostri distinti storici e filosofi, che su Croce si sono formati. E, però, un'altra parte di questa bibliografia è paccottiglia immonda, che ha danneggiato l'immagine del Filosofo, invero tanto grande da aver potuto sopportare anche questo assalto, talvolta inverecondo, pur se ispirato da un desiderio di "ortodossia" crociana, certo assai generoso e, tuttavia, anch'esso sottilmente anti-crociano. Croce era convinto che la rigorosa individuazione del problema era un modo per rispondere ad una esigenza seria e pressante.

Questa convinzione mi porta al mio "crocianesimo" di fondo. Sono convinto che Croce sia uno dei pensatori più profondamente problematici della nostra cultura contemporanea. Accenno ad un solo problema. Quando dal suo originario (e a mio credere mai smentito) desanctismo si spostò su Hegel per affrontare il problema del principio di ragion sufficiente (quello che Hegel enunciava con la famosa affermazione secondo cui "tutto ciò che è reale è razionale e viceversa") ed avvertì la necessità di affiancare il nesso dei distinti alla dialettica degli opposti per non cadere nell'indistinto, unitaristico misticismo dell'attualismo gentiliano, Croce pose e si pose un problema che non ha mai più abbandonato, fino alla supreme, drammatiche pagine delle Indagini su Hegel. E che cosa gli tornava dinanzi con sempre maggiore forza? Il problema della vita, della storicità della vita e dell'irrisolvibilità del male. In tal modo la struttura idealistica del suo "sistema" (quello che egli ritenne di aver costruito con la definizione dello "storicismo assoluto") inesorabilmente si rompeva e conquistava dimensioni storicistiche che portano Croce ben oltre l'idealismo verso il senso del reale e del concreto proprio della filosofia contemporanea più avveduta.

A ciò, del resto, collaboravano molte cose della riflessione di Croce. Si pensi alla sua costante attenzione per il nesso storia-storiografia (che è, o è stata, un carattere forte della cultura italiana); all'affermazione della filosofia come metodologia della storia; al suo costante gusto e invito alla rottura di inesistenti cippi confinari tra le discipline. Ma si pensi, soprattutto, al significato etico della vita e della cultura che Croce ha costantemente teorizzato e praticato. Le sue parole degli anni Venti, sul dovere di dire la verità, sempre, usate lo scorso natale da Kosuth per l'installazione di piazza del Plebiscito, sono non solo un grande esempio di anteveggenza (investendo il problema della comunicazione), ma anche un imperituro insegnamento, che tutti noi - e specialmente oggi, qui a Napoli, la città che Croce tanto amò e tanto studiò - non dovremmo tradire, perché è il modo per essere moderni, liberi e degni di una più umana umanità.
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Tracce biografiche