![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 SETTEMBRE 2002 |
|
I sette capitali che ci impediscono di
ricordare: un utile viatico per capire i meccanismi del pensiero
Siamo
veramente un miracolo da tutti i «punti di vista, ma la natura della nostra
facoltà di ricordare e di dimenticare sembra veramente al di là di ogni
comprensione». Così Fanny Price, eroina
del romanzo di Jane Austin Mansfietd
Park, concludeva una serie di acute osservazioni sulla bizzarria di questa
facoltà «a volte così tenace e servizievole, così obbediente, e altre volte
così confusa e così debole, e altre volte ancora così tirannica e cosi
incontrollabile». Eppure, se è
difficile dar torto a Fanny circa la natura bizzarra ed elusiva di questa
straordinaria capacità della mente umana, destinata a tessere la tela stessa
della nostra identità personale (come già notava John Locke alla fine del Seicento),
forse il pessimismo circa la sua comprensibilità può essere rivisto.
Questa
è almeno l'opinione di Daniel Schacter, direttore del dipartimento di
psicologia. dell'Università di Harvard, e autore di questo interessante I sette peccati della memoria. Come la mente
dimentica e ricorda (Mondadori, Milano 2002, pagg. 310, €9 17,60). Originale
è soprattutto il taglio scelto dall'autore per introdurci ai misteri della
memoria: l'idea di partire non tanto dai casi in cui questa facoltà ci assiste
fedelmente, quanto piuttosto dalle numerose occasioni in cui ci tradisce. Se è infatti noto da tempo che una delle
componenti più importanti di ogni meccanismo deputato alla conservazione del
ricordo è la capacità di dimenticare, il concentrarsi sui casi di fallimento
della memoria sembra in grado di gettare una luce nuova sulla natura del
ricordare, e sul modo in cui funziona l'intelligenza
con la quale scegliamo cosa destinare all'oblio e cosa serbare nel ricordo.
Le
disfunzioni mnestiche analizzate da Schacter sono suddivise, "in sette
grandi trasgressioni", in analogia con i sette peccati capitali: labilità,
distrazione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e
persistenza. Di questi i primi tre sono
peccati di omissione. La labilità denota quel tipo di
indebolimento della memoria che c'impedisce di ricordare ciò che abbiamo fatto
a distanza di un certo tempo; la distrazione
è invece legata a una mancanza di quell'attenzione che è invece preliminare
per il ricordo (dove ho appoggiato le chiavi?); il blocco è quella frustrante
incapacità di recuperare un dato che in verità non abbiamo dimenticato (e in
genere ricordiamo quando ormai non ci serve più).
Continuando
a usare il linguaggio dottrinale, possiamo dire che i tre peccati successivi
sono invece peccati di commissione: siamo in presenza di un meccanismo che
altera o manipola il ricordo. L'errata
attribuzione c'inganna sulla fonte o il contesto di una memoria (la tal notizia
non ce l'ha comunicata Tizio, ma l'abbiamo ascoltata alla radio). La suggestione permette di instillare
ricordi fittizi; la distorsione è il meccanismo attraverso il quale le nostre
convinzioni attuali modificano il contenuto dei ricordi del passato. Il settimo peccato, la persistenza, un po'
paradossalmente trattandosi di memoria, è l'incapacità di dimenticare; ma si
tratta di una disfunzione spesso dolorosa e grave: la condanna a rivivere certi
episodi del passato si ripercuote molto pesantemente sulla costruzione del
nostro futuro.
Il
testo di Schacter, tuttavia, non si limita a fornire un'istruttiva
classificazione dei disturbi mnestici, unita a qualche utile consiglio per
venirne a capo. Il suo merito maggiore
è di utilizzare, con molti riferimenti alle recenti scoperte della neuroscienza
e della psicologia, quanto sappiamo delle défaillances
dei meccanismi cerebrali e cognitivi del ricordo per uno
studio del funzionamento in
positivo, della memoria, del suo valore adattativo e del ruolo delle sue varie
componenti nell'economia psichica del soggetto. In questo senso, il testo, che ha un
taglio
divulgativo e s'indirizza al vasto pubblico dei non specialisti, mantiene
tuttavia un impianto rigoroso. Un aspetto che si manifesta anche nel modo
metalogicamente avvertito con cui Schacter difende la sua tesi teorica
principale, che gli errori nmestici sono (spesso) un effetto collaterale delle
proprietà adattative della memoria. Per
citare solo un caso, l'errata attribuzione, con tutti i suoi svantaggi,
deriverebbe dalla positiva capacità del sistema mnestíco di operare una
codifica selettiva delle informazioni.
Nel difendere questo punto di vista egli evita l'ottimismo panglossiano
dell'adattazionismo estremo (ogni caratteristica cognitiva è il frutto di una
selezione e quindi biologicamente "buona"), ed è ben consapevole del
dibattito all'interno del pensiero evoluzionistico, che ha portato a chiedersi
se certe caratteristiche della mente umana siano "adattamenti,
esadattamenti, o pennacchi", ovvero possiamo dire, semplificando un (bel)
po', se siano il risultato diretto di pressioni evolutive, se siano adattamenti
destinati a un certo punto a uno scopo diverso da quelli per cui sono stati
selezionati, o veri e propri effetti collaterali imprevisti.
Lasciando all'esito delle future ricerche l'approfondimento delle sue ipotesi, rimane un testo di gradevole lettura che, se non smentisce Jane Austen, concede qualcosa anche all'ottimismo dell'uomo di scienza.