RASSEGNA STAMPA

28 SETTEMBRE 2002
FABIO BACCHINI
I dadi genetici...e quelli della vita

Il senso comune prova ripugnanza per le incursioni dell'artificialità e della tecnologia nei processi riproduttivi umani/Ma non sempre ha la verità in tasca: perché un genitore che desidera potenziare le capacità di un figlio non dovrebbe farlo?

Il filosofo tedesco Jürgen Habermas ha rilasciato un'intervista esclusiva a «L'Espresso» sul tema della manipolazione genetica positiva, ovvero sulla pratica - per ora impossibile, ma che il progresso biotecnologico renderà presto disponibile - di intervenire sul genoma di un figlio appena concepito allo scopo non di curare una malattia (questa sarebbe manipolazione genetica negativa), ma di immettere un tratto aggiuntivo e, gradito ai genitori: maggiore intelligenza, talento matematico, riflessi pronti.  In genere, la posizione più diffusa al riguardo è che la manipolazione genetica negativa può essere ammessa, ma che quella positiva è immorale, e deve essere bandita.  Il senso comune giudica che la manipolazione genetica sia una diavoleria da tenere a bada: se possiamo rimuovere una malattia che provocherà dolore e sofferenza, allora (a malincuore) possiamo concedere la manipolazione genetica, ma se un genitore desidera solo potenziare le capacità fisiche o intellettive del figlio, a questo punto no, un passo simile non è accettabile.  Perché non sarebbe accettabile?  Il senso comune prova una istintiva ripugnanza per le incursioni della tecnologia e dell'artificialità nei processi riproduttivi umani, che ritiene «sacri», «naturali» e «intoccabili»; e non riesce a ritenere moralmente legittimi interventi genetici che, pur non danneggiando i nascituri, esulino da ciò che può essere etichettato come «cura medica».

Ma, lo sappiamo, il senso comune non ha la verità in tasca (per esempio, il senso comune riterrebbe ancora che il sole gira intorno alla terra).  Proprio per raffinare il senso comune - senza demolirlo, ma senza idolatrarlo - esiste la riflessione filosofica, di cui Habermas è un autorevole maestro. Vediamo allora: cosa dice Habermas della manipolazione genetica?  Ebbene, è sorprendente rilevare che questo sostenitore delle virtù del pensiero illuminista approda, in effetti, alle stesse conclusioni del senso comune: manipolazione genetica terapeutica sì, ma manipolazione genetica positiva no.  Certo, i ragionamenti che conducono Habermas alle proprie conclusioni sono diversi da quelli utilizzati dal senso comune; e vale la pena di esaminarli.

Supponiamo, come d'altronde fa Habermas, che la manipolazione genetica positiva non presenti rischi o incertezze, e che si possa donare al nascituro un tratto quale, per esempio, il talento matematico, senza produrre nessun effetto collaterale dannoso, né di tipo medico, né di tipo psicologico.  In queste condizioni, secondo Habermas un genitore che desiderasse donare il talento matematico non dovrebbe avere libertà di donarlo.  Ma perché?

La strategia di Habermas consiste nel suggerire che donare il talento potrebbe significare infliggere un danno.  Ogni caratteristica, dice Habermas, è positiva o negativa solo all'interno di un «contesto biografico»; e per qualcuno essere più intelligente o più dotato di memoria potrebbe essere un handicap.  Ma davvero Habermas crede a quello che dice? E' infatti evidente che, a parità di condizioni, essere intelligenti è preferibile ad essere ottusi.  Certo si possono immaginare «contesti biografici» romanzeschi in cui essere stupidi risulti un vantaggio, ma questi contesti atipici sono rari, e per ognuno di essi ve ne sono cento (o mille) normali, in cui essere intelligenti è definitivamente preferibile.  Seguendo il ragionamento di Habermas, bisognerebbe non obbligare, e addirittura impedire, ai genitori di mandare a scuola i propri figli, perché «non possiamo mai essere certi» che non esistano «contesti biografici» in cui essere ignoranti risulti preferibile all'essere colti. Sinceramente, il relativismo e lo scetticismo di Habermas sono eccessivi, e fuorvianti.  Cosi come pensiamo che il miglioramento delle menti umane fornito dall'istruzione sia una cosa positiva e utile, dovremmo pensare che il miglioramento delle menti umane fornito dalla manipolazione genetica positiva sia una cosa positiva e utile. Habermas ha ragione di chiedere che non vi siano danni per chi viene manipolato.  Nelle sue parole, «bisogna poter dare per scontato il consenso di quella seconda persona le cui caratteristiche saranno alterate dall'intervento genetico».  Il problema di Habermas è una fiducia immotivata nell'assunto che le uniche trasformazioni genetiche che sicuramente saranno gradite al nascituro che le subisce siano quelle terapeutiche.  Pensiamoci: chi potrebbe non essere contento di essere stato reso più forte, più bello o più intelligente?  Per di più, Habermas dice che «ai genitori non è neppure dato sapere se un lieve handicap fisico non possa rivelarsi, in definitiva, un vantaggio per il nascituro».  Qui il suo relativismo scettico travolge le sue stesse posizioni, e sembra forzarlo a concludere - cosa che per fortuna egli non fa - che allora anche una manipolazione genetica terapeutica volta ad evitare una sordità o una semiparalisi dovrebbe essere proibita, perché «chissà, forse l'handicap sarà un aspetto positivo nella vita di quella persona».  Inoltre, Habermas crede troppo fermamente che esista una distinzione netta fra interventi terapeutici e interventi migliorativi.  Enrico Pedemonte, il suo intervistatore, è abbastanza scaltro dal porre un dubbio («intervenire per eliminare una predisposizione al cancro non è forse simile a intervenire per eliminare un basso quoziente d'intelligenza?», gli domanda più o meno), ma Habermas è impacciato e glissa.

Secondo Habermas, donare un talento vantaggioso al nascituro significa «limitare l'orizzonte di un progetto di vita futuro».  Ma perché?  Se i miei genitori avessero potuto donarmi il talento musicale, non sarei stato certo costretto a fare il musicista.  Avrei potuto fare tutto ciò che posso fare oggi, e anche qualcosa in più.  Il mio «orizzonte di un progetto di vita futuro» sarebbe stato più ampio, non più chiuso.  Secondo Habermas, io potrei sentirmi «eterodeterminato».  Ma i talenti non sono schiavitù né destini: sono possibilità in più, che poi il loro proprietario deve guidare e usare autonomamente (e, avendone molti e non solo alcuni, è più libero di scegliere quali valorizzare e quali no).  Se poi Habermas vuole dire che io dovrei provare disagio nel sapere che la mia identità è stata in parte determinata dalle preferenze dei miei genitori, egli dimentica che ogni figlio non geneticamente manipolato è stato «forzato» a nascere, e a possedere caratteristiche scelte dai genitori (il nome di battesimo, il tipo di infanzia, i valori e l'educazione ricevuti).

I figli sono «eterodeterminati» in forme piuttosto pesanti eppure non immorali né vietate, quando sono avviati all'apprendimento di una lingua, immersi all'interno di relazioni familiari e culturali, obbligati a frequentare scuole, piscine e zii (tutte cose che lasciano il segno).

Per non parlare di quei figli che vengono esplicitamente progettati, molto più che con una manipolazione genetica, da genitori che vogliono «il figlio avvocato», o «il figlio medico».  Tutti noi dobbiamo il fatto di essere chi siamo ai nostri genitori: e, fino a prova contraria, non c'è nulla di male a permettere che siano i genitori a scegliere di darci caratteristiche ottimali per noi, anziché lasciare che sia la lotteria genetica ad assegnarci caratteristiche casuali, forse non ottimali per noi.  Comunque vada, chi nasce non può scegliere: ed è meglio che scelgano per lui dei genitori responsabili e che lo amano, piuttosto che la cecità di un lancio di dadi cromosomico.

Se poi vogliamo venerare l'operato della natura, teniamoci non solo anche le malattie genetiche, ma tutte le malattie in genere: buttiamo via antibiotici e insuline, e soffriamo orgogliosi di non violare l'ordine del creato.
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