![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 SETTEMBRE 2002 |
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Scoramento, scomparsa dell’interesse per il mondo esterno,
perdita della capacità di amare, di creare, di lavorare, avvilimento, attesa
della punizione: questi i tratti determinanti della melanconia per Sigmund
Freud, che al tema dedicò Lutto e malinconia nel 1915, sulla soglia dei
sessant’anni. Sedici celebri pagine, quinto capitolo della Metapsicologia,
progetto di ampio respiro, interrotto proprio con questa stesura, edita solo
nel 1971. Le lettere a Karl Abraham e Sandor Ferenczi provano che non fu solo
la penuria di carta dovuta alla prima guerra mondiale a ritardare la stampa. Fu
il conflitto stesso la causa d’un totale ripensamento confermato dalle
Considerazioni attuali sulla guerra e la morte e Caducità, ricamo intessuto nel
ricordo d’una passeggiata sulle Dolomiti nell’agosto del 1913, in compagnia di
Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomé.
Scrive Freud: «... la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E
non distrusse solo la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che
incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste
della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori e artisti, le
nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e
razze... Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto
della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto
siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli».
Metamorfosi dello scienziato ebreo di Freiberg, in Moravia, cittadino viennese,
bellicista all’inizio della guerra! Il padre di Martin e Ernst, partiti
volontari, ripensa amaramente la perdita di oggetti interni ed esterni, il
narcisismo, la distruzione, la morte, il lutto, consapevole della millenaria
permanenza della bile nera, che per gli antichi fisiologi formava con il
sangue, la bile gialla e il flegma i quattro umori essenziali dell’individuo. Ad
essa Peripatetici e Stoici collegavano l’epilessia, la paralisi, la
depressione, le fobìe e la lussuria. Con l’accidia le pieghe melanconiche
arrivano a Petrarca, che apre la via a Tasso, Leopardi e Montale.
Il Rinascimento genera la Melancolia I di Albrecht Dürer e le opere di Lucas
Cranach, eternate dal capolavoro Saturno e la melanconia di Klibansky, Panofsky
e Saxl, ispirato al metodo di Aby Warburg. Simbolo dell’uomo laico - orfano del
divino, nell’universo eliocentrico - la melanconia scruta l’infinito, irredenta
dal sapere. Destina a patire l’Ombra, ne svela il travaglio creativo nella
nigredo alchimistica, l’eclisse della mente indagata da C.G. Jung. Significativamente
l’autoritratto del nostro Giuseppe Arcimboldi, che raffigurò le stagioni in
forma di volti umani ricolmi di fiori e frutti, spunta viso nudo e tristissimo.
Degno dei classici di Tellenbach e Binswanger, esce oggi La ferita dello
sguardo, originale testo dei colleghi freudiani Albrigo, Algini, Bernini,
Cruciani, de Silvestris, Fraire, Luchetti, Rocchi, Russo e Patrizia
Cupelloni, anche curatrice per Angeli editore.
Il volume ripercorre in modo lineare e insieme problematico, con rigore e
passione clinica, la storia del tema da Freud e Abraham a Klein, Winnicott,
Lacan, Lambotte, Torok. Il soggetto melanconico risulta teso all’isolamento
autistico, custode d’una cripta, sospeso tra affetto e indifferenza, memore di
uno scacco primario nella ricerca di colmare la solitudine dell’esserci. La
vista interiore s’apre inconsolabile alla perturbante ricchezza del nulla,
all’Altro: sfida alle ambizioni di cura, monito per individui e comunità illusi
dal primato della tecnica. Il breviario clinico è animato da fedeltà
all’irripetibile vicenda individuale e da un senso estetico che dona speranza
nel nostro grigio tempo, che teme gioia, dolore, condivisione, e sembra
prediligere il riarmo infinito.
Ma l’angelo melanconico in Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders prefigurò la
città riunificata prima della caduta del muro... Napoli di Santa Lucia, luntano
’a te, quanta malincunia, Napoli, patria e matria del ninnillo di Eduardo De
Filippo, al quale non piace il presepe, può comprendere e comprendersi.