![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 SETTEMBRE 2002 |
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In libreria il quarto volume e le
«Opere complete» del grande uomo di lettere
Di lui Adorno diceva: la sua persona è
il vero strumento della sua opera e alludeva così al nesso tra esperienza e
scrittura nel saggista
Non
ci sfiora l'idea di presentare l'opera di Walter Benjamin in un articolo,
neppure nella forma di un invito alla lettura.
Libri da aggiungere alla sua vasta bibliografia critica continuano a
uscirne anche in Italia. E' davvero impossibile non passare per Benjamin per
chi affronta le problematiche della Storia, della letteratura, delle
trasformazioni dell'opera d'arte in relazione alle strutture economiche,
politiche e sociali; e per chi pratichi qualsivoglia indagine che rivendichi
anche solo un briciolo della libertà e, acutezza del suo metodo, capace di
connettere cose apparentemente così diverse, e le cose stesse con l'immaginario
che ci contiene. Se l'opera di Benjamin
resta al crocevia delle culture e delle sensibilità contemporanee, essa ha
questo specifico tratto: che la profondità e bellezza delle sue idee e del suo
metodo di lavoro sono presenti in un qualsiasi frammento, come si dice in
matematica per i campioni delle «serie ergodiche». Oppure la sua opera assomiglia a quei testi sapienziali, dall'l
Ching alla Torah., che anche aperti casualmente hanno il potere di rispondere e
illuminare. Per questo va salutato con
rispetto l'ultimo volume giunto in libreria, il IV, delle sue Opere complete (un progetto già avviato
da Giorgio Agamben, successivamente affidato ad altri curatori) che raccoglie
gli scritti degli anni 1930-1931.
E'
l'epoca in cui, dopo la svolta marxista e il viaggio in Russia, dopo la
pubblicazione dei suoi principali libri e l'amore per Asja Lacis, Benjamin
sconta, tra gli altri, gli effetti di
una cocente delusione: l'esclusione dall'università e dalla libera docenza,
negatagli da una commissione di cui (si scoprirà) faceva parte Max Horkheimer
(futuro direttore con Adorno dell'Institut
für Socialforschung), per conseguire la quale aveva scritto il magnifico Origine del dramma barocco tedesco. Benjamin è ufficialmente un outsider, e se fin dalla gioventù
intratteneva una certa cauta estraneità nei confronti del mondo accademico
(«disperatamente fuori posto in mezzo a un mondo di professionisti della
filosofia», scriveva raccontando una festa universitaria a Carla Seligson), la
sua vita subirà il contraccolpo di una lotta per la sopravvivenza
economica. Certo, nulla in confronto
agli anni d'esilio a Parigi dopo il '33, quando la sua vita sarà una fuga
incessante conclusasi tragicamente alla frontiera con la Spagna coi nazisti alle
costole; quando, come per un complotto del destino, tutti, ma proprio tutti,
anche i giornali dei fuoriusciti, rifiuteranno le sue offerte di
collaborazione. Questi testi del
'30-'31 sono già dunque quasi tutti d'occasione, articoli e conferenze radiofoniche,
esempi di un magistrale docere e
delectare. Sono, scontata la
curiosità e la passione intellettuale di Benjamin, oltre alla sua (fondata)
ambizione a divenire il «maggior critico tedesco del Novecento», il frutto di
una ricerca drammatica di sostentamento.
Vale
quindi fino a un certo punto il suggerimenti di Hannah Arendt ne Il pescatore di perle: che Benjamin
fosse un autentico, e forse l'ultimo, homme
de lettres, un pensatore privato
erede di quella indipendenza intellettuale e materiale che per gli hommes de lettres dell'Ottocento era
tutt'uno con un spirito di
ribellione. il pensatore della flanerie,
e quindi dell'ozio, del vagabondaggio urbano e dello scrivere al bar, il portatore
di un metodo libero e capace di essere «dialettico e non dialettico a un
tempo», di un'associazione di idee sovranamente acuta e indipendente, è
qualcuno che con le proprie parole deve guadagnarsi da vivere scrivendo sui
giornali. Che soffre una drammatica
dipendenza dalle proprie condizioni sociali, di cui il libro che recensiamo è
testimonianza (si veda Diario
maggio-giugno 1931). Benjamin è
«uomo di lettere», ma in altro senso: perché outsider, e perché la sua
eloquenza è sempre rivolta allo scritto, debitrice nei confronti delle fonti e
dei destinatari, volutamente discontinuo, perché i suoi saggi non occultano la
dimensione matrice della scrittura che è la forma epistolare, la dimensione
pragmatica dell'enunciazione, uno scrivere nel presente e per il presente anche
nella tensione di un'ispirazione coraggiosamente inattuale. Uno scrivere sobrio come vuole l'etica della
lettera, che è poi il genere stesso della prosa etica. E' infatti nel marzo
1931 che Benjamin intraprende la sua opera più politica e commovente, la
raccolta di lettere di Uomini tedeschi che
appare dapprima a puntate sulla Frankfurter
Zeitung, per portare alla luce una tradizione agli antipodi della retorica
nazionalsocialista. Un monumento al
laconismo, alla grandiosità senza rnagniloquenza.
Questi
e altri temi, sono all'opera nei testi di questo volume, tutti ugualmente
illuminanti, ammirevoli, godibili, da leggere e da rileggere. Si va dai diari parigini all'infanzia
berlinese, alle descrizioni di luoghi - Napoli, Saint-Paul de Vence, la
Norvegia. Dal saggio su Karl Kraus
(riflessione filosofica sul giornalismo «giusto») ai primi saggi su Kafka e
sull'amico Bertold Brecht, per non citare che gli scritti più famosi. Ma c'è anche l'opposizione al fascismo
tedesco nelle critiche a Jünger, il progetto con Brecht di una rivista che
accolga solo testi i cui contenuti siano «realizzabili socialmente», e un
ventaglio di riflessioni che spaziano da una «Critica alle case editrici» -
dove discute l'occultamento dell'esperienza sociale degli scrittori e quello
degli investimenti di capitali nell'editoria -, all'esame del «successo» di un
libro, e quindi del senso della critica letteraria: che cosa determina la sua
«valutazione», e perché la critica letteraria è sempre sottomessa alla pubblicazione
del nuovo, pur essendo la conoscenza sempre indietro rispetto alla velocità con
cui si succedono le informazioni? Non
bisognerebbe, scrive Benjamin, rovesciarne i presupposti, rendere l'arte di
recensire una valorizzazione della «conoscenza» promossa dai libri? Fanno sorridere e pensare gli aneddoti
semiseri sul filosofo Kant, verso il quale Benjamin ha sempre intrattenuto un
rapporto di ambivalenza (come, in Uomini
tedeschi, lo straordinario ritratto di Kant, «a metà fra il maestro di
scuola e il tribuno»). Fa sorridere ma
di ammirata amarezza, la risposta al secco rifiuto dell'Intendenza di Finanza
di protrargli un pagamento in scadenza («... dal momento dell'invenzione della
scrittura, le preghiere hanno perso molto della loro forza, mentre ne hanno
guadagnata gli ordini. Non è un buon
bilancio...»).
Il
lettore troverà i mille rivoli di pensiero riconducibili al metodo del lavoro
su Baudelaire e Parigi nel XIX secolo, ma anche all'utopia come programma
politico delle Tesi di filosofia della
storia. Il testo Tolgo la mia biblioteca dalle casse,
cronaca di un ennesimo trasloco, ci riporta alla sottigliezza degli aforismi di
Strada a senso unico, e a quello
stupore, o pensiero aurorale, che fece di Benjamin un collezionista e uno
studioso di giocattoli e di letteratura per l'infanzia.
Libro
troppo ricco per rischiare qui una sintesi o un'interpretazione. Ma una cosa ancora si può dire, a proposito
del cortocircuito tra le «condizioni sociali» ed economiche dell'autore, homme de lettres, e i temi della sua
opera. Il concetto di «sopravvivenza»
non è solo legato alla sua biografia, ma è il cuore del suo approccio ai testi
letterari. Nachleben (o Fortleben), ovvero sopravvivenza o «vita
postuma» dei testi, è il concetto che lo guida tanto nella sua teoria detta
«mistica» della traduzione, quanto nella filologia, nella sua idea di «reperto
testuale»; e nella valutazione delle corrispondenze degli autori («come la
sopravvivenza irrompe nella vita», esclama in una lettera sulle lettere). Allo stesso modo interviene nella
valorizzazione e nell'uso della «citazione», forma cristallizzata in cui ormai
si tramanda la tradizione, in mancanza di altre esperienze. Infine, il concetto di «testimonianza», che
dipende da quanto osservato sopra.
All'attenzione degli interpreti dell'opera di Benjamin da qualche tempo ricorre il concetto un po' ineffabile (in realtà molto materialista) di «poemato» (Gedichtete). E' il nucleo dell'interpretazione della letteratura che egli pratica e propone in ogni saggio, ivi compresa la sua «arte del recensire», portando alla luce la verità di un testo, «la struttura intellettuale-intuitiva del mondo di cui la poesia testimonia», la sua «conoscenza» (Erkenntnis), che è qualcosa d'altro che «scienza» (Wissenschaft), e al di là di un presunto «sapere». Ciò che sopravvive è allora il coincidere di struttura e testimonianza, «passaggio» tra opera e vita. «La persona di Walter Benjamin - scrisse Adorno - era strumento della sua opera». Il «poemato» di Benjamin, il suo stile, la sua gloria senza splendore, la sua sopravvivenza, sono inesauribilmente testimoniati dai suoi testi, che continuano a rivivere nella nostra lettura, a loro volta continuando a vivificarla. A tramandarci vita e conoscenza.