Un po' di Lumi sulla
scuola
Le «Cinque memorie sull'istruzione pubblica», scritte nel 1791 dal marchese di
Condorcet, filosofo, scienziato e girondino. Testo di folgorante attualità sul
sapere sottratto al mercato, sulla funzione della scuola e i suoi rapporti con
la società. Ora riproposto da manifestolibri in «Elogio dell'istruzione
pubblica», ne anticipiamo l'introduzione
«In generale, qualsiasi potere, di qualunque natura esso sia, quali che siano
le mani in cui è riposto e in qualunque maniera esso sia stato conferito, è
naturalmente nemico dei lumi. Talvolta lo si vedrà adulare i talenti, quando
questi si abbassano a divenire lo strumento dei suoi disegni o della sua
vanità; ma chiunque farà professione di cercare la verità e di affermarla sarà
sempre odioso a chi esercita l'autorità». È davvero un formidabile paradosso
incontrare una siffatta affermazione nel bel mezzo di un progetto
politico-filosofico sull'istruzione pubblica, un progetto che chiama proprio il
potere politico a garantire, diffondere e organizzare l'istruzione di tutti i
cittadini. Che esige, in altre parole, dall'autorità la distribuzione
universale degli strumenti che consentono di proteggersene o addirittura di
negarla. Non è il solo felice paradosso che attraversa le pagine delle «Cinque
memorie sull'istruzione pubblica», date alle stampe nel 1791 da Marie Jean
Antoine Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet, ma è forse quello più
decisivo, ardito e anticipatore di tutta una tradizione di pensiero critico che
indaga sul rapporto tra il potere politico e l'autonomia del sapere, tra la
«volontà generale» e la libertà dei singoli, tra le norme e la capacità
individuale di giudizio. (...)
Le «Cinque memorie» di Condorcet, che nella forma di un progetto istituzionale
racchiudono un'agenda teorica tra le più avanzate e acute, ci restituiscono
nitidamente la complessità e l'articolazione di una elaborazione critica tanto
radicale quanto solida. Ben poche delle idee correnti sulla formazione e sulla
sua riforma, sulla funzione della scuola e sui suoi rapporti con la società,
sul bene pubblico e sulla libertà dei singoli, sul sapere e sulla produzione
della ricchezza, reggerebbero al vaglio di questo potente strumentario
concettuale elaborato più di due secoli fa, negli anni appassionati e
tumultuosi della rivoluzione. Se oggi scegliamo di riproporle non è per rendere
omaggio a un classico dimenticato o confinato nella marginalità, per restaurare
un capitolo bistrattato di storia delle idee o per rivitalizzare gli studi sul
Secolo dei lumi, ma per arricchire un arsenale (quello delle armi della
ragione) da impiegare nel conflitto decisivo che si sta giocando sul terreno
della formazione e della trasmissione del sapere per il controllo sulla cooperazione
sociale (che è oggi cooperazione di saperi e conoscenze) e per la sua
riconduzione forzata nella sfera dei rapporti proprietari. (...)
Condorcet, eletto alla Convenzione nel 1791, cadrà vittima del Terrore. Vicino
ai girondini, è catturato, dopo mesi di latitanza, nel marzo del 1794 a
Clamart. Muore, suicida o di stenti, nella prigione di Bourg-Egalité, il 29
marzo, subito dopo il suo arresto. Ma non è tanto una appartenenza di fazione,
peraltro piuttosto lasca, quanto il sostanziale radicalismo democratico delle
sue posizioni a porlo in rotta di collisione con Robespierre e la politica del
Comitato di salute pubblica.
Condorcet è un nemico dichiarato della trascendenza del potere, contro cui
cerca di elaborare tutti i possibili antidoti legislativi. La «volontà
generale» come potere costituito legittimato dalla delega-rinuncia dei singoli,
come confluenza delle volontà particolari in un destino comune che le sovrasta,
gli è invisa. Non gli sfugge la stretta parentela tra la «volontà generale» di
stampo rousseauviano, in cui il popolo troverebbe la sua unità e la sua
espressione, e il pactum subiectionis che fonda lo stato assolutista. (...)
Questi presupposti filosofici prendono forma concreta nell'idea di «istruzione
pubblica» e nel suo contrapporsi, immediatamente ed esplicitamente, all'idea
giacobina, ma non solo, dell'«educazione nazionale», con i suoi miti spartani,
la sua soffocante ritualità laica e il suo feroce conformismo patriottico, che
prevarrà dopo il 1793 per volere di Robespierre. Istruzione contro educazione;
pubblico contro nazionale: questi i termini di una contrapposizione che merita
di essere giocata fino in fondo. Trasmissione di un sapere razionale e degli
strumenti della critica, contro l'integrazione dei singoli in una comunità organica
predeterminata, con il suo sistema di valori e i suoi stili di vita.
«Pubblico», inteso come condivisione delle risorse e delle possibilità, come
immanenza dei diritti che conferisce una base concreta all'autonomia dei
singoli, contro «nazionale», inteso come appartenenza e identità, come
sacrificio e dedizione, come precetto dell'amore per l'ordine costituito.
È questa idea di «pubblico», che sebbene investa lo stato del compito e del
dovere di garantire a tutti i suoi cittadini l'istruzione, esclude non meno
decisamente che questa rivesta qualsivoglia carattere statale. Poiché è nella
sfera pubblica, nel confronto e nell'interazione dei giudizi razionali, resi
possibili dalla diffusione del sapere, che il Politico trova il suo fondamento
e la sua legittimità, sempre reversibile. Senza questi lo stato stesso
diverrebbe illegittimo, arbitrario, prevaricatore. Ma, paradossalmente, solo lo
stato con le sue leggi può garantire il carattere non statale dell'istruzione.
Può garantire l'autonomia della conoscenza dal potere politico che così, di
quest'ultimo, può divenire, al tempo stesso, giudice e fondamento, critica e
legittimazione. La sfera pubblica non è il bene comune, ma quel luogo nel quale
del bene comune si può giudicare e, così facendo, produrlo.
Ma Condorcet si guarda bene dal concedere allo stato il monopolio
dell'istruzione. All'istruzione privata deve essere consentito di competere con
quella pubblica, come alternativa, stimolo e termine di paragone. Ma non si può
affidare all'interesse particolare, a una libera scelta, a una valutazione
contingente di opportunità, il compito di assicurare ciò che sta a fondamento
stesso del vivere collettivo secondo ragione, né la dimensione egualitaria che
necessariamente gli si accompagna.
Ma se il potere pubblico non può delegare né alla famiglia, né all'iniziativa
dei privati un elemento che è costitutivo della possibilità stessa di una
Repubblica, quale l'istruzione, esso dovrà nondimeno accettare, nella sua
configurazione, il condizionamento e in parte la guida di quei settori della
società che producono, conservano e accrescono autonomamente il sapere. Di
quella che oggi chiameremmo la comunità scientifica. Il potere pubblico non
produce sapere, né è in grado di giudicarne la verità o l'importanza, di valutare
le competenze e i talenti. Questo compito spetta allora alla comunità degli
studiosi.
(...) E' l'idea di un sapere prodotto collettivamente e fruito pubblicamente,
fondato su una verità che altro non è se non l'autonomia della conoscenza,
sottoposta a un processo ininterrotto di verifica. Il sapere, insomma, è il
bene comune per eccellenza, il linguaggio razionale della collettività. E
l'istruzione pubblica è lo strumento che ne fornisce l'accesso, rendendolo così
effettivo. Nulla di più lontano e confliggente non solo con il catechismo
statalista dell'«educazione nazionale», ma anche con quell'idea di proprietà
intellettuale che presiede l'attuale corsa alla recinzione del sapere e la sua
generale riduzione a merce. La proprietà intellettuale contraddice infatti fin
nei fondamenti il concetto e la possibilità stessa dell'istruzione pubblica,
poiché questa non può che poggiare sull'idea del sapere come bene comune
inalienabile e universalmente accessibile, non in conseguenza di un principio
morale, ma in quanto condizione materiale della convivenza civile.
Ma se il libero operare dell'intelligenza collettiva deve distinguersi senza
ambiguità dallo stato ed essere al riparo dai suoi precetti, altrettanto deve
distinguersi dal mercato ed essere sottratto alle sue leggi e ai suoi
condizionamenti. (...)
L'autonomia dell'intelligenza collettiva, tanto dallo stato quanto dal mercato,
ha inoltre un altro compito decisivo: preservare quelle attività e quelle
conoscenze che non rivestono nell'immediato un interesse evidente, che non
suscitano appetiti, né promettono una facile notorietà. (...) Ciò che sembrava
ragionevolmente evidente a un accademico di fine Settecento, non lo è
altrettanto per quei riformatori del presente che nel ricondurre la ricerca
all'interesse contingente del mercato e ai bisogni di competitività delle
imprese vedono la panacea di tutti i mali e la condizione di qualsiasi
sviluppo. Con tanta maggiore cecità quanto più si fa imprevedibile il continuo
rivoluzionamento del mercato.
Se il sapere è un tessuto relazionale, un bene comune inappropriabile e dunque
incompatibile con i meccanismi del mercato, la sua diffusione generale, ossia
l'istruzione pubblica, è altrettanto poco riconducibile a questi stessi
meccanismi. Di più, di essa si deve dire che comporta una «diseconomia», una
eccedenza rispetto a ciò che può essere ritenuto immediatamente necessario per
conseguire un risultato previsto e determinato. (...) Che i soggetti non si
risolvano nella loro professione, nella loro posizione sociale, che si trovino
in uno stato di perenne tensione con il ruolo che son chiamati a ricoprire,
grazie a quel «di più» di consapevolezza che l'istruzione può offrire, è una
condizione imprescindibile di qualsiasi politica democratica. (...) Condorcet
mantiene salda una idea di istruzione pubblica che non solo eccede le
cognizioni pratiche richieste dal lavoro, ma anche i bisogni della società più
in generale, per garantire la formazione di quei soggetti autonomi (e
individuali), capaci di esercitare un giudizio razionale, che soli avrebbero
potuto dare vita e senso alla Repubblica.
(...) Mai l'istruzione pubblica deve essere orientata a impartire le nozioni
strettamente necessarie a svolgere un insieme determinato di mansioni. Ogni
singolo deve possedere un sapere maggiore di quello richiesto dalla sua
funzione produttiva e tradizionalmente concesso alla sua condizione sociale.
Così, nel descrivere i criteri da adottare nell'insegnamento della medicina
(che egli intende aprire alle donne), Condorcet polemizza con chi «pretende
esser meglio che un'infermiera sia ignorante, perché allora essa si limita
all'esecuzione meccanica degli ordini di un medico». «Ma io - conclude - non ho
veduto ancora che l'ignoranza preservi dalla presunzione». Mentre ha ben visto
invece che «questo sistema di tenere nell'ignoranza chi non deve che eseguire,
allo scopo di trovare in lui uno strumento più docile, è comune a tutti i
tiranni che non vogliono cooperatori, ma schiavi...». L'eccedenza di sapere è
dunque necessaria non solo perché la facoltà di giudizio dei singoli (che ne
costituisce la qualità politica decisiva) non sia soffocata nell'orizzonte
ristretto della loro occupazione produttiva, ma anche perché questa occupazione
stessa non si configuri come una condizione di schiavitù, bensì come un
processo di cooperazione capace di evolversi. In questa eccedenza necessaria
risiede quella che io chiamerei la natura «diseconomica» dell'istruzione.
(...) Il suo intento consisteva essenzialmente nel valorizzare quel divario tra
funzione produttiva e sapere, tra ruolo e persona, che doveva opporsi alla
formazione di una aristocrazia non già dei talenti, ma delle professioni.
Eguaglianza e diffusione del sapere si ponevano, per l'autore delle «Cinque
memorie» in un rapporto di reciproca necessità, che il potere pubblico solo
poteva garantire, a patto di non lederne l'autonomia.
Il progetto di Istruzione pubblica, promosso da Condorcet, costituisce in
realtà un'idea e un progetto complessivo di società. Una visione d'insieme che
tocca tutte le questioni nodali della filosofia politica del suo tempo e oltre.
Non c'è da meravigliarsi che il gruppo dirigente giacobino lo respingesse e lo
combattesse con tanta veemenza. L'istruzione pubblica proposta nelle «Cinque
memorie» aveva infatti indicato, spingendo lo sguardo molto oltre il suo tempo,
uno spazio e un interlocutore che non era né il bourgeois, né il citoyen. Al
primo sarebbe bastato il sapere utilitaristico dei mestieri e delle scienze
applicate. Al secondo l'insegnamento delle leggi e dei principii morali, l'amor
patrio e il talento retorico. Al soggetto scisso della modernità borghese
un'opportuna miscela dei due. Diversamente, quella dimensione pubblica che
Condorcet chiama in causa attraverso l'istruzione, getta lo scompiglio in
questa partizione, facendola attraversare da un'istanza critica che intende
giudicarne le pretese e le regole. Questa sfera pubblica che non è stato e non
è mercato, che non è interesse particolare né «volontà generale», sono appunto
i «lumi» intesi come intelletto generale della società, come intelligenza
collettiva nel suo vivo operare e nel suo agire di concerto e, nello stesso
tempo, come facoltà che appartiene a ogni singolo. Né il dispotismo, né
l'interesse particolare possono essere rischiarati dai lumi che ne costitiscono
anzi la negazione. Questa sfera non si colloca, infatti, pacificamente al
fianco delle altre, lasciandone indenni prerogative e privilegi. Essa
costituisce la premessa e la condizione di una nuova politica repubblicana, non
statalista, non liberista. . |