![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 SETTEMBRE 2002 |
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In
un'epoca come la presente, segnata da importanti dibattiti sul deperimento
dello Stato moderno, la lezione di Thomas Jefferson (1743-1826) mostra una
straordinaria vitalità. E' per questo da accogliere con soddisfazione la
recente monografia di Luigi Marco Bassani ("Thomas Jefferson. Un profilo
intellettuale", Guida, Napoli 2002, pagg. 200 €11,50), che ha soprattutto
il merito di evidenziare come Jefferson rappresenti un costante punto di
riferimento nei dibattiti teorici del liberalismo d'Oltreoceano.
La
teoria jeffersoniana, in effetti, va sempre collegata a un'ispirazione politica
individualista. Il padre
dell'indipendenza americana propugnava una concezione della libertà che oggi
viene detta negativa e che,
difendendo il mercato come luogo di incontro di libere volontà, cercava in
primo luogo la minimizzazione della coercizione.
L'attenta
analisi biografica e l'accurato lavoro interpretativo di Bassani smontano pure
le tesi di quanti hanno voluto vedere in Jefferson un antesignano del moderno welfare state. Al contrario, tutta l'esperienza intellettuale dell'autore
della Dichiarazione d'indipendenza è radicata
nel liberalismo lockiano. E il nesso
evidente tra diritti individuali, proprietà privata e difesa della libertà dei
singoli stati federati offre un'altra solida ragione all'interpretazione di
Jefferson quale classical liberal. L'uomo che emerge da queste pagine,
allora, è un rivoluzionario che fatica a dismettere questi panni anche quando -
circondato da una generale venerazione - assurge alle cariche più alte delle
istituzioni dei suo Paese.
D'altra
parte, ricostruire la vita di Jefferson vuol dire mettere sotto i riflettori un
successo personale che ha avuto pochi paragoni nella storia. Egli fu governatore della Virginia,
ambasciatore in Francia, vice-presidente e poi presidente degli Stati Uniti
(dal 1801 al 1809). Nella parte
conclusiva della sua esistenza diventò instancabile organizzatore
dell'Università della Virginia, in cui vide il compimento di molte battaglie a
difesa della libertà di pensiero.
Illuminista
e rivoluzionario, in ogni caso, Jefferson lo rimase per tutta la propria,
esistenza, conclusasi in pieno Ottocento.
Molto nota, in questo senso, è quella tesi secondo la quale ogni
generazione ha il pieno diritto di darsi regole e autorità del tutto
nuove. Poiché gli uomini nascono
liberi, gli americani di domani devono sempre poter disporre della facoltà di
elaborare di nuovo (ex nihilo) quel patto che hanno sottoscritto al termine
della loro lotta contro le armate di re Giorgio. Una generazione non deve poter far valere su quelle successive la
propria volontà: le mani dei morti non possono tracciare il cammino dei vivi. E questo rende ogni costituzione sempre
emendabile. E' la superiore autorità
del diritto naturale che apre la strada a tale perenne relativizzazione degli ordini legali, che sono
rispettabili solo se si pongono costantemente in discussione, poiché «nulla è
immutabile tranne i diritti dell'uomo».
Come
Bassani evidenzia, la teoria politica di Jefferson interpreta con vigore tre
grandi temi della tradizione liberale americana: la salvaguardia dei diritti
naturali individuali (intesi essenzialmente come diritti di proprietà), la
difesa del "pluralismo degli Stati" (ovvero di un ordine politico che
vede i governi competere tra loro in piena autonomia) e la valorízzazíone
dell'opposizione politica quale garanzia di libertà e stimolo al rinnovamento
delle pratiche di governo.
Ce n'è a sufficienza per fare di Jefferson, ancora oggi, un autore autenticamente "sovversivo" e degno della massima attenzione.