![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 SETTEMBRE 2002 |
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A
vent'anni dal celebre «L'uomo neuronale» esce in Francia «L'Homme de verité»
Il grande
scienziato e filosofo (Changeux), allievo di Jacques Monod, tenta un originale
spiegazione biologica del linguaggio, della morale, della coscienza e di tutto
l'apparato percettivo e conoscitivo
Nel
cervello una lotta per l'esistenza tra
le diverse connessioni neurali
Nel
corso dell'ultimo anno c'è stata una ripresa di attenzione per gli avanzamenti
nel campo delle neuroscienze. Concluso,
almeno sul piano dell'interesse mediatico, il Progetto Genoma Umano, ritorna in
auge l'ambizione di ricondurre a stati del cervello i comportamenti umani più
complessi. Negli ultimi mesi, una serie
di convegni ha rilanciato a vari livelli le sfide neuroscientifiche. Tra questi uno organizzato nel maggio scorso
dalla Dana Foundation e dalla Stanford University sulla «neuroetica»: il
neologismo è stato proposto per definire sia le particolari dimensioni etiche
della ricerca sperimentale in campo neuroscientifico, sia i sempre più numerosi
studi sulle basi biologiche dell'agire morale dell'uomo.
Jean-Pierre
Changeux ha probabilmente riflettuto sulle implicazioni filosofiche, etico
sociali e culturali in genere delle conoscenze neuroscientifiche più di
chiunque altro. Allievo di Jacques
Monod, artefice di studi sperimentali sulle strutture recettoriali che ben
meriterebbero un Nobel, ma anche famoso per la vastità unica di interessi che
spaziano dalla linguistica alla storia dell'arte alla filosofia all'etica (è
stato presidente del Comitato francese per la bioetica), Changeux ha scritto, a
quasi vent'anni dall'Uomo neuronale, un
eccellente compendio di neurofilosofia («L'homme de vérité», éditions Odile
Jacob, Paris 2002, pagg. 448, euro 26,00)
Di
un genere diverso dalla neurofilosofia di tradizione analitica anglosassone,
che sulla scia della Churchland cerca di definire le condizioni formali per
ricondurre le teorie e i problemi della psicologia, alla neurobiologia. Changeux si ricollega esplicitamente alla
tradizione del materialismo, e l'idea guida del saggio è che il nostro cervello
è un «apparato di verità». Cioè un
sistema materiale, frutto dell'evoluzione, biologica, la cui organizzazione
anatomica e la cui fisiologia consentono all'individuo, e in seconda istanza
alla società di elaborare rappresentazioni della realtà conformi a come questa
è effettivamente.
Come
Bachelard, Changeux pensa che la scienza non abbia la filosofia che
merita. Ed è difficile non dargli
ragione. Le coordinate teoriche e scientifiche per formulare una visione
materialistica delle basi materiali del pensiero e della cultura, proposte da
Changeux, insistono, diversamente dalla tradizione del materialismo ingenuo,
non sulla natura della materia di cui il cervello è fatto, ma
sull'organizzazione che tale materia assume.
Dal livello molecolare, per salire a quello cellulare e quindi alla
struttura gerarchica di aree funzionalmente specializzate e alla loro
integrazione funzionale attraverso scambi paralleli e continui di segnali.
L'idea
su cui si incardina il libro è che il cervello riesce a produrre conoscenze
adeguate in quanto funziona in modo analogo alle popolazioni biologiche o al
sistema immunitario, che riescono a rispondere adattativamente alle novità
ambientali costruendo repertori di variazioni individuali che vengono
selezionati dal confronto con l'ambiente.
Anche il cervello manifesta attività spontanee a diversi livelli della
sua organizzazione anatomo-funzionale, e verosimilmente avviene una «lotta per
esistenza tra le connessioni neurali» deputate a diversi compiti cognitivi. In
pratica, il nostro sistema nervoso costruisce spontaneamente delle
pre-rappresentazioni, ovvero dei
repertori di attività neurali che prefigurano delle potenzialità cognitive da
mettere alla prova, per selezione, dell'esperienza. Riprendendo l'idea wittgensteiniana dei giochi di linguaggio»,
Changeux definisce «giochi cognitivi» le pre-rappresentazioni, in quanto si
tratta di ipotesi spontanee», che ai primi stadi di sviluppo precedono
l'apprendimento del linguaggio, prodotte come forma di attività esplorativa
fondamentale del cervello e messe alla prova dell'esperienza per tentativi ed eliminazione dell'errore.
Sulla base di questo
modello selezionistico o darwiniano, a cui Changeux lavora per definirne i
correlati fisiologici da oltre trent'anni, vengono affrontati nel libro i
problemi dell'origine evolutiva e delle basi neurobiologiche della memoria e
dell'apprendimento, della coscienza individuale e sociale, del linguaggio,
della morale e della cultura.
L'evoluzione biologica ha sfruttato a diversi livelli funzionali il
meccanismo della selezione all'interno di repertori di strutture neuronali,
mettendo a punto anche delle strutture definite che creano «spazi di lavoro»,
la coscienza, in cui confluiscono, vengono integrati e valutati i dati
elaborati selettivamente per
esempio dai sistemi percettivi,
mnestici, motori, attenzionali e di ricompensa. Con l'emergere
e
lo sviluppo del linguaggio, il cui apprendimento è anch'esso mediato
neurobiologicamente da processi selettivi, e quindi con l'uso culturale dei
simboli il cervello è andato al di là dei «giochi cognitivi», creando le
condizioni per una verifica non più solo individuale ma anche interpersonale e
sociale della validità delle conoscenze. Inoltre, la mediazione comunicativa ha
prodotto l'emergere di «regole epigenetiche» selezionate culturalmente in grado
di organizzare e potenziare
l'efficacia cognitiva di operazioni innate, come quelle del calcolo.
Changeux,
come altri neurobiologi ed epistemologi tra cui Gerald Edelman, pensa che la
logica funzionale dei sistemi fisiologici in grado di apprendere
dall'esperienza sia darwiniana. Ovvero
che non esistono meccanismi adattativi di tipo istruttivo o lamarckiano in
biologia. La qual cosa, per il
neurobiologo francese, assume un senso filosofico profondo. Egli ritiene, infatti, che il punto di vista
secessionistico o darwiniano rappresenti una teoria adattativamente migliore
del modo in cui funzionano gli apparati di verità, rispetto alle teorie della
conoscenza innatiste ed empiriste. Una
teoria che, peraltro, del razionalismo mantiene l'idea di un «generatore
interno di diversità», che attraverso un processo combinatorio crea repertori
di potenzialità cognitive. E che
dall'empirismo ricava il «meccanismo di selezione», che conserva o rigetta
certe combinazioni a fronte di una valutazione basata su segnali provenienti
dall'interno dell'organismo stesso o dal mondo esterno.
Changeux conferma in questo libro di aderire a una concezione evoluzionistica dell'epistemologia. Peraltro ben più coerente di quella popperiana. E fa piacere, in tempi dì isteria tecnofobica, leggere pagine che, a partire da una prospettiva filosofica tutt'altro che ingenua, difendono con forza la tesi che solo nell'ambito di un approccio scientifico si possono dare le condizioni di libertà in grado dì consentire una verifica della validità delle nuove conoscenze e delle nuove tecniche biogenetiche, messe a punto dall'uomo nella sua incessante attività volta a migliorare le proprie condizioni materiali d'esistenza.