RASSEGNA STAMPA

22 SETTEMBRE 2002
HANNA ARENDT
Profughi Quello che la storia moderna ha ignorato del loro dramma

Il testo qui riportato è uscito alla fine del 1944 sulla rivista degli esiliati ebrei tedeschi "Aufbau".

Gli apolidi sono il fenomeno più nuovo della storia moderna.  Nati dalle enormi file dei profughi che dalla rivoluzione russa hanno incessantemente modificato la carta demografica d'Europa, essi sono per intanto il prodotto più vistoso di trent'anni di conflitti e guerre civili europee.

Volontariamente o involontariamente essi sono usciti dalla vecchia trinità popolo-Stato-territorio che ha costituito la solida base della nazione, e hanno diffuso per tutta l'Europa gruppi etnici misti, stabilitisi disordinatamente, che hanno reso l'Europa orientale così insicura e i nuovi stati nazionali fondati a Versailles così poco vitali.  Essi mettono i politici di questa guerra e della pace futura di fronte a un problema simile, solo molto più difficile, a quello delle minoranze alla fine della scorsa

guerra; perché essi si trovano, politicamente, socialmente e giuridicamente, in un vuoto che cresce di continuo, che non viene colmato dalla legislazione nazionale degli stati e che, se viene lasciato al di fuori della legge, non può non scuotere pesantemente la struttura dello Stato nazionale.

Né il diritto di asilo, che si è sempre indirizzato solo ai singoli e non può tenere bene in conto le migrazioni di popoli, né la naturalizzazione, prevista solo come caso limite ed eccezionale negli stati che non si fondano sull'immaginazione, sono in grado di dominare il fenomeno.  Nessuna riconferma, per quanto solenne, dei diritti dell'uomo, finalizzati solo alla difesa dell'individuo dagli abusi del potere pubblico, li proteggerà effettivamente o potrà procurar loro diritti positivi.  Infatti essi non entrano in scena come individui ma come gruppi di popolo compatti, e sono oggetto di attacchi e persecuzioni non come individui, ma come membri di popoli o come frammenti di popolo che vivono senza tutela statale.

Inutilmente negli ultimi tempi James G. McDonald, l'ex alto commissario per i profughi alla Società delle Nazioni, e con lui tutti gli esperti nella questione, molti assistenti sociali e le più diverse corporazioni ebraiche, hanno messo in guardia dall'ignorare semplicemente la questione dei profughi alle conferenze internazionali.  Provvisoriamente si sembra decisi a rimettere di volta in volta la cura dei profughi, la questione del loro status presente e futuro, ai governi europei che si stanno formando e ad evitare una soluzione complessiva.

E per quanto poco per il momento si sia deciso sul destino dei profughi, altrettanto chiaramente si affermano però già certe tendenze che indicano che la fine della guerra non eliminerà mai automaticamente lo stato di illegalità e anarchia nel quale vegetano molto migliaia di persone

da più di vent'anni, altre da più di dieci anni e altre ancora, coloro per esempio che appartengono all'esercito regolare spagnolo, da più di sei anni.

Il maggior pericolo che essi corrono è paradossalmente la normalizzazione: perché durante la battaglia contro il fascismo tedesco essi hanno trovato posto tra i partigiani in formazioni chiuse; nell'illegalità generale essi sono diventati legali e hanno potuto dividere destino e fama della battaglia generale contro il fascismo.  Ma non appena De Gaulle rese pubblicamente onore alla resistenza spagnola in una grande manifestazione a Tolosa, decorandola per i suoi meriti nella liberazione dalla Francia, già l'esercito francese ordinava agli stessi spagnoli, che non godevano di nessuna protezione consolare ed erano da considerare apolidi, di mettersi a disposizione o della Legione straniera o dei lavori forzati.  E nemmeno il movimento di resistenza e il suo senso dell'onore e della solidarietà in Francia sono così forti da impedire che questa ordinanza

possa essere attuata.  Ma alle centinaia di migliaia di ebrei stranieri che hanno combattuto sotto la bandiera bianco-azzurra per la liberazione della Francia è già stato vietato di prendere parte con la propria bandiera alla parata per l'armistizio dell'11 novembre.

La tendenza a ignorare, semplicemente, l'esistenza dei profughi nelle trattative internazionali ha avuto per il momento come conseguenza che la United Nations War Crimes Commission non riconosce come crimini di guerra i crimini commessi nei confronti degli ebrei di nazionalità diversa da quella degli alleati.  Ciò significa che l'uccisione di ebrei tedeschi, ungheresi, rumeni, austriaci e altri resterà impunita, e che si conferma a questi ebrei anche nella morte che essi sono e rimangono selvaggina libera.  Ci sono volute trattative più difficili e lunghe per ottenere che la UNRRA si preoccupasse degli ebrei di nazionalità nemica; anche questo risultato è unicamente un compromesso tra la buona volontà dei partecipanti e il principio immutato di considerare gli ebrei come cittadini dei paesi che tentavano ancora di sterminarli.  Il governo belga ha già ristampato la scritta «di nazionalità tedesca» sui documenti di identità dei profughi ebrei-tedeschi che vivono ancora sul suo territorio, giuridicamente privati addirittura della cittadinanza.  L'International Migration Service pensa innanzitutto a rimpatriare e dichiarare espressamente che tra i suoi compiti più difficili ci sarà quello di «far capire, a gente che ha paura a tornare nei paesi dove ha sofferto tanto, che sarà al sicuro».  E tutto ciò che l'International Migration Committee of Refugee Professional Workers del governo svizzero ha avuto da proporre per la soluzione del problema dei profughi, è stata la richiesta di concedere ai profughi un periodo di aspettativa durante il quale essi potessero prepararsi professionalmente al rientro nella vecchia patria - che per lo più avevano lasciato da più di dieci anni.  Nel senso degli attuali accordi giuridici internazionali tutti i tentativi di risolvere il problema degli apolidi vanno a finire nello sforzo di tornare a rendere i profughi passibili di deportazione.  Questo è anche il vero motivo per cui finora non si è riusciti, nonostante i molti sforzi delle organizzazioni ebraiche e nonostante la buona volontà da parte dei governi alleati, a imporre un riconoscimento intereuropeo del popolo ebraico.  Un tale riconoscimento, che non terrebbe conto delle precedenti nazionalità, renderebbe gli ebrei, rimasti allora senza alcuna protezione nazionale, passibili di deportazione.  Esso escluderebbe quasi automaticamente la deportazione di ebrei stranieri o la renderebbe quanto meno molto difficile - se si deve considerare la Palestina come «paese della deportazione».

L'unica difficoltà del problema dei profughi e degli apolidi consiste nel fatto di essere assolutamente insolubile entro la vecchia organizzazione nazionale dei popoli.  Gli apolidi indicano anzi la crisi dello Stato nazionale più chiaramente di qualsiasi altra cosa.  E non si verrà a capo di questa crisi accumulando ingiustizia su ingiustizia solo per ristabilire un ordine che non corrisponde né alla coscienza del diritto moderna né alle moderne condizioni di convivenza dei popoli.
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