RASSEGNA STAMPA

22 SETTEMBRE 2002
UGO LEONZIO
La nostra lotta contro il grande nulla

Filosofi, psicoanalisti, archeologi., così tentiamo renderlo «accettabile»

La morte è uno specchio, rimanda infatti solo l'immagine di chi lo guarda.  Per il resto è impenetrabile.  Se 16 si volta non si trova che un muro screpolato o una cornice di legno, insomma, niente.  Tutti quelli che hanno cercato di capire il significato finale del morire sono morti senza aver neppure scalfito la superficie di questo non tanto enigmatico aspetto della vita.  Morire significa essenzialmente mutare, cambiare.  Un organismo che prima cessa di funzionare in un modo che conosciamo.  Questo cambiamento è il confine che chiamiamo morte.  Qualsiasi cambiamento porta con sé una forma di morte.  Quello che prima non c'era adesso appare e quello che c'era già lascia il suo posto e scompare.  Un fiore sboccia, una foglia cade.  Entrambi sono sintomi di morte.  E la legge fondamentale di questo universo, la dispersione incessante dell'energia, il passaggio dall'ordine al disordine e attraverso quella forma paurosa di armonia che chiamiamo impermanenza.  Questo sfuggevole scomparire ci offre l'emozione della bellezza, il senso del tempo, l'abissale precarietà dei nostri sentimenti che corrono e si disfano come nubi al tramonto.

Il rovescio della morte è l'eternità.  Ma quale eternità?  Non i paradisi, o gli inferni, perché entrambi sono immersi nella corrente del tempo e della metamorfosi.  E sappiamo che ogni metamorfosi alimenta la morte.  L'eternità, dunque, deve essere immobile, fuori dal tempo, senza alcuna forma possibile di mutamento.  Niente vi può nascere, niente vi si può sviluppare.  Neppure la percezione, il godimento o il dolore, possibili solo se transitori, possono aspirare all'eternità.  L'eternità è la vera morte, il grande Nulla dove non c'è posto per l'uomo ma, forse, solo per un Dio senza volto e senza nome.  Nello Zohar, il vertice della mistica ebraica, Dio è appunto l'En Soph, il Nulla senza fine.  A questo punto non ci sarebbe più niente da aggiungere.  La morte è la sola condizione della vita.  Ma è una caratteristica della mente progettare qualcosa che non può essere realizzato o porre domande per le quali non è prevista alcuna risposta.  Affrontare l'incomprensibile è il solo alimento che sviluppa l'intelligenza e la coscienza e le rende necessarie.  Vediamo bene che niente è più semplice, razionale e ordinato della morte ma la mente, l'Io con cui noi ci identifichiamo e parliamo non lo può accettare.  Nascere significa anche sentirsi immortali, avere la sensazione dell'immortalità.  Per questo l'uomo ha sempre cercato di lottare con la morte, di svelare un mistero che probabilmente esiste solo per consolarci della perdita finale.

Tre libri sono usciti, quasi contemporaneamente, per dare un volto all'enigma e renderlo in qualche modo accessibile.  Il primo è la ristampa di un classico, L'uomo e la morte di Edgar Morin, seguito da Il limite dell'esistenza di Franco De Masi, psicanalista, e da La morte come tema culturale di Jan Assmann, famoso egittologo.

Pubblicato per la prima volta una cinquantina di anni fa, il libro di Morin mescola giudiziosamente filosofia, psicoanalisi, antropologia in un cocktail polveroso che ci mostra la fragilità di qualsiasi riflessione «umanistica» sul fenomeno della morte e la velocità di invecchiamento di quel linguaggio.  Il fascino del libro di Morin ricorda questi antichi filmati di esploratori dispersi tra giungle e deserti in un turbinio di frecce, aborigeni e caschi di sughero.  Oggi la biologia e la fisica hanno retrocesso quel linguaggio e quelle immagini a una forma di buffa archeologia e non perché sulla morte se ne sappia di più ma perché l'immaginario è cambiato e la scienza usa altre parole.  La morte non ha più niente di umanistico ma è un fenomeno invisibile i cui protagonisti sono le cellule e il microcosmo.

Dico una banalità ricordando che, dopo la morte di Freud, la psicoanalisi si è smarrita nel giardino pietrificato del suo stesso inconscio ma il libro di De Masi non fa che confermarlo, dal momento che per affrontare il fenomeno della morte deve ancorarsi intorno a quella sfinge chiamata «impulso di morte» cioè il nostro inconscio desiderio di scomparire, di tornare al mondo inorganico.  Dato che l'Io era, per Freud, essenzialmente corporeo, ciò significa che la morte è scritta non solo dentro le nostre cellule ma è una componente fondamentale della nostra mente.  L'impulso di morte è un'intuizione profonda e inquietante soprattutto alla luce delle più recenti ricerche sul suicidio cellulare.

Infine, il libro del grande Jan Assman sugli Egizi riapre l'intramontabile palcoscenico sui riti e sui misteri.  A meno di una scoperta sensazionale di una biblioteca segreta di papiri nel cuore della Sfinge, di una nuova datazione delle Piramidi o di segreti atomici e astronomici nelle viscere di Eliopolis, l'egittologia sembra definitivamente passata tra le braccia della fanta archeologia dove insaziabili divoratori di best seller hanno commerci intimi con i Faraoni del tutto impensabili per i severi docenti della Ruprechts-Karls-Universitat di Heidelbereg.  Insomma, osserviamo la morte, anche alla luce, di questi libri, di questi studi.

Essa riflette come in uno specchio il nostro volto.  Noi siamo la morte, ecco tutto.  La morte è la storia dell'immaginazione umana e tra queste immagini quale ci accompagnerà meglio di quella sussurrata nel Voyage dai versi di Charles Baudelaire: «O Mort, vieux capitaine, il est temps! levons l'ancre ... »?
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