![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 SETTEMBRE 2002 |
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Intervista con Stefano Zecchi sulla
festa della filosofia che si svolge in questi giorni a Modena: «Atmosfera
nazionalpopolare e rétro»
«Curioso che parlino della bellezza: la
sinistra l'ha sempre definita antimoderna»
Nella
comunicazione radiofonica, una voce suadente, femminile e flautata recita: «Il
bello è solo l'inizio dei tremendo, Rilke.
La bellezza è il dono di Dio, Aristotele. La grazie è la bellezza in movimento, Lessing». Chi ascolta è incerto se la signorina stia
citando dalle pagine di un libro o dalle cartine nascoste nell'involto dei
cioccolatini. Legge invece da un sito
Internet, quello del modenese Festival della filosofia che, all'indirizzo
www.festivalfilosofia.it, elenca oltre settanta motti ispirati alla più
effimera delle virtù. i motti sono ubicati subito dopo l'elenco delle vivande
offerte dai ristoranti dove in questo fine settimana, chi accoglierà l'invito
della suddetta brava annunciatrice, potrà sfamarsi. (Diamo un assaggio anche
del menù, che comprende erbazzone, gnocco fritto, ciccioli frolli e riso con
piccione).
Si
presenta golosa la seconda edizione della manifestazione che, dopo il successo
dell'anno scorso, rilancia sul tema della bellezza, l'invito a un festoso
appuntamento. Il Festival filosofia
2001 era intitolato alla felicità, quello del 2003 (è già ufficiale) alla
vita. Gli organizzatori, è evidente,
hanno puntato su quei motivi di riflessione che la filosofia sviluppa in quella
zona del pensiero che confina da una parte con la saggezza e con l'etica,
dall'altra con la più patetica banalità. Il luogo prescelto per l'evento è poi
quello più adatto per una (seppur filosofica) fiera: l'Emilia Romagna genuina,
cordiale e godereccia sa come accontentare i suoi ospiti. Ci sono le cene firmate (con la griffe di
Tullio Gregory) e appositamente dedicate: «Omaggio a Venere callipigia», «Bello
e buono per gli dei», «Bellezze volatili», «dorate». Ci sono concerti all'aperto, spettacoli teatrali, mostre d'arte, cacce
al tesoro per ragazzi, fiabe per bambini e, ovviamente, i sacerdoti del
pensiero.
Vere
star della festa sono i saggi, i sapienti e i professori che (in queste ore)
stanno pontificando dalle cattedre allestite per l'occasione nella ridente
provincia modenese, dislocate tra Carpi Sassuolo e il capoluogo. I più noti sono notissimi: Cacciari,
Galimberti, Vattimo, Bodei, Givone...
«Sono
proprio tutti quelli che hanno un atteggiamento superciglioso verso gli
strumenti dì comunicazione di massa» commenta Stefano Zecchi, che sulla
bellezza avrebbe avuto qualche cosa da dire, ma che a Modena (né a Carpi, né a
Sassuolo) non parlerà. «Disprezzano per esempio la televisione, che è invece un
mezzo fondamentale di cui andrebbero sfruttate le potenzialità. Costoro non disdegnano però lo stile di
comunicazione casereccio, nazionalpopolare e decisamente rétro che sembra
imperare in quel di Modena. Adottato,
oltretutto per dibattere cose che andrebbero dibattute in altro modo. Non è,
tutto. Uno sguardo all'elenco degli
oratori fa salire immediatamente all'occhio il tratto che li accomuna. Prevalentemente sono tutti nemici della
bellezza. Sarebbe insomma come fare un
congresso sul pensiero liberale dove vengono invitati i nemici del liberalismo,
o come invitare me a parlare di comunismo».
Liberali, comunisti: sia detto per
intenderci. Divisioni che valgono anche per la bellezza? E In che modo un tema come quello del bello
può acquisire (ha acquisito) una sfumatura ideologica e una coloritura politica?
«E' appunto quello
che è accaduto nella storia della filosofia.
Se c'è un motivo per cui, per tutto il Novecento, la bellezza è stata
sbeffeggiata e privata del suo spessore teorico è appunto quello ideologico. Nel XX secolo il bello è sempre stato
ritenuto antimoderno e, sul culto della forma, prevalgono gli sperimentalismì e
le sperimentazioni stilistiche. Queste
arti rifiutano la bellezza. La
considerano, da un lato, un patrimonio polveroso delle accademie e, dall'altro,
un retaggio classicistico superato.
Casomai, dal passato, la modernità recupera il sublime, e non il bello,
coniugandolo con il pensiero del nichilismo.
E' questa la ragione per cui Gianni Vattimo, nel suo percorso teorico,
non ha mai parlato di bellezza, quasi fosse una parola sconcia. Lo stesso vale per Cacciari, che di
"bello" non si è mai occupato neppure quando, da sindaco di Venezia,
non gliene mancava certo l'occasione».
Qual è allora, lei crede, la scuola
filosofica che fa capo alla bellezza?
«La
bellezza è la forma antinichilistica per eccellenza. E' un'idea che ha una
grande potenza di progettualità, una grande forza utopica. Non è un caso che abbia spesso portato anche
a una visione totalitaria allora la bellezza diventa la maschera che copre le
immagini reali delle dittature politiche.
Per questa ragione figure come Adorno e Benjamin hanno denunciato la
bellezza come la maschera che nasconde la verità. C'è invece un altro filone di pensiero che attraversa tutto il
Novecento occidentale (da Nietzsche a Heidegger) e che vede nella bellezza il
luogo dove la verità si disvela».
E sulla bella verità disvelata al
pubblico festivaliero di Modena, che operazione s'è fatta?
«Un'operazione
trasparente, che non esito a descrivere apertis
verbis. Il festival è organizzato
dai cattocomunisti della Fondazione San Carlo e dalle amministrazioni locali di
quella zona: tutte, mi risulta, di vecchio stampo stalinista. A dispetto di quello che è sempre stato un
punto di riferimento della cultura di sinistra ("la bellezza è
antimoderna"), si sono appropriati del tema e ne hanno fatto cosa
loro. Puntando anche sulla retorica del
coinvolgimento dei giovani che, pare, a queste iniziative, intervengono
entusiasti e numerosi. Ma è un falso
argomento: assistiamo infatti a un tipico esempio di disinformazione alla
maniera delle scuole di partito del Pci.
Certo, non mancano i nomi autorevoli, come quello di Hillmann, o di
Baumann. O dello stesso Bruno Forte, il teologo, che come studioso di Balthasar
è forse tra i meglio autorizzati a parlare di bellezza. Ma i grandi nomi hanno tutta l'aria della
ciliegina su una torta mal riuscita».
Assenze vistose?
«Manca del tutto il mitomodernismo, che (al grido: "facciamo dell'arte azione: la sua forma visibile sia la bellezza") sulla potenza salvifica del bello aveva giocato tutto. Perché non cercare nessuna testimonianza dì quella esperienza? Perché non invitare per esempio un poeta come Giuseppe Conte?».