![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 SETTEMBRE 2002 |
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Un saggio di Giovanni Gurisatti sul
pensatore tedesco: tra metafisica e corporeità
Gli
artisti lo sanno da sempre: i pittori di ritratti per vocazione, i narratori
per una naturale inclinazione all'intelligenza per immagini. Ne ha un ingenuo presagio persino il senso
comune, che lo annuncia con la proverbiale banalità degli «occhi specchio dell'anima». I filosofi ci sono arrivati più tardi. Buoni ultimi per tradizione: quelli
occidentali che, dalle origini e per plurisecolare convinzione, vogliono il
visibile solo «un'apparenza». E, per
corollario, il volto umano solo la maschera, il guscio, la buccia, la facciata
dietro cui si nasconde la verità profonda e autentica dell'anima.
Fino
a Schopenhauer. Finché lo
Schopenhauer consapevole fisionomo non ribalta il dualismo che tradizionalmente
opponeva l'anima al corpo, la res
cogitans alla res extensa, l'intelligenza
alla fisicità. Per affermare
risolutamente Il primato della volontà
sull'intelletto. E, per
conseguenza, del carattere individuale sulla ragione: dell'indole cioè che ci
appartiene dalla nascita e fino alla fine senza che ce la scegliamo. Non
possiamo deciderne le caratteristiche, ma è anzi questa a imprimere nel nostro
corpo, sul nostro volto, i tratti irripetibili del nostro modo di essere.
E
questa la lettura, convincente, e niente affatto peregrina, che dell'opera del
filosofo di Danzica propone Giovanni Gurisatti. In due testi diversi.
Anzitutto il lungo saggio Caratteriologia,
metafisica e saggezza. Lettura
fisiognomica di Schopenhauer (pagg. 366, euro 20, ed. Il Poligrafo:
049776986; poligrafo@tin.it). E l'adelphiano libello di Schopenhauer (Il primato della volontà, pagg. 228,
euro 9,50) di cui Gurisatti ha eseguito cura e traduzione.
Semplificando:
la volontà, oscura forza indisponibile e ingovernabile (al centro, guardacaso,
del capolavoro di Schopenhauer, Il mondo
come volontà e rappresentazione) trova per il filosofo nel corpo e nei suoi
movimenti un'espressione priva di mediazioni.
Un profilo, una postura, la maniera di un gesto esprimerebbero dunque un
senso metafisico profondo, più sinceramente delle astrazioni
dell'intelletto. L'ipotesi non va
respinta come irrazionalistica. Né va confusa con le tentazioni facilone e new age del «mostrami il naso che hai e
ti dirò chi sei»: tentativi maldestri di guadagnarsi oscure rivelazione a buon
mercato. La tesi ha invece una indubbia
dignità teoretica.
C'è
infatti un filone di pensiero che attraversa il Novecento della tradizione
filosofica «alta» e ha messo l'attenzione sul visibile nella prospettiva
rovesciata alla Schopenhauer. Spendendo
in molti casi proprio la parola fisiognomica.
Da Walter Benjamin a Ludwig Klaages, da Oswald Spengler a Hermann von
Keyserling, da Aby Warburg a Ernst Junger, da Rudolf Kassner a Georg Simmel,
una nutrita schiera di pensatori (tutti di matrice goethiana) hanno decisamente
restituito alla forma, del volto e del corpo il suo valore simbolico e il suo
immanente contenuto di verità.
Gurisatti, che è traduttore di Keyserling, curatore di Kassner, studioso di Benjamin e monografo di Schopenhauer (e, senza esagerazioni, tra i massimi esperti europei di fisiognomica), ha, incontrato ciascuno di questi filosofi sul proprio percorso teorico. La sua lettura di Schopenhauer (o la lettura dello stesso Schopenhauer) è un buon avvio a riappropriarsi della coerente verità del nostro volto.