![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 SETTEMBRE 2002 |
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"L'ottimismo
e la buona volontà sono caratteristiche ben note della personalità degli
scienziati. Tuttavia per il bene dell'umanità,
gli scienziati dovrebbero imparare a fondere il loro naturale ottimismo con un
maturo coinvolgimento nei problemi sociali che derivano dai progressi favoriti
dal loro ottimismo".
Nel volume
Biologia domani: Dr Jekyll o Mr Hyde? (Rubbettino, pagine 146), dove si legge
questa frase, "il curatore Jader Jacobelli, ha invitato una ventina di
scienziati, giornalisti, filosofi, medici a dare una risposta alla domanda se
sia moralmente lecito compiere tutto ciò che si può tecnicamente fare". Non diminuisce il rilievo della questione
l'evento per cui essa è risuonata numerose altre volte. Alcuni scienziati si mostrano responsabili,
altri direbbero volentieri: "Dateci fondi per ricercare e lasciateci lavorare
in pace".
Eppure anche
negli scienziati può annidarsi la dualità tra Dr. Jekyll e Mr. Hyde,
rappresentata nel famoso romanzo di Robert Louis Stevenson (quello dell'Isola
del Tesoro); sete di conoscenza e irresponsabilità possono coesistere. Il fatto
è che gli scienziati sono portatori di un bene di grande valore: la conoscenza,
che è sempre un fine buono e legittimo.
Allora bisogna in tutto e per tutto fidarsi degli scienziati? In loro vive solo il lato luminoso del Dr.
Jekyll e niente di Mr. Hyde, di modo che essi lavorano per il bene dell'umanità
e solo per questo?
Il problema
è ben più complesso, perché se è vero che la spinta a conoscere e l'etica della
conoscenza sono beni fondamentali, essi sono tutt'altro che sufficienti. L'etica della conoscenza non basta se ad
essa non si coordina un'etica ancor più fondamentale, che concerne l'uomo e la
vita umana. Chiariamo: se ogni
conoscenza è sempre buona, non è vero che ogni sua applicazione lo sia
parimenti. E' bene conoscere le grandi risorse energetiche racchiuse
nell'atomo, non certo sganciare una bomba atomica su cittadini innocenti. Qui è
l'impiego tecnico di una conoscenza, raggiunta in maniera irreprensibile, ad
essere immorale. Problema assai più
delicato è quando per perseguire il fine buono della conoscenza. si ricorre a
mezzi moralmente negativi: ad esempio alla distruzione di embrioni.
Il
riferimento all'embrione è tutt'altro che casuale. La lettura dei volumetto riconferma la straordinaria centralità
della questione dell'embrione umano, dei suo statuto, dell'inizio col
concepimento di una identità umana nuova.
Vorrei qui inserire una riflessione che da anni mi interpella.
Perché
"battezzare" come etica o bioetica la questione dell'embrione, quando
essa è fondamentalmente antropologica?
Non pochi problemi usualmente, ma scorrettamente chiamati bioetici sono
in realtà antropologici. Il che è
chiarissimo sul tema dell'embrione: nessuno sostiene che è lecito sopprimere un
essere umano innocente (problema morale).
Coloro che sono a favore dell'utilizzo e della soppressione dell'embrione
negano che esso sia un essere umano (problema antropologico). La bioetica è ricchissime di questioni
antropologiche e perfino ontologiche che vengono alquanto sbrigativamente
catalogate come morali. Si pensi al
giudizio. che ricorre qua e là nel volumetto, secondo cui non vi è niente di
naturale essendo il concetto di 'naturale' assolutamente culturale e
variabile. Il che è una bella
concessione al relativismo e l'abolizione del
limite tra naturale e artificiale.
Rimane comunque vero che il progresso Scientifico tanto solleva nuovi dilemmi morali, altrettanto ne risolve: esso ci turba con la clonazione umana, e intanto rende quasi teorico il caso dell'aborto terapeutico.