RASSEGNA STAMPA

14 SETTEMBRE 2002
REMO BODEI
Una ragionevole armonia

L'ideale di una società giusta in cui regni la concordia,  è irrinunciabile, almeno come idea regolativa

La convivenza civile è' ricca di progetti in contrasto tra loro. Alla politica il difficile compito di comporli

Negli affreschi sul Buon Governo dei Palazzo Pubblico di Siena Ambrogio Lorenzetti ha rappresentato  la virtù della concordia attraverso l'immagine di cittadini che sostengono insieme una corda. Per quanto la spiegazione etimologica sia evidentemente sbagliata (nel senso che il termine "concordia" viene da cor-cordis e indica il battito all'unisono dei cuori), la nozione di reggere la stessa corda rinvia alla partecipazione a un'impresa cui tutti sono legati  da un interesse comune.

La concordia, virtù "architettonica" per eccellenza, permette alla collettività di durare, di stare, di essere appunto "stato", evitandole di venir dilaniata dal conflitti esterni e dalla guerra civile.  Che la politica debba essere basata sull'armonia (termine che, nel greco antico, indicava originariamente l'incastro perfetto delle parti in legno che componevano l'intera nave), è una convinzione antica. Venne diffusa dai pitagorici, i quali la consideravano scienza suprema, in grado di imprimere alle vicissitudini umane e alla loro caducità il sigillo dell'eterno ordine cosmico. Si tratta di una visione della politica che ha goduto di uno straordinario favore (come si può constatare dall'immagine delle proporzioni del cosmo riprodotte mediante segmenti marmorei nel pavimento del Palazzo Ducale di Urbino) e che confluisce in età romana nella dichiarata superiorità della vita attiva sulla vita contemplativa e nel parallelo mito ciceroniano di un paradiso esclusivo per i politici situato nella Via Lattea, un ideale che orienterà persino la prassi rivoluzionaria di Saint Just.

Tali tradizioni, che si saldano tutte nella concezione della politica quale arte di governare gli stati secondo giustizia, ossia secondo giuste misure, non sono così ingenue da ignorare «il volto demoniaco del potere» o il peso della violenza nella storia.  Certo, non giungono come Agostino a marchiare d'infamia lo stato terreno, caratterizzato dalla libido dominandi e contrapposto alle celesti armonie della civitas Dei.  Non sostengono neppure - come accade nella filosofia politica moderna, da Machiavelli a Marx - il ruolo positivo svolto dai "tumulti", o dalla "lotta di classe".  E non condividono infine, alla maniera di Rousseau, la convinzione che il rimedio scaturisca dal male, per cui, rigenerandosi, «lo stato, incendiato dalle guerre civili, rinasce per coni dire dalle sue ceneri e ritrova il vigore della gioventù uscendo dalle braccia della morte».

L'esperienza dell'età moderna e le tragedie del Novecento hanno mostrato come la politica riesca difficilmente a essere "bella".  L'idea di armonia passa pertanto dalla sfera politica a quella economica, posta sotto il segno della spontaneità e dell'equilibrio automatico del mercato. Alla politica come concordia e arte di reggere gli stati secondo giustizia non resta che la proiezione nell'utopia, il desiderio di una perfezione irraggiungibile, oppure il miraggio di un'armonia che l'umanità redenta conseguirà un giorno in forma di «regno della libertà» o di «società senza classi».  Eppure, anche questo spostamento dell'armonia da una sfera all'altra non regge alle ragioni del conflitto.  Perché contrapporre diametralmente stato e mercato come se, fossero sinonimi, rispettivamente, di costrizione e libertà? E' chiaro che una moderna società senza stato non durerebbe più di quindici giorni e che, un'economia completamente dirigistica, come ha mostrato la storia recente, rischierebbe la stagnazione e la catastrofe.

Qualora non si voglia precipitare nella barbarie, l'ideale di una società giusta o bene ordinata è irrinunciabile almeno come idea regolativa.  Se la storia non va di per sé da nessuna parte e se il mercato non può essere autosufficiente, la politica deve ritrovare il suo spazio e la sua capacità di risolvere i problemi. E' forse vero che non si può sempre governare innocentemente e che è facile risultare immacolati quando non si assumono tremende responsabilità, quando non si ha il coraggio in situazioni eccezionali, come dice un personaggio di Sartre, di «affondare le mani sino al gomito nella sporcizia e nel sangue».  Ma, questo deve indurci a considerare l'agire politico come intrinsecamente sordido e brutto o non anche come tragico sforzo di rendere l'esistenza individuale collettiva meno penosa?

La politica è un'attività fragile perché ha a che fare con progetti umani, molteplici, variabili, in contrasto.  Non può scomparire, dato che non è stato trovato alcun altro modo di comporli.  Vi è oggi un grave ritardo della politica, che non riesce a tener dietro ai ritmi dell'economia globalizzata, dello sviluppo tecnicoscientifico e della crescita della popolazione mondiale.  L'aspra e severa bellezza della politica consiste nell'accettare le sfide, soppesando i pericoli, promuovendo diritti comuni e metabolizzando i conflitti con senso di responsabilità, ma ricordando anche, con Michael Walzer, che non vorremmo essere governati «da uomini che hanno perso le loro anime».

E' ancora possibile pensare a una società bene ordinata che non rinvii al futuro remoto la propria realizzazione e non si lasci irretire dal soffio regressivo di una comunità etnicamente e religiosamente compatta?  E, soprattutto, è possibile frenare la tendenza verso una società che miri a produrre uomini e donne d'allevamento? Se non avessimo almeno questa speranza, meglio sarebbe allora lasciare che le cose vadano alla deriva.
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