RASSEGNA STAMPA

13 SETTEMBRE 2002
ANTONELLA MARRONE
Che errore fare del bambino ammalato un «paziente»

Portare pìù umanesimo negli ospedali, in particolare quelli che si occupano di piccoli affetti da tumori.  Secondo l'oncologo pediatra Riccardo Riccardi basterebbe poco ...

Umanesimo, ovvero riportare alla sua centralità l'uomo, la sua dignità, la sua libertà.  Si è parlato di bambini e della loro «centralità», anche in caso di malattia, nel convegno «Universo minori: percorsi per un nuovo umanesimo», una lunga tavola rotonda di due giorni con interventi a carattere medico, filosofico, religioso, artistico promossa dall'associazione onlus «Ali di scorta», dall'Assessorato alle politiche sociali e promozione alla salute del comune di Roma e dalla Società di San Vincenzo de Paoli Consiglio Centrale dì Roma.

Bambini e malattia, allora, malattia «brutta» si direbbe, quella che è seconda causa di morte (dopo gli incidenti) tra i bambini tra 1 e 14 anni, il tumore e il tumore cerebrale in particolare.  In casi così, viene da pensare, il piccolo sarà certamente centrale, con la sua sofferenza, con l'angoscia della famiglia.  Invece, racconta il professor Riccardo Riccardi, primario della divisione di oncologia pediatrica del Policlinico Agostino Gemelli, di Roma, non è sempre così.  Anzi. «Se consideriamo i tre cardini dell'umanesimo, centralità, dignità e libertà dell'individuo, vediamo che, purtroppo, nel caso dei bambini siamo ancora lontani dal raggiungere questo obiettivo».

Come dire che le cure mediche, i medici non danno queste garanzie

«La medicina dovrebbe mettere il bambino al centro del percorso di guarigione, dalla diagnosi al trattamento fino al reinserimento nella vita normale.  Dovrebbe essere una medicina compatibìle con la libertà di "essere bambino", di andare a scuola, di giocare, di mantenere i contatti

con tutti i suoi cari.  Sarebbe auspicabile una medicina attenta alla privacy, al dolore fisico, al legame con i genitori e i fratelli, alla spiritualità, alla religione e al rapporto con la morte».

Come viene «negato» secondo la sua esperienza, questo umanesimo?

«Faccio solo qualche esempio.  Intanto ritenendo il piccolo un "paziente" e non un malato: mi sembra un paradosso chiedere pazienza a dei bambini che soffrono.  Inoltre il dolore in Italia è ritenuto sempre sopportabile e quindi si ha la tendenza a non cercare di lenirlo.  Non è un caso se nel nostro Paese il consumo di morfina è 1/10 rispetto al resto d'Europa.  Lei sa che spesso arrivano in ospedale bambini da soli che hanno fatto un viaggio in autoambulanza senza genitori?  Questo accade, perché i genitori non sono coperti da assicurazione e sono costretti a viaggiare al seguito sulla propria auto.  Inoltre l'ospedale è diventato luogo di accertamenti per cui per fare una risonanza magnetica ad un bambino, esame che richiede circa un'ora, è necessario un ricovero di 5 giorni, ovvero 10 pasti.  E mangiare in ospedale, sa... non è il massimo.  Potrei dirle che si svegliano i bambini alle due di notte per misurare la febbre, solo perché lo richiede una procedura d'ospedale.  Oppure che la cena è servita alle sei del pomeriggio e che quindi è ovvio che la sera, alle nove o alle dieci il bambino può avere nuovamente fame, ma non c'è niente da mangiare.  Non sono previste strutture dì assistenza per i genitori all'interno dei reparti: una piccola cucina, ad esempio, per preparare un po' di latte ... ».

Come potrebbe essere un ospedale. «modello» che ponga il piccolo malato al centro della cura e delle attenzioni?

«Credo che si possano fare alcune cose, importanti e poco onerose.  In primo luogo garantire una continuità scolastica attraverso un distaccamento della scuola statale in ospedale.  Inoltre è necessario rendere disponibile un buon supporto psicologico, sia alla famiglia che al bambino, per aiutare entrambi a superare l'impatto con tutti i problemi che la malattia comporta... Nel corso del ricovero è importante che il bambino ed i genitori possano disporre di spazi quali una terrazza attrezzata, un salotto in cui poter trascorrere parte del tempo guardando la tv o giocando e, per i bambini più grandi, l'accesso ad un laboratorio di informatica.  Proposte che spezzano la triste monotonia della vita in corsia.  Nella nostra Divisione siamo riusciti a realizzare questi obiettivi anche grazie alla disponibilità mostrata dal Policlinico Gemelli alle nostre richieste.  Sarebbe poi ideale poter ricoverare i bambini in stanze singole per permettere la presenza continua dei genitori».

Sembrano proposte irrealizzabili in un mondo in cui, come ha dimostrato questo convegno, i bambini e in genere i soggetti più deboli della società, sono senza tutela, poveri di relazioni e ben lontani dall'essere al centro delle politiche dei governi.

«Sono proposte che non richiedono grandi somme di denaro, ma una razionale riorganizzazione di spazi e risorse umane già disponibili.  L'adozione di queste semplici misure renderebbe più umano l'ospedale, metterebbe il bambino malato al centro dell'attività medica.  La riorganizzazione deve essere sempre però affiancata da una estrema attenzione a necessità del bambino e della sua famiglia da parte dei medici e delle infermiere. I bambini che soffrono negli ospedali hanno bisogno di tempo per comprendere e farsi comprendere.  Non possiamo passare su queste sofferenze come un rullo compressore pensando solo ai nostri tempi, adagiati su un'attitudine mentale che consuma tutto velocemente senza considerare quanto tempo occorre perché certi eventi della vita possano essere elaborati e compresi».
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