RASSEGNA STAMPA

13 SETTEMBRE 2002
DANIELE ABBIATI
Edgar Morin e l'immortale enigma della morte

«La morte ha falciato mia madre in un vagone ferroviario alla periferia di Parigi, ma a me l'hanno nascosto, raccontandomi che era partita per curarsi, che era andata a Vittel».  Chi lo ha scritto si chiama Edgar Morin ed è nato nella capitale francese da genitori ebrei sefarditi 81 anni fa.  L'«altro» Edgar Morin, filosofo, sociologo, comunista, poi comunista più che pentito, poi epistemologo e tanto altro ancora, di anni ne ha 71.  Era un bambino, infatti, quando, il 26 giugno 1931, insieme alla mamma, perse l'infanzia.  Quella bugia era, ovviamente, pietosa, ma è stata, per usare un termine psicoanalitico, «elaborata» in modo obliquo, trasversale.  La bugia, ai suoi occhi (lo capì ben presto, forse troppo presto...), detta per nascondere la tragedia, in realtà rivelò il senso della vita.  Che è semplicemente l'arte di dimenticare, mettere fra parentesi, la morte.  Le parole riportate sopra compaiono nella «quasi autobiografia» I miei demoni (ed.  Meltemi, 1999).  Suonano come l'esordio dell'esistenza culturale di Edgar Morin, il «la» a un concerto che dura da decine di libri e conferenze, articoli e interviste.  E di pensieri che ronzano incessanti come calabroni attorno a quella cellula primordiale.  Con serietà, costanza, profondità, rilevando tutti gli aspetti, compresi addirittura quelli comici, che la grande questione porta con sé.  Leggiamo in una nota di L'uomo e la morte (opportunamente riproposto ora dallo stesso editore, pagg. 362, euro 24»: «Al colloquio organizzato a New York nell'ottobre 1969 dal Salk Institute sui problemi umani relativi alla biologia rimasi davvero sorpreso nell'udire un giovane sociologo, Weiglinski, chiedere l'immediata costituzione di un Comitato per l'eliminazione della morte, senza che ciò suscitasse risate né alzate di spalle».  Siamo nell'ultimo capitolo dei libro, quello che Morin aggiunse nel 1970, aggiornando la prima edizione del 1951.  Perché un baldo giovane, valente studioso che durante la Resistenza ha assunto il cognome (Morin, appunto) della donna sposata nel '45 e che è già stato espulso dal partito, si dedica a un lavoro simile a soli trent'anni?  Perché ha già compreso che «occorre copernicizzare la morte, rovesciare l'ottica del nostro cannocchiale.  Il percorso della mia ricerca, dunque, non si limita a proporre una descrizione psicologica ma tenta di inaugurare una scienza totale che, sola, ci permetterà di conoscere a un tempo la morte per mezzo dell'uomo e l'uomo per mezzo della morte» (dalla Prefazione del '51).  La nuova scienza si chiama «antropologia genetica».  Beata gioventù, ottimista per natura e inclinazione personale, pia illusione di sconfiggere la Grande Nemica affrontandola in campo aperto.  Oltre, beninteso, a un già corposo spessore intellettuale.  Tutto ciò contiene il libro, esemplare percorso che lega filosofie e religioni, riti e quadri clinici, utopie e sorprendenti anticipazioni sul trapianto di organi o le manipolazioni genetiche.  Nella consapevolezza che la forza dell'uomo è anche la sua debolezza (e viceversa), in quanto, come dice Engels, «ogni progresso nello sviluppo organico è anche un regresso, poiché stabilisce uno sviluppo unilaterale ed esclude la possibilità di sviluppo in tutte le altre direzioni» o, detto in altri termini, «noi siamo come degli uomini che procedano su una nave in direzione opposta alla sua rotta» (Simmel). Non possiamo che trattare la morte da vivi, questo è il problema.  Il che ci può condurre all'ardita ipotesi: perché non fare il contrario, cioè trattare la vita da morti? accettare fin d'ora la fine e di lì ripartire?  Platone «il "miracolo" più perfetto della filosofia progressivo-regressiva», ed Hegel con il moto perpetuo della sua dialettica che tutto mastica, ingoia e digerisce, non ci hanno forse insegnato a uscire da noi stessi per rientrarvi sotto altre e non mentite spoglie?  In fondo «il filosofo è l'uomo non specializzato - vale a dire specializzato in ciò che vi è di più generale nell'uomo».  Soltanto l'arte, lascia intendere Morin, può superare la dicotomia morte-vita. La struggente riflessione di Socrate-. «Quante volte, o Critone, abbiamo desiderato dormire ... ». E Proust, foglia morta nella tormenta del ricordo: «Per molto tempo mi sono coricato presto la sera ... », con il bacio della mamma a scaldare ancora per un momento, un solo, interminabile momento, la pallida guancia.  E Tagore: «Il bimbo grida quando sua madre lo strappa dalla mammella destra, ma un istante dopo trova la propria consolazione alla mammella sinistra».  Come dire: la vita sia da una parte, la morte dall'altra, tutto qui.  Una terza mammella è il «mito moriniano dell'amortalità» (così lo stesso autore titola, con autoironia di fronte a cui è d'obbligo togliersi il cappello, l'ultimo capitolo - anzi, il penultimo, come abbiamo visto - del libro).  Verrà poi, vent'anni dopo, il tempo della disillusione che tuttavia non cancella l'ottimismo: «Appena si raggiunge l'amortalità infatti la morte ritorna, grandiosa, cosmica.  Ed eccomi qui, ancora intento a sognare un neo-nirvana».  Basterebbe un bacio della mamma, se quel treno maledetto... e il maledettissimo fluire del tempo... Ma Fabrizio De Andrè, che ora fa compagnia alla signora «lassù nei Verdi pascolí», ammoniva: «Non regalate terre promesse a chi non le mantiene».
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