| Micromega Nel
nostro paese molti intellettuali pensano che morale ed economia rappresentino
due categorie separate, spesso addirittura contrapposte, e che la stessa
considerazione valga per i rapporti fra etica e politica. Qual è il vostro
giudizio? Paolo Sylos Labini E' da tempo che considero questo un
punto di vista culturalmente obsoleto.
La separazione ed anzi la contrapposizione fra etica e politica è stata
messa in risalto nel Cinquecento da Machiavelli, il quale, reagendo alla
cultura allora dominante e all'ipocrisia che, nelle interpretazioni politiche,
la caratterizzava, introdusse una concezione realistica e culturalmente
innovatrice, anche se Machiavelli era assolutamente troppo comprensivo rispetto
ai delitti dei «principi» e tendeva addirittura ad assumere a modello quelli
più cinici, trascurando gli altri. Nella successiva evoluzione e poi con la
comparsa del capitalismo industriale siamo alla fine del Settecento in
Inghilterra - i rapporti fra etica ed economia s'infittiscono e diventano
incomparabilmente più stretti. I nostri intellettuali, che oggi si ostinano a
riproporre le interpretazioni e le giustificazioni di Machiavelli, tendono a
minimizzare o a relegare alla storia antica il ruolo svolto dai puritani
nell'evoluzione della società inglese. Franzo
Grande Stevens Condivido l'opinione espressa sul tempo e la visione di
Machiavelli, il quale tenne conto lucidamente e cinicamente della realtà. Oggi con l'economia di mercato l'attività
dell'operatore economico è favorita e regolata nell'interesse di un mercato
indistinto (tutti, dai concorrenti ai creditori, dai consumatori ai fornitori,
dai collaboratori ai soci eccetera), il quale mercato, fra l'altro, gli dà i
mezzi per svolgere e sviluppare la sua attività. Alla democrazia politica si deve perciò accompagnare in modo
inseparabile la democrazia economica (concorrenza, regole, controllo sul loro
rispetto eccetera). MicroMega Il
riferimento ai puritani non vi sembra troppo lontano, considerate le grandissime
differenze fra le condizioni della società inglese di quel tempo e le
condizioni dell'odierna società italiana? Sylos
Labini No, penso di no. Ben
difficilmente la storia, vicina o lontana, se presa a sé, insegna qualcosa;
insegna molto, invece, se ci sforziamo di riflettere su alcune analogie
significative. Con questo spirito giova
meditare sui puritani inglesi, i quali ebbero un ruolo di primo piano sia nel
Seicento, con Cromwell, sia verso la fine del Settecento. La matrice puritana ha condizionato
fortemente e positivamente la successiva evoluzione americana. Oriana Fallaci, filoamericana sfegatata e
ammiratrice di Jefferson e di Franklin, non è un gran che come storica, poiché
ignora completamente Smith e Tocqueville e il ruolo dei padri pellegrini che
sbarcarono nel New England nel 1620.
Alla fine del Settecento in Inghilterra i costumi di austerità dei
puritani caratterizzarono quelli dei nuovi borghesi che, a differenza dei
grandi proprietari aristocratici, rifuggivano dal lusso e praticavano il
risparmio, che diveniva tutt'uno con l'accumulazione, come mette in evidenza
Smith. I puritani hanno decisamente contribuito all'affermazione del laicismo,
della tolleranza e del moderno liberalismo. Grande Stevens Il puritanesimo è un'esigenza dello spirito che si
manifesta quindi in tutti i campi (religioso, giuridico, politico, economico
eccetera) e non è un esclusivo portato della nostra ragione. Questa esigenza morale è nel dna delle
comunità anglosassoni che, ad esempio nel campo giuridico, fanno della lealtà
uno dei valori fondamentali del vivere ed operare. Lo confermano le disavventure di Nixon e Clinton, accusati di
slealtà verso l'ordinamento (politico nella competizione con l'avversario o
giudiziario per il giuramento prestato).
E la recentissima legge Usa Sarbanes-Oxley è in proposito illuminante. MicroMega Volete chiarire meglio il
nesso fra il riferimento storico ai puritani e il nostro paese? Sylos Labini Mi sembra che i nessi
siano diversi - a parte l'incoraggiamento per il nostro possibile futuro. Non pochi intellettuali italiani continuano
a non capire l'importanza dei puritani ed anzi sono inclini a considerarli
«moralisti», come considerano «moralisti», incapaci di comprendere le ragioni e
la supremazia della politica, coloro che si ricollegano a Giustizia e Libertà e
che oggi obiettano alle malefatte di Berlusconi e dei suoi soci. No: fra morale
ed economia, come fra morale e politica, non c'è contrapposizione; a rigore non
c'è mai stata, oggi meno che mai. E se
i leader della politica e dell'economia non lo capiscono e si comportano come
se la contrapposizione ci fosse, prima o poi saranno costretti a ricredersi e a
ripudiare le condotte immorali e, addirittura, a promuovere leggi penali
durissime, pur non essendo, a parere di molti, senza peccato. L'allusione al presidente Bush è evidente. MicroMega Lei ha citato Smith e
Tocqueville. E noto che lei è uno studioso di Smith, fondatore della scienza
economica moderna. Può dirci qualche
cosa dei punti di vista di Smith sui rapporti fra morale, economia e
capitalismo? Sylos Labini Prima di
essere un economista Adam Smith era un filosofo: la sua grande opera di
economia, la Ricchezza delle nazioni, è
preceduta dalla Teoria dei sentimenti
morali, che può essere vista come un breviario laico di etica. La filosofia di Smith ruota attorno a due
concetti, strettamente legati fra loro: il concetto di «simpatia» e quello di
«spettatore imparziale», che è dentro ciascuno di noi. Sostengo che i due concetti si unificano nel
concetto di autostima: solo con l'autostima è possibile vivere in modo
accettabile, nonostante le pene che più o meno riguardano tutti. L'alternativa è di parere senza essere -
parere onesti per molti, mentre nella condotta pratica si fa «il comodo
proprio». Molti si comportano cosi - ma in fondo lo diceva già Smith - e
vivono male: l'apparenza non può sostituire la sostanza. Spesso dedicano la vita a fare i soldi e
magari li fanno, usando ogni mezzo, lecito e illecito; alla fine si ritrovano
con un pugno di mosche: autostima zero, disprezzo degli altri e perfino dei
figli, se li hanno. Non è una bella
fine. MicroMega Eppure Smith esalta,
insieme al ruolo del mercato, quello del profitto. Sylos Labini Smith, visto spesso come teorico del profitto, ha
vissuto non curandosi affatto di rincorrere i soldini- e lo dice, con una
battuta molto bella. Nella Ricchezza
delle nazioni egli analizza i modi per favorire la crescita del reddito
individuale, perché lo sviluppo economico serve a superare la miseria, che
comporta il degrado dell'uomo, e serve a far progredire la società verso lo
sviluppo civile. La molla costituita
dalla ricerca del profitto, che per molti è importante, va sfruttata proprio
per promuovere lo sviluppo economico e, derivatamente, quello civile. Tutto ciò non può svolgersi che nel mercato,
che non è vuoto, ma un complesso sistema di regole, proveniente da una lunga
evoluzione storica: il mercato è, prima di tutto, un sistema giuridico, in
movimento incessante. Gli interventi
pubblici debbono aver luogo non attraverso azioni amministrative discrezionali,
molto pericolose perché aprono la porta ad abusi, a sprechi e a corruzione, ma
attraverso leggi, capaci di incanalare l'acqua dell'economia nella direzione
dello sviluppo economico - certe leggi promuovono lo sviluppo, altre lo
ostacolano. E debbono creare o modificare gli argini giuridici entro cui scorre
l'acqua dell'economia e senza i quali l'acqua provoca inondazioni e
paludi. Oltre gli argini giuridici, che
incorporano regole di tipo etico, ci sono gli argini morali, che sono più alti.
Sono evidenti le analogie tra alcuni riferimenti di Smith e personaggi del
nostro tempo. Molti - fra cui lo stesso
interessato - hanno fatto grandi elogi di Berlusconi, bravissimo
imprenditore. Smith lo avrebbe incluso
senza esitare fra i peggiori monopolisti, giacché la sua fortuna è da
attribuire non alle sue capacità imprenditoriali (la mancanza di scrupoli
procura vantaggi ma non è una virtù) né al giudizio del mercato, ma a un
«privilegio esclusivo» ottenuto attraverso la prepotenza di Craxi. Fu Craxi, non il mercato, a concedere a
Berlusconi quel formidabile strumento di arricchimento, attraverso la
pubblicità, e quel terribile mezzo mediatico con efficacia micidiale sotto
l'aspetto politico. MicroMega: Siamo con ciò arrivati proprio ai nostri
giorni. Ed è comparsa una nuova
anomalia italiana e, mentre da noi si depenalizzava il falso in bilancio, negli
Stati Uniti si varava una legge che aggrava fortemente le pene (fino a 25 anni
di carcere!), con l'obiettivo di ridare fiducia alla Borsa. Sylos Labini: L'anomalia italiana la
spiego con l'ansia di Berlusconi e dei suoi soci di restare impuniti -
dell'interesse pubblico semplicemente se ne infischiano; la spiego anche con
l'incredibile miopia, che si avvicina alla cecità, di una parte cospicua degli
industriali, quelli che, col sostegno di Berlusconi, sono giunti a controllare
la Confindustria; sono persone che non sanno distinguere fra i miserabili
vantaggi immediati dai vantaggi di lungo periodo. Per l'anomalia americana
debbo ricorrere alla metafora degli anticorpi.
A me pare che, moralmente, Bush non sia molto diverso da Berlusconi,
anche se il Cavaliere è imbattibile. Ma
nella società americana, come nelle società di altri paesi civili, sono
vigorosi gli anticorpi, costituiti da magistrati, giornalisti, intellettuali
liberi, politici, spesso dello stesso partito del sospettato. Bush, come alcuni suoi spregiudicati
predecessori, Nixon per esempio, non può neppure tentare di asservire al potere
politico la giustizia e d'intimorire i magistrati o i giornalisti o gli
intellettuali indipendenti e i politici del suo stesso partito; tutte cose che
da noi non solo sono possibili, ma si fanno, senza incontrare- almeno fino a
poco fa - grandi resistenze. Per via
degli anticorpi Bush è costretto a fare quello che fa. MicroMega Ci dice qualcosa di quella recentissima legge Usa cui, ha
accennato prima, la Sarbanes-Oxley, e perché sarebbe illuminante? Grande Stevens Le dico che nel sistema
del libero mercato dell'economia statunitense, che è la più forte del mondo,
s'era sviluppato un germe devastante: il conflitto di interessi. Le società di
revisione (auditors) delle società quotate, ridottesi per fusioni e
concentrazioni a quattro o cinque grandi nel mondo, davano servizi (legali,
fiscali, reclutamento personale, perizie eccetera) lautamente remunerati alle
società i cui conti dovevano controllare e certificare: ma come potevano negare
la certificazione di bilanci redatti con la loro consulenza? Questo conflitto di interessi immanente
generava tentazioni e le tentazioni - diceva Oscar Wilde - sono fatte per
cedervi. Il sistema stesso del libero
mercato rischiava uno sbocco rovinoso ben più grave del disastro dell'11
settembre. Ecco allora che il dna della
morale puritana, attraverso l'istituzione (il Congresso) e nonostante certe
implicazioni dell'esecutivo (di Bush e del suo vice, che però se s'oppongono e
l'economia si avvita rischiano la sopravvivenza politica), avvia una rapida ed
esemplare reazione. La legge della fine di luglio del 2002, senza entrare nei
dettagli, costituisce nuovi organismi pubblici di studio e controllo, detta i
divieti alle società di revisione di prestare servizi diversi dalla revisione,
alle banche d'affari di svolgere più operazioni, agli analisti in certi casi di
prestare servizi e ricevere compensi. La pena della reclusione arriva fino a 25
anni nel caso di un sistema fraudolento e fino a 20 anni nel caso di conti
falsi e sottopone alle stesse pene chiunque concorra o favorisca la violazione
della legge. Puritanesimo e pragmatismo concorrono a dissuadere dalle
tentazioni: sii onesto per convenienza se non per vocazione! Del resto, la decisione del Board of Ethics
di New York, che ha costretto il sindaco Bloomberg a vendere (in perdita) tutte
le sue azioni, è la puntuale conferma pratica di quanto abbiamo fin qui
ricordato. |