![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 SETTEMBRE 2002 |
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Il
tema del Rinascimento e del suo significato per la modernità sta al centro
della riflessione di Giovanni Gentile- dagli anni degli studi universitari a
Pisa fino agli appunti, stesi per le lezioni all'Università di Roma, nel marzo
del 1942. La centralità del tema non
esclude una diversità di atteggiamenti e di interpretazioni che viene qui
analiticamente esaminata. Lo studio di
Scazzola («Giovanni Gentile e il Rinascimento», Vivarium, Napoli 2002, pagg.
292, euro 20,00), che è molto accurato e utilizza testi e documenti inediti,
introduce chiarezza nella determinazione dei rapporti fra Gentile e un
rilevante numero di autori (da Bertrando Spaventa a Francesco Fiorentino a
Felice Tocco a Pasquale Villari) e mostra il peso che hanno avuto in Italia le
tesi gentiliane non solo nel determinare un'immagine del Rinascimento che ha
avuto larga circolazione, ma anche nell'orientare e nel fornire paradigma alla
ricerca storica. A cominciare da
quella, fondamentale e davvero imponente, di Eugenio Garin.
Di
una tradizione filosofica italiana Gentile già parla nella prefazione alla sua
tesi di laurea, che risale al 1898.- quando si arriva all'inizio dell'età
moderna - scriveva - sembra non esserci posto per una filosofia italiana,
accanto alla francese, all'inglese, alla tedesca. Dopo il rogo di Giordano Bruno e la prigionia di Tommaso
Campanella «pare agli stranieri che in noi si sia disseccata ogni vena di vero
filosofare». Una nazione che appare al
mondo, da tre secoli, priva di pensiero: il compito degli storici non è solo
quello di far luce entro quel buio, e di rintracciare fili che appaiono
inconsistenti o spezzati, ma è quello di «trovare un percorso ideale e storico
unitario in grado di dare agli Italiani un nuovo senso di appartenenza ad una
cultura comune e condivisa». Proprio in
forza di questa ricerca, come ha chiarito Gennaro Sasso nel suo studio su Le due Italie di Giovanni Gentile (Il
Mulino, 1998), Gentile passava alla accettazione del fascismo, nell'illusione
di incontrarvi l'ideologia politica che meglio corrispondeva a una presunta
peculiarità nazionale e meglio appariva in grado di formare il carattere degli
Italiani.
In
Gentile (come anche in Benedetto Croce) la filosofia non era principalmente
metafisica o teoria della conoscenza o riflessione sulle forme della
cultura. Intendeva presentarsi come una
vera e propria riforma capace di modificare in profondità il modo di pensare e
i comportamenti degli Italiani. La
filosofia assumeva su di sé il compito di un'educazione nazionale e i filosofi
si presentavano non solo come autori di analisi, ma, principalmente, come
assertori di valori e persuasori ai valori.
Quest'opera di riforma ambiva a sua volta a collocarsi all'interno di una specifica, lunga tradizione della filosofia italiana. Quella specifica tradizione nazionale era in gran parte immaginaria e delle linee generali dell'interpretazione gentiliana del Rinascimento oggi non resta in piedi quasi' nulla. Non si può dire altrettanto per quella immagine della filosofia e dei suoi compiti. Senza mutamenti sostanziali fu ereditata dal marxismo italiano che a essa aggiunse, di suo, l'idea di una mirabile, piena coincidenza fra la nostra grande tradizione umanistica e la nostra grande tradizione scientifica: Giambattista Vico vi poteva diventare un discepolo di Galileo Galilei.