![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 SETTEMBRE 2002 |
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Se vogliamo capire la società attuale
non possiamo ignorare il nuovo «monoteismo» che ci governa: il business e i
suoi condizionamenti Parla James Hillman
Uno
psicoanalista potrebbe pretendere di analizzare «i contadini, gli artigiani, le
dame e i nobili del mondo medievale ignorando la teologia cristiana, come se
fosse un atto irrilevante»? La risposta, naturalmente, è no. Dunque, sostiene
James Hillman, «ogni psicologia che voglia tentare di capire i membri della
società attuale» non potrà ignorare il nuovo «monoteismo» che ci governa: il
Business. O, per meglio dire, l'«economia capitalista» specífica l'anziano guru
con un divertito sorriso di complicità all'indírizzo della cronísta
dell'Unítà. Un «monoteismo» che, in
quanto tale, ci impone «una fede fondamentalista» nei propri principi. E che esercita il Potere, quello al quale ci
si riferisce comunemente, ma anche il Potere più influente, cioè quello dentro
di noi, che ci conforma a vivere e ad avere la percezione di noi stessi secondo
idee come «beni, scambio, costo, mercato, domanda, profitto, proprietà». Pensiamo di stare male per una nostra
insufficienza affettiva e per questa ci curiamo, ma curarci significa chiederci
su quale scala di valori stiamo misurandoci. «Ci piacerebbe credere che sia
l'amore a conformare il nostro destino.
In realtà, nella vita concreta, sono le idee del business le sole da cui
non ci distogliamo mai», scrive Hillman.
Insomma, viene da tradurlo in termini shakespeariani, crediamo che
dietro l'ordito della nostra vita ci sia Romeo
e Giulietta, invece ci sono piuttosto il Mercante di Venezia o il Macbeth.
Settantasei
anni, cravatta verde squillante, Hillman non rivela sintomi da jet lag mentre
mangia, parco, un toast e beve un bicchiere di acqua minerale, anche se è
appena arrivato dagli Stati Uniti qui a Mantova. Occasione, la riedizione italiana, per Rizzoli, del saggio
intitolato appunto Il potere,
sottotitolo «Come usarlo con intelligenza», che Garzantì aveva pubblicato nel
'96 con il titolo Forme del potere. E'
un saggio nel quale il maitre-à-penser di Atlanta, ex-allievo di Jung, poi
direttore della casamadre dello junghismo doc, l'Istituto di Zurigo, prosegue
nella eretica missione che da un certo momento si è dato: ribaltare il rapporto
tra individuo e mondo così come esso, nel Novecento, è stato codificato proprio
dalla psicoanalisi classica. E nel
quale circolano diversi concetti che in sette anni sono tutt'altro che entrati
nel cono d'ombra: mercato, potere, controllo, sicurezza. A ben vedere, concetti che hanno aumentato
su scala gobale la propria potenza pervasiva.
Eppure,
benché sembrino parole d'ordine dall'aura sempiterna e universale, hanno
un'origine
storica: «Nella Firenze delle banche e nella Riforma protestante, insomma sono
in stretto contatto con il Cristianesimo e si evolvono con la Chiesa», dice
Hillman.
E
nel mondo d'oggi guerreggiano con modelli che cercano di farne traballare il
fondamentalismo: «L'idea di economia che
recupera le modalità del baratto e punta sul dono, e soprattutto la cosiddetta
economica sostenibile, quella teorizzata da
studiosi come Vandana Shiva, che vuole coniugare il profitto con la cura del
pianeta, la giustizia e il limite», spiega.
Ciò
che Hillman ci propone è un'operazione dialogica e maieutica: trovare col suo
ausilio, dentro noi stessi, il significato vero delle idee che connettiamo al
potere.
Per
esempio «efficienza»: «I lager erano il capolavoro dell'efficìenza: uccidevano
cinquemila persone ál giorno. Quindi,
all'idea di effìcienza, di per sé, se è sola, diventa demoniaca». Riflettere su figure che incarnano
attualmente il Potere: «C'è chi ha autorità, prima ancora di avere potere:
Vaclav Havel prima di diventare presidente già "esisteva", e c'è chi
invece ha solo il Potere: chi era Bush prima di entrare alla Casa Bianca, o
cosa sarebbe Berlusconi senza le sue televisioni?».
Di
ragionare, ed ecco che ci porta con tutti i piedi nell'attualità, su miti come
quello dell'Eroe trionfante e dei suo corrispettivo, la Vittima. «Purtroppo,
esso perdura. Ed è per questo che una
vicenda che avrebbe potuto segnare uno spartiacque, come la tragedìa dell'11
settembre, per ora non produce nuova autoconsapevolezza». La reazione dell'amministrazione americana è
stata, osserva, una paradossale crescita del desiderio di Controllo. Un potenziamento a dismisura di ciò che lui
ha definito la «civiltà deff'airbag»: il feticismo delle assicurazioni e delle
istruzioni di sicurezza. «Eppure, oggi ormai sappiamo che una ragazza di
diciott'anni, con una bomba sotto la camicia, può far esplodere qualunque cosa. L'idea di controllo militare entra per forza
in crisi. E allora, grazie a Dio, prima
o poi dovremo cominciare a pensare in modo diverso», dice.
Ottimista? La sua speranza è che «le idee del Potere
cedano il posto al potere delle idee».
Ora, professar Hillman, soddisfi una curiosità che ci ha lasciato la lettura dì tanti suoi saggi, Il mito dell'analisi come Il codice dell'anima, Puer aeternus come La forza del carattere. La sua fama planetarìa sì è formata, per una buona parte , sul suo j'accuse all'efficacía dell'analisi. La considera del tutto ininfluente, dannosa? «Ma no. Quando si ha fame ogni nutrimento può servire». Lei esercita ancora come psicoterapeuta? «Ho smesso dieci anni fa, dopo, trentacinque anni». Perché? «Oggi faccio psicoterapia delle idee. Se mi si presenta un uomo in crisi col suo matrimonio, la prima cosa da chiedersi è: cosa intende lui per matrimonio, e cosa intende sua moglie?».