![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 SETTEMBRE 2002 |
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Presentato ieri a Milano il volume "Lo stato di diritto"
curato da Danilo Zolo e Pietro Costa. D'accordo sui fini, ma divisi sui mezzi i
protagonisti (Gherardo Colombo, Alessandro Dal Lago e Luigi Ferrajoli) di una
discussione che ha ripercorso la storia e affrontato i nodi teorici che la
globalizzazione pone allo stato di diritto
Che cos'è lo
"Stato di diritto"? Se non sapete rispondere, nonostante la formula
ricorra ormai come il prezzemolo nel lessico politico e giornalistico, non
buttatevi giù. Siete in folta e qualificata compagnia: una sfilza di studiosi
di tutto il mondo hanno riempito 850 pagine non per dare la "vera"
defizione di Stato di diritto (che non c'è), ma per "restituire alla
storia" questo cardine dello Stato moderno europeo, per confrontarlo con
altre culture, per saggiarne la tenuta teorica e pratica nell'epoca della
globalizzazione e con il venir meno dello Stato nazione. Le ponderosità del
volume Lo Stato di diritto. Storia, teoria, critica, edito da Feltrinelli (euro
35, pp. 847), è proporzionale alla serietà e alle ambizioni dell'opera, curata
da Danilo Zolo e Pietro Costa. Non fatevi spaventare dalle dimensioni (e
neppure dall'aspra "Lotta dei Centauri" di Arnold Böcklin in
copertina, immagine cupa ma intonata al tema). Il tomo si può prendere, anzi,
va preso a piccole dosi: i vari contributi parlano tra loro, in alcuni casi
confliggono, disegnano un percorso, ma hanno un'autonomia che li rende
singolarmente fruibili.
Penne più
sapienti recensiranno il libro su queste pagine. Qui diamo alcuni spunti della
tavola rotonda tenutasi l'altro ieri alla Fondazione Feltrinelli che
opportunamente ha messo a fuoco i punti di contrasto interni all'opera, tra
l'introduzione generale di Danilo Zolo e il contributo di Luigi Ferrajoli. I
lettori del manifesto si saranno accorti che i due giuristi scrivono sullo
stesso giornale, militano dalla stessa parte, ma la pensano in modo diverso su
molte cose. Ad esempio, sui Tribunali internazionali Zolo è più che scettico,
Ferrajoli li caldeggia. L'amichevole duello dal vivo tra i due ci ha fatto
capire che i loro giudizi diversi su singoli "fatti" giuridici
derivano da una interpretazione diversa dello Stato di diritto e, soprattutto,
da una valutazione diversa delle sue potenzialità.
Zolo pensa
che il "rule of law" inglese, basato sul common law e privo di costituzione
scritta, sia sì "un'eccezione, ma fondante". E ritiene che quel
modello dove la protezione dei diritti soggettivi è affidata a giudici
"comuni" tutto sommato frutti più garanzie (per gli inglesi, ben
s'intende) dei modelli continentali. Per Ferrajoli, invece, lo Stato di diritto
coincide (esageriamo un po', ma serve a rendere l'idea) con una Costituzione
scritta e rigida. Zolo vincola in un rapporto biunivoco Stato di diritto e
Stato nazione. Ma ciò che per il passato è pacifico - senza Stato nazione non
si sarebbe formato lo Stato di diritto - mette in crisi irrimediabile lo Stato
di diritto per il presente e per il futuro a causa dell'erosione dello Stato
nazione.
Anche
Ferrajoli considera ineluttabile lo svuotamento di poteri dello Stato nazione,
ma proprio questo gli fa dire che serve ed è possibile costruire "un
costituzionalismo senza Stato". Dal fatto che le costituzioni non vengano
rispettate, o che non valgano per qualcuno, non deriva la loro inutilità.
"Il diritto è un artificio che di per sé è contro la realtà. Se non fosse
contro, non ce ne sarebbe bisogno", argomenta Ferrajoli. No, replica Zolo,
"il diritto è nella realtà" e "non è un diritto se non c'è un
giudice che lo fa rispettare".
Il diritto
come fatto o il diritto come norma: questi i poli della tenzone a cui si sono
uniti, portando argomenti a favore del "realismo" di Zolo, Emilio
Santoro e Alessandro Dal Lago. Quest'ultimo ha sottolineato le
"ombre" che lo Stato di diritto si porta dietro dal passato (il
carcere, la tortura) e quelle della modernità (i migranti, i profughi, i
prigionieri di guerre non convenzionali). "C'è un piccolo problemino -
ironizza Dal Lago - il diritto è una cosa per pochi". E quando si pretende
che sia per tutti non c'è il giudice che lo fa rispettare.
La Bossi
Fini è illegittima perché viola i diritti civili ma, purtroppo, non è illegale.
No, è pure illegale, controbatte Ferrajoli, come è illegale tenere i talebani
nelle gabbie a Guantanamo. "Per produrre una garanzia non basta che esista
un giudice, ci vuole la consapevolezza che certe cose sono crimini, non si
possono fare". Se si confonde la non applicazione del diritto con la
smentita del diritto, si abidica alla possibilità che "le cose possano
migliorare". Lo Stato di diritto è lo strumento per "tenere a bada la
bestia, i poteri sfrenati". Se si dà per scontato che i poteri sfrenati
non si possono frenare, "si finisce per aiutare la legge del più
forte".
D'accordo
sui fini, divisi si mezzi anche sulla giustizia penale internazionale per i
crimini contro l'umanità. Come Carl Schmitt, Zolo diventa sospettoso quando
sente parlare troppo di umanità e non apprezza i tribunali ad hoc a sua
protezione.
"Mettere
in carcere un ristretto numero di persone cosa cambia dei destini del mondo,
della pace e della guerra?". A Zolo non vanno bene neppure le campagne
contro la lapidazione e l'infibulazione: "le buone intenzioni diventato
intrusione, scadono nel colonialismo culturale". Su questo, per la
cronaca, resta solo. Ferrajoli non lascia correre. La specificità
dell'universalità dei diritti non è che vengano condivisi da tutti, ma che
tutelino tutti. "E allora dobbiamo chiederlo a Safya se è giusto o no
essere lapidata, non alla cultura maschile che la condanna. Non possiamo
aspettare che i maschi africani si facciano la loro rivoluzione francese e
tutto quel che viene dopo. Chi lo fa, parodossalmente, pecca di occidentalismo,
accetta di confrontarsi solo con suoi pari".
Alla tavola rotonda ha partecipato anche il pm Gherardo Colombo. Dal suo intervento citiamo il passaggio sulla dittatura della maggioranza: "Attraverso i numeri si può rendere tutto possibile o tutto vietare. Le Costituzioni mettono dei termini perché questo non succeda". Ieri il pm milanese, in uno dei tanti processi contro Berlusconi, ha sollevato eccezione di incostituzionità sulla legge che depenalizza il falso in bilancio, che Berlusconi si è votato con la forza dei numeri.