![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 SETTEMBRE 2002 |
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Siamo di fronte a una insicurezza
planetaria senza precedenti. Ogni
mattina alla vigilia della fine dei tempi
Il terrorismo mette in atto una tattica
politica e razionale di conquista e conservazione del potere
Pubblichiamo la prefazione all'edizione
italiana di "Dostoevskii a Manhattan", l'ultimo' libro di André
Glucksman che prende le mosse dall'attacco alle Twin Towers (Liberal libri,
traduzione di Pietro Del Re e Nicoletta Tiliacos, pagg. 255, euro 16,50) in
libreria l'11 settembre.
E'
già passato un anno. Le rovine di
Ground zero sono state spianate ma ancora ci attanagliano, oscure e
inquietanti, le conseguenze morali e psicologiche del più grande attentato
terroristico di tutti i tempi. «Il nostro avvenire è nelle nostre mani»,
dichiarò n presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, nel dare l'annuncio di
Hiroshima. Pubblica opinione e
intellettuali gli fecero coro: «eccoci tornati all'anno Mille, ogni giorno
potrà essere la vigilia della Fine dei tempi» (J. P. Sartre). Tutti mortali, tutti nella stessa barca,
ognuno responsabile della sopravvivenza.
Tutto questo sarà ben presto dimenticato. Nel corso di quasi cinquant'anni la sorte del mondo è stata nelle
mani dei governanti delle poche potenze nucleari. Il futuro della specie si è giocato a porte chiuse, nella stretta
cerchia dei grandi e dei supergrandi, mentre cinque miliardi di terrestri si
dedicavano ai fatti propri. Il fragore
di Manhattan, l'l1 settembre del 2001, cambia tutto. Scopriamo che basta
qualche taglierino, un briciolo di follia e un capitale modesto (Il prezzo di
sei stanze a Roma o a Parigi, secondo l'Fbi) per ripetere l'operazione. Il destino del pianeta è alla portata di
tutte le mani e di numerose borse: basta che un aereo sia dirottato su una centrale
nucleare ed ecco che, boccone dopo boccone, l'umanità si autodivora.
Manhattan
mette in mostra una Hiroshima bis con un potere di annientamento radicalmente
democratizzato. L'arma assoluta non è
più saggiamente riposta nei silos che si presume siano controllati da potenti
pseudo-controllabili. Anche il nostro
vicino di pianerottolo potrebbe ormai rimuginare un'imprevedibile operazione
suicida che ci lascerebbe basiti, come quegli studenti di Amburgo dopo aver
saputo che uno dei loro compagni si era deliberatamente schiantato contro le
Twin Towers.
Questa
insicurezza planetaria è senza precedenti. A sottolinearne la portata è una
breve frase di George Bush, nel famoso discorso sullo Stato dell'Unione in cui
egli ha vituperato l"'asse del male". Quasi inavvertite dai critici come dai sostenitori, quelle poche
parole ammettono ciò che nessun presidente degli Stati Uniti ha mai osato dire
né concepire: «time is not on our side», il tempo non lavora per noi. Fino a quel giorno gli americani camminavano
nella storia «with God on our side», come cantava (ironicamente), Bob
Dylan. Fine. E finita, come riconosce un Numero Uno, perfettamente
impermeabile alle sirene dei sorrisi di contestazione. I bambini nelle scuole
potranno anche intonare «Godbless America» e il dollaro continuare a far riferimento
all'Essere Supremo e ad averne rispetto, ma niente da fare: la Provvidenza
divina, tecnologica o finanziaria non garantiscono più, contro tutto e tutti,
il cammino dell'America e del pianeta verso la felicità: ogni mattina saremo
alla vigilia della fine dei tempi.
Un
così grande scuotimento delle
certezze secolari suscita reazioni di panico e tentativi disperati per
tamponare l'angoscia e sfuggire alla realtà.
Primo
delirio di negazione: quello degli antiamericani che spiegano dottamente che
«l'Impero» è stato punito per i suoi peccati d'orgoglio, che non può
prendersela che con se stesso, che i semplici cittadini,
lavoratori-lavoratrici, non hanno niente da temere da qualcosa che non li
riguarda.
Un
secondo delirio, stavolta antimusulmano, condanna in blocco un miliardo e
trecento milioni di persone che non hanno beneficiato della rivelazione
giudaico-cristiana, come se l'integralismo islamico non attaccasse prima di
tutto i musulmani, e lo provano l'Afghanistan e l'Algeria. Ci si dimentica del fatto che Al Qaeda
mobilita i figli di buona famiglia reclutati negli strati più occidentalizzati
dell'Arabia e dell'Egitto. Bin Laden
imbroglia, Oriana Fallaci e Samuel Huntington si sbagliano quando evocano un
conflitto di civiltà o una guerra di religione. Il terrorismo integralista non è un arcaismo ereditato da un
passato remoto. Gli angeli sterminatori
sorgono a livello planetario dalla faccia oscura, massacratrice e nauseabonda
della nostra ipermodernità. Il "fratello"
islamico pronto a sacrificare gli altri e se stesso è il gemello dell"uomo
d'acciaio" bolscevico, una riedizione dell"'eroe" fascista che
proclama «viva la morte!».
Terzo
delirio, quello degli statisti sradicatori che coltivano l'ingenuità di credere
che il terrorismo sia appannaggio esclusivo degli irregolari senza Stato. Significa dimenticare quello che è successo
appena ieri, il nostro passato prossimo, il sanguinoso Ventesimo secolo, le sue
ideologie devastatrici, i suoi stati terroristi. Significa non accettare la realtà, le terre bruciate, gli
stermini, basta guardare il palmarès delle armate russe in Cecenia. Significa non tenere conto che il
terrorismo, lungi dal limitarsi a pulsioni maniacali, mette in atto una tattica
politica e razionale di conquistai conservazione del potere. L'intenzione di Bin Laden è di comandare in
Arabia Saudita e in Pakistan; con o senza Allah, egli apre la strada a molti
principi post-moderni che si credono più furbi di lui.
Bisognava attendere il luglio 2002 perché Amnesty International, di solito così attenta in materia di diritti violati, definisse le bombe umane palestinesi come criminali contro l'umanità. Lo stesso ritardo (che vale quanto non aver trattato come tali a suo tempo gli assassini algerini del Gia) prova fino a che punto i paraocchi ideologici rischino di lasciarci senza voce né reazione di fronte al contagio galoppante e senza frontiere della barbarie nichilista. La storia contemporanea ci mette a confronto con uno sciame di estremismi terroristi religiosi, etnici, nazionali, non riducibili gli uni agli altri ma coniugabili e complementari. Facciamoci la domanda di Socrate: quale orizzonte comune, quale forma comune (idea, eidos) unifica questa molteplicità di massacratori? La mia risposta è: il nichilismo, presente in tutte le grandi ideologie distruttrici (nazismo, comunismo, islamismo) ma da nessuna interamente riassunto. L'assioma del «tutto è permesso» governa altrettanto bene il colonnellodell'Fsb (ex Kgb) che dichiara «get what you want» o l'Emiro del Gia che rapisce, violenta e uccide le ragazze dopo averle usate. Il nichilista commette tanto più facilmente il male in nome di un Dio che tutto consente in suo nome o di un'assenza di dio che vale a sua volta come licenza assoluta - se suppone che il male non esiste. Mi sia consentito di mettere la versione italiana di questo libro e la rivoluzione concettuale che esso propone sotto l'egida di Machiavelli, senza concessioni alle anime belle che chiudono gli occhi di fronte alla crudeltà e sussurrano che è maledire male del male («egli è male dir male del male», Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, L. III).