RASSEGNA STAMPA

28 AGOSTO 2002
ELISABETTA CONFALONI
La Grande Muraglia di un cercatore d'oro

Sulle tracce della sapienza Dalla Cina all'Occidente e ritorno. "Il saggio è senza idee", pubblicato da Einaudi l'ultimo lavoro del filosofo e sinologo francese Françoise Jullien nella traduzione di Mario Porro

In principio - a guardar bene - il logos non era solo. Era, semmai in compagnia del suo altro, la sapienza, non via da percorrere, ma evidenza da cogliere, da assaporare in tutta la pienezza del suo gusto-senso. Con l'acutezza dello sguardo che gli è propria, nell'ultima opera tradotta da Mario Porro per Einaudi - Il saggio è senza idee - Françoise Jullien, filosofo e sinologo, si pone sulle tracce della sapienza, cercatore d'oro disposto a risalire quella biforcazione teorica tra filosofia e tradizione sapienziale che la filosofia ha cancellato con lo stesso gesto protervio con cui ha imposto la propria supremazia.

Studioso francese poco più che cinquantenne, Jullien è stato professore all'Università di Parigi VIII e preside del Collège international de philosophie; attualmente è Presidente dell'Institute International Marcel Granet. Di lui Remo Bodei ha detto, propriamente, "che è vissuto a lungo in Cina non per studiare la filosofia cinese, ma per acquisire il punto di vista cinese". Non un semplice viaggiatore, ma un vero abitante della Cina; forse per questo una parola filosofica come la sua, compenetrata di riferimenti testuali, esercitata all'ermeneutica e alla critica comparativa, offre un apporto fondamentale a quanti si rivolgono ad oriente non in veste di partecipanti di esotici "safari delle culture" o ispirati dall'ebbrezza di passioni irrazionalistiche, ma convinti della necessità di "aprire la ragione".

Va in questa direzione tutto lo sforzo degli ultimi quindici anni che il filosofo ha costellato di opere, alcune delle quali tradotte in italiano (La valeur allusive, des catégories originales de l'interprétation poétique dans la tradition chinoise, Ed. Ecole française d'Extreme Orient, 1985; Eloge de la fadeur, 1991, Ed. Picquier, tradotto in italiano da Francesco Marsciani col titolo Elogio dell'insapore, 1999, Raffaello Cortina; Traité de l'efficacité, 1996; Ed Grasset & Fasquelle, tradotto da Mario Porro sempre per Einaudi col titolo Trattato dell'efficacia). Inaugurando un lessico comparato di concetti filosofici, intersecando e contrapponendo non i soli significati, ma le procedure, le movenze i metodi e le discipline, Jullien ha attraversato senza imbarazzo i nobili territori della poesia, dell'etica, dell'estetica e della metafisica, così come quelli più fragranti della cucina o del giardinaggio, senza disdegnare la boxe o la strategia militare. Lo contraddistingue un gusto tutto cinese della Totalità. Perché affaticarsi in tutto questo "passeggiare"? E in che senso egli vuole "aprire la ragione"? Come osserva con sottigliezza Paolo Fabbri nell'introduzione all'Elogio dell'insapore, il progetto di Jiullien "non è la filosofia perenne ed egli non ha quadro generale che la predefinisca. Non è un progetto totalizzante, totus, ma omniconprensivo, omnis, globalità aperta e in movimento". Jullien afferra, cioè, la chançe offerta al pensiero dalla filosofia cinese "di cartografare il nostro stesso pensare e le categorie che lo abitano all'insaputa, come terra incognita" e così facendo - scrive ancora Fabbri - "moltiplica le risposte singolari ai problemi filosofici che hanno permesso cattive domande". Questo e molto altro significa "aprire la filosofia", ed è impresa che continua ne Il saggio è senza idee, l'altro della filosofia, un libro di ulteriore confronto tra Cina ed Occidente che mette a tema il rapporto tra filosofia e sapienza e, dunque, questione essenziale - le condizioni della filosofia, lì dove pensare non significa più, necessariamente espropriare il reale della sua evidenza.

Note preziose si nascondono nell'Avvertenza posta all'inizio: "Partendo sulle tracce sfumate della saggezza, aspiravo a ritrovare uno sfondo, dell'esperienza e del pensiero, che la filosofia non ha concepito: da cui essa, perseguendo la verità, si è allontanata, e che la sua strumentazione ha poi reso impossibile cogliere. Qualcosa sfuggirebbe alla filosofia? Qualcosa di troppo noto o di troppo comune.  Saggezza delle genti, come si suol dire - ma come sottrarsi alla sua piattezza? Pensiero scolorito, sfumato, tinto che non parla al nostro desiderio, non ci parla più. Nelle pagine che seguono aspiro a raccogliere la sfida di questa piattezza. Questo ci impone di ridare consistenza alla saggezza formulandone la logica."

Ma l'impresa in cui si lancia Jullien è quasi disperata perché la filosofia ha sovrapposto alla saggezza la propria ambizione speculativa e, sotto la luce dei concetti l'ha resa anonima, tra formule erose, al limite dell'insignificanza: " Dovremo farlo nell'attesa di vedere ridisegnarsi a poco a poco sotto un'altra luce (filtrata, obliqua) una possibilità del pensiero altra da quella che la filosofia ha prevalentemente dispiegato".

Jullien procede nel suo argomentare con la grazia e la forza tipiche del pensiero analogico: non pone cioè davanti al libro una tesi da dimostrare, ma un ritratto, esemplificazione incarnata e tangibile dello stare "senza idee". Il saggio, cioè Confucio, è senza idee, "nel senso che evita di mettere un'idea davanti alle altre", a scapito di tutto ciò che, non scelto ne risulterebbe discriminato. Il saggio non privilegia una tesi, ma nemmeno un cominciamento. "Perché ciò che comincia è insieme ciò che governa" e in questo senso l'idea cui si cede la propria predilezione diventa l'arbitrario fondamento di una catena del pensare che ci trascina con sé nei cunicoli del pensiero distanziandoci dall'evidenza.

E' la parabola della storia delle filosofia, sviluppo diacronico di pieghe del pensiero e scelte arbitrarie di un filosofo dalle quali, per gemmazione, sorge una scuola o una dottrina che si autoimpone. Il problema dell'ipostatizzazione di un'origine è ciò che distanzierà vieppiù il cammino della filosofia dalla frequentazione dell'evidenza sapienziale; Jullien passa in rassegna i cominciamenti delle filosofie d'Occidente e, insieme i tentativi di affrancarsene. Vede in Heidegger l'anelito a risalire a monte della filosofia, al suo "impensato" del quale permarrà sempre la nostalgia. Ma come sbarazzarsi della verità, dell'Essere, della filosofia visto che una volta scoperti sembrano eterni, necessari e impossibili da dimenticare? Né Husserl, né Merlau-Ponty riescono ad evadere dal pregiudizio egemonico della filosofia, dall'etnocentrismo che è "logocentrismo": permangono, invece nella prigionia dell'asse storico del pensiero umano. Lo stesso Deleuze, che si dà il compito di un vero "rovesciamento" con il progetto inedito di una "geografia" che si sostituisca al pensiero - una "geofilosofia" - cade nella consueta trappola, il ritenere che la filosofia sia nata in Grecia e che altrove (in Cina) si incontri qualcosa di "prefilosofico". Alla domanda se vi sia stata una filosofia altrove, l'Occidente "continua a rispondere tergiversando: `si, ma...'".

Jullien ha ben chiaro che l'Europa e la filosofia non potranno "uscire da questa ambiguità se non immaginando un'altra possibilità di pensiero rispetto alla filosofia, che non proceda per concetti (in funzione della verità) e che non sia, comunque, il suo altro tradizionale (quello della religione, che rimanda al mistero e implica la fede). In altre parole fintanto che l'Europa non si sarà formata un concetto della saggezza come alternativa alla filosofia". Ma se la filosofia "ha un problema con la saggezza che finge di non vedere, la saggezza ne ha uno con la filosofia perché da sempre si è guardata bene dall'entrare in discussione con questa: il saggio non discute, ma con-tiene e il grande Tao non si enuncia". A chiusura del libro Jullien dà prova, mirabilmente di praticare ciò che argomenta, non attaccandosi a nessuna teoria e rovesciando a sorpresa il discorso: lo scacco del pensiero cinese è la sua saggezza apolitica, il suo saggio non prende posizione e dunque non sa affrancarsi dai potenti. "Il nostro torto - (di noi occidentali) - o la nostra follia, aggiungerebbe lietamente Socrate, è che considerando il pensiero come un rischio, abbiamo effettivamente deciso di viverne l'avventura".
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