![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 AGOSTO 2002 |
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Risposta a chi trova indecente vedere
nel filosofo greco il padre del totalitarismo
Allo
sciame di professorini che oggi vanno contestando a Marcello Pera (come lo
contestarono a Popper) il diritto di occuparsi di Platone, si è ieri
associato, sulla Repubblica, anche un
professorone: l'antichista Giovanni Reale.
Che trova anch'egli indecente, ovviamente, vedere in Platone il papà del
pensiero totalitario. Bene, a questi
schifiltosi platonisti suggerirei di leggere o rileggere le poche micidiali
paginette che un grande professore d'altri tempi, Jacob Burckhardt, nelle sue
magistrali lezioni sulla Storia della
civiltà greca, dedicò a questo frusto argomento.
Ecco
alcuni dei passi in cui, dopo aver esposto e deriso l'utopia statalistica e
comunistica che Platone tratteggiò nella Repubblica,
Burckhardt riassunse e dileggiò anche quella abbozzata successivamente
nelle Leggi: «L'ideale qui sviluppato
è anch'esso contrario alla natura del Greco, e dell'uomo in genere. Questa volta si rinunzia alla comunanza
delle donne e dei beni: si tratta di una città rurale di 5.400 piccoli feudi,
il cui numero deve essere sempre conservato inalterato, il più possibile
lontana dal mare, al quale invece tutta la grecità agognava».
(Perché
lontana dal mare? Ovviamente perché il
mare, col suo seguito di porti, navi, traffici, puttane, viaggiatori e marinai,
essendo portatore di notizie, conoscenze, affari, ricchezza, consumi e
costumanze forestiere, nonché di musiche, balli e spettacoli esotici, è per
definizione un'istituzione immorale.
Questo però lo capisce chiunque.
Burckhardt
invece va più lontano: «Nelle singole istituzioni - egli prosegue - emerge di
nuovo la polis, col suo desiderio di
asservire a stessa e in modo assoluto tutta la vita esteriore e interiore
dell'uomo: questi dev'essere tenuto lontano non solo dal mare, che porta con sé
tanti variopinti e cattivi costumi, ma soprattutto dalla propria fantasia, sicché
tutta la popolazione dovrebbe per tutta la vita "cantare e dire" sempre
le stesse cose. Persino la poesia
doveva essere qui, come nella Repubblica,
tenuta in limiti assai rigorosi, e l'arte e la religione stilizzate
ieraticamente».
(Perché
«ieraticamente»? Perché sempre
ieratiche, ossia pompose e monotone, sono le arti e anche i riti che piacciono
ai tiranni e ai loro consiglieri. Anzi
a quel sommo tiranno, signore di tutti .e unico consigliere di se stesso, al
quale Platone da vecchio avrebbe voluto affidare il suo stato perfetto. E al
quale non è escluso che nei suoi sogni solesse prestare il suo sembiante).
«E' significativo - osserva
ancora Burckhardt - che il governo di questo stato non spetta più a
una
scelta di capi-filosofi ma a un solo "legislatore , ossia a un censore
universale, che deve premiare e rampognare, a un moralista e controllore di
tutti i beni, i compiti e gli affari dei singoli, e che naturalmente non può
fare a meno di un esercito di impiegati per assolvere ai propri compiti. La chiave di volta di tutto il complesso è
costituita da un forzato ottimismo. Il
viaggiare è proibito in modo assoluto, nel giusto timore che possa generare
insoddisfazione. E a quelli che sono
stati all'estero si ordina di dire in patria che fuori tutto è peggiore».
Il
geniale professore che più di un secolo fa, in un corso tenuto a Basilea fra il
1871 e il 1875, osò liquidare i miraggi politici di Platone con la sobria e
spregiudicata esattezza dei passi appena citati, è non a caso lo stesso che in
quei medesimi anni, riflettendo sul destino dell'Europa del suo tempo, vergò
queste profetiche parole.
«Si,
voglio sottrarmi a tutti: radicali, comunisti, intellettuali, industriali,
presuntuosi, filosofi, sofisti, fanatici dello stato e idealisti. Voi non
sapete ancora quale tirannia si eserciterà sopra lo spirito col pretesto che la
cultura sia un'alleata segreta del capitale, che dev'essere eliminato. Questo splendido ventesimo secolo è destinato
a tutto tranne che alla vera democrazia. Ho un presentimento che può sembrare
follia, e che tuttavia non mi lascia mai: lo stato militare diventerà, una
grande impresa industriale. Quelle masse di uomini nei grandi centri
industriali non possono essere lasciate eternamente in balía della loro avidità
e dei loro bisogni: quello a cui logicamente si arriverà è un livello predeterminato
e controllato di miseria, mascherato da uniformi e promozioni, che inizia e
termina ogni giorno al rullo dei tamburi. Si profila all'orizzonte una lunga,
volontaria sottomissione a singoli dittatori e usurpatori. Gli uomini non
credono più ai principi, ma
probabilmente crederanno periodicamente a dei salvatori. Per questa ragione
l'autorità, nel felice ventesimo secolo, leverà di nuovo il capo, e quale
terribile capo!».
Aspettiamo fiduciosi che il professor Reale, e tutti i platonisti del suo rango, proclamino che questo Burckhardt era un fesso come Pera e Popper.