RASSEGNA STAMPA

26 AGOSTO 2002
ANNA BENOCCI LENZI
Felicità

Essere felici nella nostra società è diventato un «dover essere» e coincide con il raggiungimento del benessere materiale. Eppure da sempre i filosofi si ostinano ad indicare altre vie

Il diritto alla felicità q è la moderna forma dell'eroismo di un tempo Ma se non si verifica si è sempre più scontenti e più esclusi

Tocqueville e Constant hanno sottolineato come l'uomo in nome della comodità e dei beni abbia sacrificato persino la libertà

Il raggiungimento della felicità è stato da sempre l'obiettivo sovrano dell'umanità, obiettivo, tuttavia, così difficile da raggiungere che, grossolanamente, può essere paragonato alla linea immaginaria dell'orizzonte che inesorabilmente si allontana via via che ce ne avviciniamo.  La felicità standardizzata di cui oggi si parla continuamente (vedi anche la citazione di Scalfari sulla Repubblica) fa emergere un dato di fatto sorprendente: l'esigenza per tutti di dover essere felici ad ogni costo.  La nostra società sembra essere «allergica» al dolore, alla malattia, alla sofferenza, al sentirsi depressi, proprio perché viviamo il concetto di felicità come qualcosa di tirannico, di obbligato cui non possiamo sottrarci.  Se ci atteniamo ad un'analisi del problema nei paesi occidentali, vediamo con chiarezza come l'idea di felicità sia onnipresente, la felicità sembra addirittura invaderci da ogni lato; questa sensazione è veicolata senza dubbio dal sistema commerciale su cui è pesantemente strutturata una società largamente edonista.  L'edonismo è, infatti, diventato oggi uno degli assi portanti del sistema consumistico.  Lo slogan dei libertini «Tutto subito, vivere senza tempi morti, e godere liberamente senza intralci» si è trasformato nella frase per eccellenza della pubblicità che rappresenta proprio quell'immediatezza del desiderio che oggi non può più essere censurato come una volta, essendo la soddisfazione illimitata dei desideri raccomandata dallo stesso sistema su cui è strutturata la società moderna. Il concetto moderno di felicità è ispirato, dunque, all'utilitarismo: il massimo della felicità per tutti, concetto questo che non esisteva nell'antichità.

L'edonismo di un tempo era sì una filosofia del piacere, ma era soprattutto una filosofia fondata sull'assenza di cose che potessero rendere sicuramente infelici, un modo di difendersi in un'epoca  in cui la vita era incerta e la situazione politica delle città ateniesi abbastanza precaria.  La modernità è nata, secondo Pascal Bruckner, proprio dall'acquisizione di un certo benessere che oggi si tende a confondere con la felicità.  Tocqueville e Constant hanno sottolineato come l'uomo, in nome delle comodità e del benessere in generale, abbia sacrificato tutto, compreso la libertà.  Il rapporto che l'umanità

ha oggi con il benessere è tuttavia, riguardo alla felicità, contraddittorio.  Il benessere esiste ed è un'esigenza ormai perpetua che si tende a migliorare sempre più devono esserci prodotti sempre migliori che rendano più piacevole la nostra vita, ma è anche risaputo di come le società fondate sul benessere siano quelle che consumano più ansiolitici e psicofarmaci e che quindi siano quelle più infelici.  La felicità ci sfugge attraverso gli stessi mezzi con i quali noi cerchiamo di raggiungerla.  Un uomo politico che si proponga di fare la felicità di tutti i suoi elettori deve essere considerato con sospetto: alla politica il compito di creare una società decente, in cui la disuguaglianza sia il più possibile ridotta ed in cui i bisogni elementari siano soddisfatti, al singolo individuo il compito di cercare la propria felicità dove crede più opportuno, con i mezzi che crede migliori nel rispetto sacro della propria storia personale.

Il dovere di essere felici di cui parlavano prima si fonda su due tendenze ben distinte: la prima consiste nel dire alle persone che la felicità esiste, che è accessibile a tutti e che è un bene democraticamente condivisibile, la seconda che è essenzialmente una questione di volontà (al mattino mi alzo, devo gestire le mie parti peggiori per non importunare gli altri, fare bella figura in società). Tutte queste teorie fondate sul potenziamento dello sviluppo personale si riassumono nell'importanza per l'individuo di diventare padrone di se stesso, del proprio stato mentale, senza lasciare che la tristezza, il dolore, l'amarezza rovinino e distruggano la fortezza del proprio io interiore.  Bruckner non crede al potere dell'individuo di dare origine alla felicità. Quest'ultima non può essere imposta o ordinata, può più semplicemente avere origine in «quell'arte dell'indiretto» che troppo spesso sfugge drammaticamente all'individuo.  Si possono fare progetti, avere degli scopi ed è nella realizzazione di tutto ciò che dei momenti di felicità possono spontaneamente scaturire. La felicità non si raggiunge direttamente con uno scopo immediato, ma può emergere in una serie di avvenimenti contingenti ed è l'individuo che può riconoscerla o passargli indifferentemente accanto.  Ognuno è padrone di se stesso e responsabile dei propri errori.  Oggi, apparentemente, non ci sono ostacoli al raggiungimento della felicità: non ci sono più ostacoli di tipo religioso, politico o morale, il diritto alla felicità si è trasformato lentamente nel dovere essere felici ad ogni costo; è la forma moderna dell'eroismo di un tempo, ma nel momento in cui questa felicità non si verifica si è sempre più scontenti, avviluppati da un senso d'inferiorità, sempre più infelici.  Il XVIII secolo con i suoi trattati sulla felicità (in Francia ce ne sono stati una cinquantina) ed il XIX secolo con le sue scuole poetiche e artistiche, hanno cercato di eliminare dalla vita la quotidianità, la banalità nel desiderio frenetico di essere felici.  Anche oggi si cerca di eliminare quei momenti che Breton amava definire i momenti inutili della vita, c'è la necessità di avere «energia» da qualche avvenimento nuovo che ci tolga dall'insignificante letargo giornaliero, altrimenti è come se non ci fosse niente da dire, è come se non esistessero più slanci vitali, emozioni ricreatrici (le vecchie coppie mancano proprio di questo, soccombono nella infelicità della noia).  Grandi personalità come Nietzsche, Sade, Rimbaud, Fourier vivevano in uno stato di continua effervescenza nel rispetto di quell'idea che la vita deve vissuta nella maniera più intensa, lontano dalla noia e dalla ripetitività.  La famosa frase di Trotsky secondo la quale l'uomo del domani avrebbe dovuto riunire le qualità di Aristotele, Goethe e Marx è illuminante a questo proposito, ma non bisogna dimenticare che il concetto più ostinato dell'uomo moderno (che è quello secondo il quale la nostra felicità dipenderebbe da condizioni materiali favorevoli o da incontri più o meno eccezionali) è stato fin dall'antichità smentito dai vari filosofi: quello stato di relativo appagamento cui tanto aspiriamo e che indichiamo normalmente con il termine vago di felicità non può essere che in noi.  In realtà la felicità per Kant, per esempio, non è niente altro che un ideale della nostra immaginazione che perde ogni riferimento con la realtà.

Comprendere la nostra volontà di essere felici ci rimanda obbligatoriamente alle strutture della soggettività dell'individuo, al modo strettamente personale in cui ognuno di noi lo immagina o lo concepisce.  Un'arte di vivere sana, con buone regole igieniche che preservino la salute dell'individuo e la sua serenità non sono da sottovalutare come sostenevano Nietzsche e Schopenhauer, ma sono sicuramente da tenere in debita considerazione aspetti essenziali come la costituzione dell'individuo, il suo patrimonio genetico, la sua stabilità interna, dalle quali secondo Freud dipendono le nostre possibilità di essere felici, essendo la «felicità un problema dell'economia libidica individuale».  Trasformare il negativo e la sofferenza che è in noi, cercare di capire l'origine della nostra inquietudine e della nostra ansia, attraverso la conoscenza di noi stessi, non può essere che l'obbiettivo primario dell'uomo di oggi come ha sottolineato anche Seneca quando ha detto: «Infelice quel Re che, tristemente noto ad ognuno, muore sconosciuto a se stesso».
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Il mondo dell'uomo