RASSEGNA STAMPA

25 AGOSTO 2002
ARMANDO MASSARENTI
Sen, non c'è libertà senza uguaglianza

Muovendosi in uno spazio intermedio tra la teoria economica e la filosofia politica, l'economista indiano Amartya Sen, Premio Nobel 1998, si è imposto negli ultimi decenni come una delle voci più originali nel dibattito sul liberalismo e sulle teorie della giustizia sociale.  Al centro di tutto egli pone il valore della libertà, parola che appare anche nel titolo di questa raccolta di saggi sulla globalizzazione (oltre che nel precedente Lo sviluppo è libertà, pubblicato pure da Mondadori).  Ma per Sen prendere sul serio la libertà significa metterla in relazione con un altro valore fondamentale, l'eguaglianza.  Tutte le filosofie politiche moderne, dall'utilitarismo all'anarcocapitalismo, dal contrattualismo alla Rawls alla teoria di Dworkin, presuppongono una qualche idea di eguaglianza.  Tutte rispondono alla domanda: quale eguaglianza? O meglio: eguaglianza «di che cosa»?  Libertari e anarcocapitalisti si esprimono in termini di diritti (diritti di proprietà innanzitutto), Rawls di «beni principali», Dworkin di «risorse», gli utilitaristi di preferenze rivelate, e gli economisti in generale dì redditi.

Ma secondo Sen nessuna di queste risposte è del tutto soddisfacente.  Per questo egli ha proposto un approccio basato sulle "capacità" che permette di guardare alle possibilità reali che gli individui hanno di ottenere ciò cui essi attribuiscono valore, evitando che le libertà formali - che pure hanno un'importanza fondamentale - si trasformino in una beffa.

Sulla base di questo sfondo teorico, e sulla straordinaria capacità di intuire il nesso tra «idee astratte e concreti» già mostrata nelle sue classiche analisi sulle carestie, vanno lette queste riflessioni di Sen sulla globalizzazione («Globalizzazione e libertà», Mondadori, Milano 2002, pagg. 162, € 14,60).

  Un processo cui si dichiara apertamente favorevole. I no global lo attaccano in maniera spesso acritica e contraddittoria.  Essi rifiutano ideologicamente il mercato e l'economia capitalistica, della quale invece - secondo Sen - vanno compresi i valori, diversi da Paese a Paese, che ne hanno determinato il successo.  La globalizzazione non va interpretata come un fenomeno di "occidentalìzzazione " del mondo. Perché da sempre anche i Paesi non occidentali hanno contribuito ad arricchire l'armamentario dei valori universali.  D'altro canto sarebbe criminale impedire, ai Paesi più poveri dì usufruire dei progressi scientifici e tecnologici che hanno reso così agiata la vita dei paesi più sviluppati.  R tema centrale da affrontare, se si vuole rendere credibile la propria critica alla globalizzazione, è quello delle diseguaglianze.  Ma insistendo sul fatto che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri i no  global scelgono un terreno dì scontro sbagliato.  Se anche fosse vero che mentre i ricchi si arricchiscono ulteriormente i poveri fanno anche loro qualche piccolo passo avanti - come sostengono i "conservatori" - questo per Sen non sarebbe un buon motivo per distogliere lo sguardo dalle «terribili privazioni» e dalle «enormi diseguaglianze» tuttora esistenti nel mondo.  Sen propone dunque una serie di cambiamenti nelle istituzioni internazionali che si occupano di sviluppo (tutte figlie di Bretton Woods, ma dal 1944 il mondo è cambiato non poco), mostrando quanto i miglioramenti delle condizioni effettive degli individui possano andare di pari passo con la globalizzazione di una sene di diritti fondamentali, tra cui la libertà di parola.  Formule magiche non ne esistono. Esiste solo la nostra capacità di capire, con atteggiamento pragmatico, quanto talvolta l'internazionalizzazione e talvolta la protezione dei localismi giovino o nuocciano all'eliminazione di sofferenze e diseguaglianze che non possiamo non ritenere intollerabili.
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vedi anche
Filosofia (e) politica