RASSEGNA STAMPA

22 AGOSTO 2002
editoriale
Cercare la felicità nel deserto dei valori della vita quotidiana
Non sempre i titoli dei libri corrispondono al loro contenuto, anzi sovente se ne allontanano per mille ragioni. "Stare al mondo" di Salvatore Natoli non sembra, per sé stesso, avere forza di cattura o di sorpresa, almeno fin tanto che non se ne coglie il suo senso, di come starci bene.
Sessant'anni, messinese di Patti, laurea in storia della filosofia, già docente di Logica alla facoltà di Lettere all'università di Venezia e già collaboratore di "Avvenire" su cui ha tenuto dal 1995 al 1996 la rubrica "Altri termini", Natoli insegna oggi Filosofia della politica a Scienze politiche dell'Università di Milano e collabora a molte riviste, tra cui Religione e società, Democrazia e diritto, Baillamme, Leggere, Metaxù, Il Centauro. Nel settembre dello scorso anno, al Palazzo della Ragione a Mantova al Festivaletteratura, eravamo diversi lodigiani ad ascoltarlo mentre dialogava con Enrico Aitini su "Le esperienze della sofferenza", tema del suo vecchio saggio, "L'esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale", Feltrinelli (1986). Il dolore disarma. Gli uomini che credono di potere tutto, ci sbattono il naso, ma non si chiedono le ragioni. Il senso della filosofia è di spiegare e consolare. Il recente libro è un efficace atlante di comportamenti, di significative tracce e di orientamenti per stare bene in una realtà sempre più collassata e complessa qual è la nostra.
Tra gli intervalli del suo lavoro alla Bicocca, il professore ha aggiunto un altro tassello al suo argomentare attorno ai temi della felicità. I libri da lui scritti negli ultimi anni delineano un percorso esaustivo e altamente emblematico, in cui ricostruzione e diagnostica coinvolgono i disparati territori del deserto del mondo: affari, politica, fede, scienza, individui. Occorre dire subito cosa egli intenda per felicità: in senso lato "l'armonia di sé nel mondo". Perché ancor più a monte, Natoli pone Foucault: «Se è vero che ogni azione morale implica un rapporto con il reale in cui si compie e un rapporto con il codice cui si riferisce, è vero altresì che essa implica un rapporto con se stessi, e questo rapporto non è semplicemente "coscienza di sé", bensì costituzione di sé come soggetto morale».
La sua è una filosofia radicata nel reale («dove abita l'uomo») e congiunta all'etica, dunque al «modo dello stare al mondo» (Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, 1996). Egli non pensa a un progetto di felicità che possa andare bene a tutti: «La felicità non è avere cose: la felicità è una relazione, è un crescere col mondo. Presuppone il bene collettivo. Non si può essere felici da soli. Altrimenti si finisce ricchi e soli. Oppure ricchi e a rischio, perché il gran numero di esclusi crea insicurezza. E dunque si ha più bisogno di un poliziotto che di amici». In questa proiezione ipotizza due modelli (sinergici): le istituzioni devono fornire a tutti opportunità di base e di decollo e non abbandonare i più deboli. Questo va inteso come collegamento dei diritti, non come carità o addirittura elemosina, quale appare nel linguaggio neoliberista attuale. E i singoli, a loro volta, possono (devono) pensare al proprio interesse, ma solo dentro l'interesse collettivo.
La complessità della società ha disarticolato, secondo Natoli, i vecchi riferimenti: in essa si vengono sempre più differenziando le prestazioni e i codici di condotta. Viviamo in una crescente assimetria sociale che non è da concepire solo in termini di dispersione, ma anche di arricchimento. La dinamica della complessità ha dilatato gli spazi di libertà, ha implementato le nostre possibilità di scegliere e soprattutto di sceglierci. Per trarre giovamento dai mutamenti del presente bisogna esserne all'altezza. Viviamo nel segno dell'ambiguità. Siamo esposti a rischi fino ad ora mai sperimentati. Innanzitutto, corriamo il pericolo di essere travolti da quella stessa mobilità da cui dovremmo trarre vantaggi; in secondo luogo, per evitare la perdita di identità indotta dalla celerità delle mutazioni, ripariamo difensivamente nella serie. Abbiamo paura e perciò, lungi dal valorizzare le occasioni di libertà, accettiamo il regime: diveniamo passivi ed eterodiretti. Obbedienti involontari, senza neppure i vantaggi di questa celebre, antica virtù.
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