![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 AGOSTO 2002 |
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Fra
i ritagli di giornale che si accumulano da qualche mese sulla mia scrivania ve
ne sono alcuni che potrebbero suscitare qualche inquietudine. Nel t itolo
compare immancabilmente la parola «robot», ma nel testo si parla in genere di
esperimenti tesi a realizzare un collegamento fra il cervello (animale o umano)
e il computer, che funzioni nei due sensi: tale cioè che il cervello sia in
grado di inviare comandi al computer (e azionare così, per esempio, dei
dispositivi), e il computer sia in grado di inviare al cervello dei feedback di
tipo sensoriale. I due esperimenti che più di altri hanno catalizzato
l'attenzione dei giornali sono stati quello di Kevin Warwick, dell'Università
di Reading in Inghilterra, che con un chip impiantato sottopelle intendeva
controllare alcuni dispositivi elettrici di casa sua; e quello di Sanjiv
Talwar del Downstate Medical Center di Brooklyn, che in un articolo
pubblicato su Nature del maggio di
quest'anno descriveva il controllo a distanza di alcuni topi a cui erano stati
impiantati nel cervello degli elettrodi, e i cui movimenti venivano così
direttamente guidati dai ricercatori.
D'accordo,
in quest'ultimo caso si tratta ancora di piccoli mammiferi, e non di
uomini. Ma il senso della ricerca è
chiaro. In meno di cinquant'anni la
comunicazione fra il cervello e l'elettronica ha fatto passi da gigante, e con essa
l'invasione del corpo da parte della tecnologia. La rivoluzione delle telecomunicazioni, iniziata un secolo e
mezzo fa col telegrafo, sta ormai per insediarsi stabilmente all'interno stesso
del nostro corpo. E si annuncia già una
terza e più sconvolgente prospettiva nel processo di artificializzazione del
corpo: quella del controllo del patrimonio genetico dell'individuo. Corpo invaso dalla tecnologia, corpo
disseminato nelle reti di telecomunicazioni, corpo geneticamente modificato: il
cyborg, l'organismo cibernetico che su una base umana innesta delle componenti
artificiali, si sta spostando con velocità impressionante dalle pagine della
fantascienza alla vita reale. Per la
prima volta una specie animale su questo pianeta sembra in grado di «prodursi»,
e non più solo di «riprodursi». Certo,
è legittimo nutrire dei dubbi che tutto ciò, come sostengono alcuni, configuri
una liberazione dell'uomo dai vincoli della biologia. Ma non è più così fantastico o irrealistico chiedersi se
l'umanità stia davvero incamminandosi a superare se stessa: e in questo caso,
che cosa verrebbe «dopo l'uomo»?
Il
termine postumano, post-human, è stato reso popolare una decina d'anni fa da
una mostra d'arte contemporanea curata dal critico Jeffrey Deitck (in Italia è
stata ospitata al Museo di Rivoli), e da allora si è proposto come il concetto
più radicale della famiglia dei «post-» che imperversano nella cultura
mondiale. Ma si sa che nell'arte (e in
certa critica d'arte) l'eccesso di metafora a volte può oscurare quel po' di
chiarezza del pensiero a cui ancora possiamo sperare di aspirare. E perciò non sembra fuori luogo
interrogarsi, ancora una volta, sulla fondatezza scientifica e antropologica
della nostra «fuoruscita dalla biologia».
Dico «ancora una volta» perché il dibattito non è nuovo, e le ipotesi di
trascendenza dell'uomo rispetto alla natura risalgono - almeno - a
Platone. In Italia Giuseppe O. Longo
aveva formulato l'ipotesi che l'impennata dell'ibridazione fra uomo e tecnica,
verificatasi negli ultimi decenni con le tecnologie informatiche, stesse
avviando l'umanità verso una nuova specie ibrida, quella indicata dal titolo
del suo libro Homo technologicus uscito
nel 2001 da Meltemi). Quest'anno
Roberto Marchesini, col suo ponderoso lavoro Post-human. Verso nuovi modelli
di esistenza (Bollati Boringhieri, pagine 578, euro 32,00), aspira a fare
il punto del dibattito, e ci riesce, a mio parere, benissimo. Marchesiní sostiene e argomenta una chiara
tesi di fondo: che nella storia evolutiva dell'uomo l'ibridazione con la
tecnologia non sia una novità assoluta, dato che la specie umana si è sempre
caratterizzata per una elevata capacità di rapportarsi in modo collaborativo e
ibridante con mondi ed esperienze lontane dalla propria: con gli animali in
primo luogo, e non solo con la tecnica. E' questa capacità di apertura
all'altro, e non già l'incompletezza ontologica (come sostiene l'antropologia
filosofica di Plessner e Gehlen) a «definire» l'uomo secondo Marchesini. Del
tutto fuorviante, dunque, concepire il linguaggio e la cultura come
contrapposti alla natura: essi rientrano a pieno titolo nei processi naturali,
e non ha alcun senso contrapporre l'artificiale al naturale. Scrive Marchesini: «Sono convinto che l'uomo
si è differenziato (e sempre più si differenzia) dalle altre specie proprio perché
ha saputo costruire eteroreferenze che lo hanno avvicinato, non allontanato,
rispetto al mondo non-umano (... )
L'emergenza della cultura è un evento rivoluzionario nel panorama evolutivo - e
quindi di fatto divergente rispetto ai percorsi intrapresi dalle altre specie -
ma questo non significa che sia un allontanamento dai modelli naturali. La peculiarità dell'uomo sta, viceversa,
proprio nel ripiegamento ovvero nella ricongiunzione, attiva e creativa quanto
si vuole, ma fortemente indirizzata verso l'alterità». (Post-human, p. 83).
L'accento
posto da Marchesini su questa continuità dell'atteggiamento della specie umana
verso la tecnica non significa affatto che egli sottovaluti gli elementi di
novità, e cioè il salto di qualità dell'artificializzazione del corpo e della
vita determinato oggi dall'incrociarsi delle tecnologie dell'informazione e
delle biotecnologie, tanto è vero che accetta di discutere anche le tesi più
estreme sul superamento dell'uomo, come quelle del movimento transumanista di
Max More e Alexander Chislenko (ispirato alle idee di Drexler e
Moravec). Ma naturalmente le
respinge, perché vede in esse, più che un effettivo superamento dell'umanesimo,
una specie di «iperumanesimo» o versione estrema dell'umanesimo, cioè dell'autoreferenzialità
dell'uomo e della cultura. Devo
confessare che, se ci mettiamo nell'ordine di idee di avviare a superamento gli
squilibri introdotti dall'era industriale e dalla rapacità del capitalismo nei
confronti della natura, non vedo alternative all'atteggiamento culturale
proposto da Marchesini.
Mi permetto però di sollevare due problemi diversi tra loro, che mi sembra emergano dalla sua analisi ma che non ho trovato ancora sufficientemente evidenziati. Il primo è quello del possibile attrito fra il funzionamento del nostro cervello come ci è stato consegnato dall'evoluzione (e che per questo altre volte ho chiamato, provocatoriamente, «paleolitico»), e le caratteristiche del nostro più importante partner tecnologico, cioè il computer: mi chiedo se, in un mondo e un sistema che accentuano la valorizzazione degli aspetti quantitativi delle performance cognitive e comportamentali, il nostro cervello non possa subire un eccessivo stress dal rapporto con questo partner che di tutta evidenza ci surclassa proprio sul piano computazionale. Il secondo problema è più esplicitamente politico. Praticamente tutti i temi teorici e di analisi affrontati da Marchesini (il rapporto fra uomo e tecnologia, la critica del mito della purezza, la necessità di utilizzare le tecniche per rinsaldare il nostro rapporto con i processi naturali e non per separarcene, la necessità di andare oltre una visione puramente «conservativa» dell'ecologismo) richiedono il superamento dei punti di vista e degli atteggiamenti oggi unanimemente praticati dagli attori politici ed economici della scena mondiale: stati, forze politiche, aziende multinazionali. Non a caso, a ben vedere, quei temi sono gli stessi affrontati - certo non sempre con la chiarezza teorica e pratica necessaria - dai movimenti internazionali contro la globalizzazione liberista. Non sarebbe il caso, insomma, di riconoscere l'esplicita valenza politica del dibattito sul postumano?