RASSEGNA STAMPA

8 AGOSTO 2002
ANTONIO CARONIA
Come sarà l’umanità dopo l’uomo

Dai rapporti con la tecnica alle ibridazioni: evoluzione del concetto di. «post-human»

Fra i ritagli di giornale che si accumulano da qualche mese sulla mia scrivania ve ne sono alcuni che potrebbero suscitare qualche inquietudine. Nel t itolo compare immancabilmente la parola «robot», ma nel testo si parla in genere di esperimenti tesi a realizzare un collegamento fra il cervello (animale o umano) e il computer, che funzioni nei due sensi: tale cioè che il cervello sia in grado di inviare comandi al computer (e azionare così, per esempio, dei dispositivi), e il computer sia in grado di inviare al cervello dei feedback di tipo sensoriale. I due esperimenti che più di altri hanno catalizzato l'attenzione dei giornali sono stati quello di Kevin Warwick, dell'Università di Reading in Inghilterra, che con un chip impiantato sottopelle intendeva controllare alcuni dispositivi elettrici di casa sua; e quello di Sanjiv Talwar del Downstate Medical Center di Brooklyn, che in un articolo pubblicato su Nature del maggio di quest'anno descriveva il controllo a distanza di alcuni topi a cui erano stati impiantati nel cervello degli elettrodi, e i cui movimenti venivano così direttamente guidati dai ricercatori.

D'accordo, in quest'ultimo caso si tratta ancora di piccoli mammiferi, e non di uomini.  Ma il senso della ricerca è chiaro.  In meno di cinquant'anni la comunicazione fra il cervello e l'elettronica ha fatto passi da gigante, e con essa l'invasione del corpo da parte della tecnologia.  La rivoluzione delle telecomunicazioni, iniziata un secolo e mezzo fa col telegrafo, sta ormai per insediarsi stabilmente all'interno stesso del nostro corpo.  E si annuncia già una terza e più sconvolgente prospettiva nel processo di artificializzazione del corpo: quella del controllo del patrimonio genetico dell'individuo.  Corpo invaso dalla tecnologia, corpo disseminato nelle reti di telecomunicazioni, corpo geneticamente modificato: il cyborg, l'organismo cibernetico che su una base umana innesta delle componenti artificiali, si sta spostando con velocità impressionante dalle pagine della fantascienza alla vita reale.  Per la prima volta una specie animale su questo pianeta sembra in grado di «prodursi», e non più solo di «riprodursi».  Certo, è legittimo nutrire dei dubbi che tutto ciò, come sostengono alcuni, configuri una liberazione dell'uomo dai vincoli della biologia.  Ma non è più così fantastico o irrealistico chiedersi se l'umanità stia davvero incamminandosi a superare se stessa: e in questo caso, che cosa verrebbe «dopo l'uomo»?

Il termine postumano, post-human, è stato reso popolare una decina d'anni fa da una mostra d'arte contemporanea curata dal critico Jeffrey Deitck (in Italia è stata ospitata al Museo di Rivoli), e da allora si è proposto come il concetto più radicale della famiglia dei «post-» che imperversano nella cultura mondiale.  Ma si sa che nell'arte (e in certa critica d'arte) l'eccesso di metafora a volte può oscurare quel po' di chiarezza del pensiero a cui ancora possiamo sperare di aspirare.  E perciò non sembra fuori luogo interrogarsi, ancora una volta, sulla fondatezza scientifica e antropologica della nostra «fuoruscita dalla biologia».  Dico «ancora una volta» perché il dibattito non è nuovo, e le ipotesi di trascendenza dell'uomo rispetto alla natura risalgono - almeno - a Platone.  In Italia Giuseppe O. Longo aveva formulato l'ipotesi che l'impennata dell'ibridazione fra uomo e tecnica, verificatasi negli ultimi decenni con le tecnologie informatiche, stesse avviando l'umanità verso una nuova specie ibrida, quella indicata dal titolo del suo libro Homo technologicus uscito nel 2001 da Meltemi).  Quest'anno Roberto Marchesini, col suo ponderoso lavoro Post-human.  Verso nuovi modelli di esistenza (Bollati Boringhieri, pagine 578, euro 32,00), aspira a fare il punto del dibattito, e ci riesce, a mio parere, benissimo.  Marchesiní sostiene e argomenta una chiara tesi di fondo: che nella storia evolutiva dell'uomo l'ibridazione con la tecnologia non sia una novità assoluta, dato che la specie umana si è sempre caratterizzata per una elevata capacità di rapportarsi in modo collaborativo e ibridante con mondi ed esperienze lontane dalla propria: con gli animali in primo luogo, e non solo con la tecnica. E' questa capacità di apertura all'altro, e non già l'incompletezza ontologica (come sostiene l'antropologia filosofica di Plessner e Gehlen) a «definire» l'uomo secondo Marchesini. Del tutto fuorviante, dunque, concepire il linguaggio e la cultura come contrapposti alla natura: essi rientrano a pieno titolo nei processi naturali, e non ha alcun senso contrapporre l'artificiale al naturale.  Scrive Marchesini: «Sono convinto che l'uomo si è differenziato (e sempre più si differenzia) dalle altre specie proprio perché ha saputo costruire eteroreferenze che lo hanno avvicinato, non allontanato, rispetto al mondo non-umano (... ) L'emergenza della cultura è un evento rivoluzionario nel panorama evolutivo - e quindi di fatto divergente rispetto ai percorsi intrapresi dalle altre specie - ma questo non significa che sia un allontanamento dai modelli naturali.  La peculiarità dell'uomo sta, viceversa, proprio nel ripiegamento ovvero nella ricongiunzione, attiva e creativa quanto si vuole, ma fortemente indirizzata verso l'alterità». (Post-human, p. 83).

L'accento posto da Marchesini su questa continuità dell'atteggiamento della specie umana verso la tecnica non significa affatto che egli sottovaluti gli elementi di novità, e cioè il salto di qualità dell'artificializzazione del corpo e della vita determinato oggi dall'incrociarsi delle tecnologie dell'informazione e delle biotecnologie, tanto è vero che accetta di discutere anche le tesi più estreme sul superamento dell'uomo, come quelle del movimento transumanista di Max More e Alexander Chislenko (ispirato alle idee di Drexler e Moravec).  Ma naturalmente le respinge, perché vede in esse, più che un effettivo superamento dell'umanesimo, una specie di «iperumanesimo» o versione estrema dell'umanesimo, cioè dell'autoreferenzialità dell'uomo e della cultura.  Devo confessare che, se ci mettiamo nell'ordine di idee di avviare a superamento gli squilibri introdotti dall'era industriale e dalla rapacità del capitalismo nei confronti della natura, non vedo alternative all'atteggiamento culturale proposto da Marchesini.

Mi permetto però di sollevare due problemi diversi tra loro, che mi sembra emergano dalla sua analisi ma che non ho trovato ancora sufficientemente evidenziati.  Il primo è quello del possibile attrito fra il funzionamento del nostro cervello come ci è stato consegnato dall'evoluzione (e che per questo altre volte ho chiamato, provocatoriamente, «paleolitico»), e le caratteristiche del nostro più importante partner tecnologico, cioè il computer: mi chiedo se, in un mondo e un sistema che accentuano la valorizzazione degli aspetti quantitativi delle performance cognitive e comportamentali, il nostro cervello non possa subire un eccessivo stress dal rapporto con questo partner che di tutta evidenza ci surclassa proprio sul piano computazionale.  Il secondo problema è più esplicitamente politico.  Praticamente tutti i temi teorici e di analisi affrontati da Marchesini (il rapporto fra uomo e tecnologia, la critica del mito della purezza, la necessità di utilizzare le tecniche per rinsaldare il nostro rapporto con i processi naturali e non per separarcene, la necessità di andare oltre una visione puramente «conservativa» dell'ecologismo) richiedono il superamento dei punti di vista e degli atteggiamenti oggi unanimemente praticati dagli attori politici ed economici della scena mondiale: stati, forze politiche, aziende multinazionali.  Non a caso, a ben vedere, quei temi sono gli stessi affrontati - certo non sempre con la chiarezza teorica e pratica necessaria - dai movimenti internazionali contro la globalizzazione liberista.  Non sarebbe il caso, insomma, di riconoscere l'esplicita valenza politica del dibattito sul postumano?
inizio pagina
vedi anche
Cultura e societ…