![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 AGOSTO 2002 |
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«In Italia il problema della ricerca è globale e culturale, di metodi e di strumenti: manca la valutazione dei risultati», a sostenerlo, da anni, è Adriano De Maio, che a settembre terminerà il mandato di rettore del Politecnico di Milano. Il suo nome è già stato fatto come possibile candidato alla presidenza del Cnr, e forse anche per questo De Maio (chiamato di recente dal ministro dell'Istruzione Moratti, a guidare una commissione di saggi per correggere la riforma dei cicli universitari) vuole rimanere fuori dalla discussione sul rinnovo del Consiglio nazionale delle ricerche: «Non mi esprimo, dico solo che non credo sia giusto schierarsi immediatamente contro il cambiamento: nessuna organizzazione può restare immutata, senza adeguarsi ai tempi, alle nuove difficoltà e alle sfide che via via incontra, e questo vale anche per il Cnr». Concentrare gli sforzi. Per De Maio una ristrutturazione che portasse a concentrare gli sforzi sarebbe positiva: «La creazione di masse critiche è un elemento fondamentale per la ricerca, spesso ottimi ricercatori non producono risultati altrettanto buoni a causa della carenza di risorse, in questo la mano pubblica e il mercato devono procedere in modo sinergico: nelle principali economie mondiali gli investimenti pubblici sostengono i progetti rischiosi a lungo termine, e il mercato finanzia i progetti con un ritorno meno lontano» Modifiche organizzative. Secondo Paolo Blasi, ordinario di Fisica Generale, all'Università degli Studi di Firenze e componente del Consiglio direttivo del Cnr, un buon passo avanti è già stato compiuto con la riforma del 1999 con la quale si è passati da 300 istituti agli attuali 108, ma ci sono alcuni elementi della gestione dell'ente da modificare: «Va certamente potenziato l'aspetto di governo, il Consiglio direttivo dovrebbero avere potere decisionale e non solo di indirizzo, come previsto dall'attuale ordinamento; il Comitato scientifico, così come ora è poco utile e dovrebbe essere sostituito da un organo con funzioni più chiare, composto magari dagli stessi direttori degli istituti; inoltre servono progressi nell'accettare la rotazione delle carriere, anche e soprattutto ai vertici, per migliorare l'organizzazione, senza personalismi o interessi di parte». Una possibile riorganizzazione potrebbe avvenire, secondo Blasi, partendo da cinque aree principali (biomedica, scientifica, tecnologica, scienze umane e scienze sociali), ma «senza smembare l'ente e perdere così i vantaggi di un approccio multidisciplinare alla ricerca». Dovrebbe essere pronto solo a settembre il documento al quale sta lavorando un gruppo di esperti del ministero dell'Istruzione (seguendo le linee programmatiche per la ricerca fino al 2006 decise dal Consiglio dei ministri). Pubblico e privato. Per il momento stiamo parlando di ipotesi - dice Luciano Caglioti, professore di Chimica organica alla Sapienza di Roma e ricercatore del Cnr -, ma se con la riforma si venisse a creare qualcosa di simile al Kaist coreano, al Fraunhofer tedesco o al Meti giapponese, ovvero strutture pubbliche in grado di produrre ricerca per il sistema industriale nazionali, allora non si potrebbe che essere favorevoli al cambiamento». Ma per Caglioti, le strutture contano relativamente e ancora meno contano i dettagli che riguardano il numero degli istituti, e i possibili accorpamenti: «Quello che conta veramente è la volontà politica, la determinazione nel credere in uno zoccolo duro tecnologico sul quale basare lo sviluppo industriale». Uno sviluppo che parte dal mercato, ma che allo stesso tempo ha bisogno di un gruppo di scienziati, che facciano da sponda credibile all'analisi dei costi e dei benefici del progresso: «È necessario un contributo imparziale che eviti le decisioni prese emotivamente su temi d'attualità come ad esempio l'inquinamento elettromagnetico, o l'abuso di posizione dominante da parte di soggetti privati magari tecnologicamente avanzati: questa funzione non può che essere svolta da scienziati dell'area pubblica».