![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 AGOSTO 2002 |
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Storia di una corrente dai confini ben
delineati in antitesi con la tradizione continentale
Alla Storia della filosofia analitica curata
da Franca D'Agostini e da Nicla Vassallo («Storia della filosofia
analitica», a cura di Franca D'Agostini e Nicla Vassallo, Torino, Einaudi 2002,
pagg. 588, euro 25,00. Contributi di
Franca D'Agostini («Che cos'è la filosofia analitica?»), Carlo Penco
(«Filosofia dei linguaggio»), Mark Sainsbury («Logica filosofica»), Achille
C. Varzi («Ontologia e metafisica»), Massimo Marraffa («Filosofia della
mente»), Mauro Dorato («Filosofia della scienza»), Nicla Vassallo
(«Epistemologia»), Pieranna Garavaso («Filosofia delta matematica»), Carla
Bagnoli («Etica»), Anna Elisabetta Galeotti («Filosofia politica»),
Vittorio Villa («Filosofia del diritto»), Christopher Hughes («Filosofia
della religione»), Jerroid Levinson («Estetica)), che è destinata a fornire
un servizio di prim'ordine all'arricchimento del dibattito filosofico italiano,
non avrei davvero da obiettare che il titolo. Questo volume, infatti, comprende
una serie di eccellenti studi sullo stato dell'arte nei vari settori di uno
stile filosofico con cui non è più possibile non confrontarsi, preceduti da un
illuminante profilo storico della D'Agostini che - accanto alle analisi
specifiche - suggerisce che proprio il globalizzarsi della filosofia analitica
l'avrebbe portata in contatto con temi della filosofia continentale. Il che è vero, a patto che si distingua,
perché il sincretismo, la koinè e
l'ellenismo vanno bene purché non conducano al culto del dio Baal e ai misteri
di Ermes Trismegisto, cioè, nella fattispecie, alla riabilitazione di vecchi
arnesi filosofici.
Anzitutto,
il fatto che gli analitici possano riallacciarsi a temi di filosofi classici,
siano essi Kant o Hegel o chiunque altro, non significa necessariamente una
apertura nei confronti dei continentali, giacché Kant, o Hegel, o Aristotele
(un autore onnipresente e sin dall'inizio nella filosofia analitica) sono
semplicemente filosofi del passato, di un'epoca in cui la distinzione tra
analitici e continentali non esisteva.
Non sarei nemmeno cosi sicuro che si possa parlare di una «profonda assimilazione
della filosofia speculativa» da parte degli analitici, come suggerisce la
D'Agostini a p. 76, se non altro perché l'espressione «filosofia speculativa»
non è per niente univoca, coprendo un arco che va dalle ipotesi di Schelling
sullo stato di Dio prima della creazione del mondo a forme più o meno temperate
di teoria della conoscenza. Anche sul
fatto che nella filosofia analitica si assista a un recupero di Kant avrei i
miei dubbi; è vero che, come scrive la D'Agostini nella bibliografia ragionata
del suo saggio (p. 508), il libro di Coffa sulla Tradizione semantica da Kant
a Carnap ha «segnato l'inizio del "ritorno a Kant" della storiografia
sulla filosofia analitica», ma lo ha segnato nel senso che Coffa asserisce
senza mezzi termini, e dimostra persuasivamente, che la filosofia analitica
nasce dal radicale rifiuto di Kant, della filosofia trascendentale e - a
maggior ragione - dei suoi sviluppi in termini di filosofia speculativa.
Insomma,
il fatto che analitici e continentali condividano temi di ricerca e una origine
comune non significa una cooperazione o una intersezione. E' vero che - come scriveva Dummett in Le origini della filosofia analitica, 1993,
traduzione italiana e introduzione di Eva Picardi, Torino, Einaudi 2001 -,
chi avesse letto Frege e Husserl all'epoca della pubblicazione delle loro opere
non avrebbe tratto l'impressione di due mondi separati.
Ma Dummett proseguiva dicendo che è come il Reno e il Danubio, che nascono vicini e sfociano lontanissimi. E, aggiungerei, con esiti molto diversi: un estuario netto da una parte, un delta confuso che si impantana nel Mar Nero, dall'altra.