![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 AGOSTO 2002 |
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Da segnaposto del vuoto nell'abaco a
numero vero e proprio. Grazie agli
indiani
Sifr, latinizzato per
assonanza in zephirum. Zefiro, zero, ma anche cifra. La comune radice di questi termini non è
altro che la traduzione araba dell'originaria denominazione indiana dello zero,
sunya, il vuoto. L'etimologia è
rivelatrice. Ci dice che, per quanto
sia difficile oggi immaginare come sarebbe la vita senza lo zero, per millenni
gli uomini ne fecero tranquillamente a meno.
Nell'antichità gli Egizi erano riconosciuti maestri di pratica
geometrica. Racconta Plutarco che
insegnarono la geometria a Talete e Pitagora. I papiri ritrovati testimoniano
di conoscenze piuttosto elaborate. I "tenditori di corde" sapevano
misurare terreni e ristabilire i confini dei campi dopo le inondazioni del
Nilo. Conoscevano come calcolare l'area
di figure piane e il volume di solidi come il tronco di piramide. Eppure nei papiri non c'è traccia dello zero
così come non si trova nella matematica greca, che pure andò ben oltre le
conoscenze degli Egizi e per duemila anni costituì il modello di sapere
matematico.
Il
libro di Charles Seife («Zero. Storia
di un'idea pericolosa», Bollati Boringhieri editore, Torino 2002, pagg. 258,
euro 29,00) racconta la storia di questa "idea pericolosa", dalla sua
origine nei paesi della Fertile Mezzaluna alla lotta per la sua accettazione in
Occidente fino alla sua pervasiva presenza nella scienza contemporanea. Gli zeri «sul ciglio dello spazio e del
tempo», dal Big Bang ai buchi
neri. Perché è pericolosa l'idea dello
zero? Perché fin dall'antichità, spiega
Seife, «il concetto di zero non solo evocava l'idea di un nulla primordiale, ma
a esso si associavano anche pericolose proprietà matematiche».
Da
un lato infatti il concetto di zero «si scontrò con uno dei principali assunti
della filosofia occidentale, una proposizione che affondava radici nella
numerologia pitagorica e la cui importanza derivava dal paradosso di Zenone: il
vuoto non esiste». Dall'altro, la
storia dello zero procede di pari passo con quella del suo alter ego l'infinito, «paradossali e inquietanti entrambi», come i
matematici e i filosofi greci si resero conto ben presto di fronte alla
scoperta pitagorica di numeri irrazionali e agli argomenti di Zenone su Achille
che insegue invano la tartaruga o la freccia che non raggiunge mai il
bersaglio.
La
concezione greca della realtà fisica elaborata da Aristotele sopravvisse in
Occidente ben al di là della fine della civiltà greca, e con essa la negazione
del vuoto. Sermbra che lo zero abbia
fatto la sua comparsa in testi matematici di epoca tardo babilonese, usato a
mo' di segnaposto per rappresentare uno spazio vuoto dell'abaco. Ma la vera e propria «reincarnazione dello
zero» fu opera dei matematici indiani che, come scrive Seife, ne mutarono «il
ruolo di mero segnaposto in di numero in piena regola».
Non si sa quando avvenne il passo essenziale, l'adozione di un sistema numerico posizionale in base decimale. In ogni caso, già nel nono secolo dopo Cristo i matematici indiani impiegavano un simbolo speciale per lo zero e si erano resi conto delle sue proprietà fondamentali. Ma di fronte alla divisione per zero anche un grande matematico come Brahmagupta inciampava nell'errore di ritenere che avesse un qualche valore determinato (anche se non sapeva quale). «Una ragione che ha cifra per denominatore», dirà un secolo più tardi Bhaskaracharya, «è una quantità infinita» e per una tale quantità «non havvi verun cangiamento, per grande la quantità che aggiungasi o cavasi, ché niuna chosa può alterare l'infinito è immutabile Iddio».