RASSEGNA STAMPA

3 AGOSTO 2002
ANNA POMA
Paura, metafisica della politica

A colloquio con il filosofo Roberto Escobar: il suo grido d'allarme contro il mito dell'individualismo

E' lo strumento nascosto del liberismo: ma dove porta?

Torniamo a parlare di analfabetismo emotivo perché quest'espressione, usata per la prima volta nel '61 dal filosofo tedesco Gunther Anders, si presta a rappresentare la contemporaneità, le sue ombre e il suo stordimento, il rovescio inavvertito della sua potenza. Una lacuna che si spaccia per risorsa e che apprendiamo a perseguire, a desiderare, a magnificare convincendoci che ciò che proviamo è solo d'intralcio al nostro vivere: perciò dimentichiamo in fretta il prezzo di quest'amputazione e gli innumerevoli equivoci e deformazioni percettive di cui, grazie ad essa, siamo ostaggio in fatto di responsabilità individuale e sociale, di salute e di malattia, di etica e di politica.
Ne abbiamo già parlato, su queste stesse colonne, con l'aiuto di Umberto Galimberti, Aldo Carotenuto, Franco Ferrarotti.
Ci rivolgiamo oggi a Roberto Escobar, filosofo politico e critico cinematografico, autore di due libri - Metamorfosi della paura (1998) e Il silenzio dei persecutori (2002)- che riconducono i processi di aggregazione sociale e di costruzione della politica alla fenomenologia della paura. Dunque al versante emotivo dell'esperienza.
Come definirebbe la paura?
«Come "situazione", non fisica e nemmeno cognitiva, che non si può propriamente definire o rappresentare senza trasformarla in qualcos'altro, senza dominarla: possiamo solo immaginare la paura. E' il concetto del "fuori" a chiarirlo: come nota Benveniste, in origine "fuori" è la porta vista dal di dentro. E, in effetti, la paura è "fuori", qualcosa che immagino stando "dentro" e che non posso sperimentare se non come disordine, come caos, venendone travolto, scomparendo in essa»
Qualcosa di connaturato agli esseri umani e alla fondazione della civiltà?
«La paura ha a che fare con il sospetto che l'uomo abbia infranto un limite naturale e che per questo debba aspettarsi una ritorsione: si pensi al mito di Prometeo, il furto del fuoco e la maledizione degli dei. La tecnica, cioè la condizione senza la quale la sopravvivenza del genere umano non sarebbe stata possibile, è questa violazione. E la tecnica c'è sempre stata»
Le dimensioni e la potenza degli apparati tecnici nel nostro mondo cambiano la nostra percezione della paura?
«Non lo credo perché ho l'impressione che gli uomini abbiano sempre pensato che oggi, qualunque fosse l'oggi, il mondo fosse troppo manipolato. Di qui il bisogno di erigere confini, di asserragliarsi, di chiudere fuori la paura. In questo senso la paura è la metafisica della politica»
Lei stesso però sostiene che, dopo la caduta del muro di Berlino, l'Occidente non riesce più a disporre di confini rigidi, capaci di garantire la netta separazione tra dentro e fuori.
«E' la globalizzazione a metter fine ai confini. Ma ciò non dipende tanto dalla tecnica, quanto dall'economia che, oggi, si è completamente sostituita alla politica. La globalizzazione produce "sconfinamento" nel senso del superamento e in quello, ben più inquietante, del crollo dei confini».
Perché non possiamo fare a meno dei confini?
«Perché sono linee di senso, frontiere materiali ma soprattutto simboliche che costituiscono il nostro stare consapevolmente al mondo; e se la paura è la metafisica della politica, lo strumento per dare forma alla paura e costruire la politica è individuare linee di senso. Che poi, dal punto di vista politico sono le istituzioni, lo Stato, gli Stati».
Cosa accade con la globalizzazione?
«Agli Stati restano alcuni poteri, ma non più quello, fondamentale, di dare sicurezza. E in assenza di questa funzione torna a scattare il meccanismo della paura non governata».
Ma nemmeno riconosciuta come tale. Con quali conseguenze?
«In due sensi opposti, ma in fondo alleati, finiamo per essere "a disposizione". Da un lato di quella insecurizzazione ideologica e programmatica che si chiama "liberismo". Dall'altro di qualsiasi soluzione totalitaria. Mi spiego: inducendo i singoli ad assumere l'autosufficienza e la precarietà come valori, ad andar fieri di fare a meno dei riferimenti istituzionali e di garanzie, ad essere eroi di se stessi, il liberismo funziona solo per una piccolissima minoranza - non più del 3% dell'umanità. Tutti gli altri, anche grazie alla propaganda televisiva, sentono questo modello come un dover essere, anche se non riescono a corrispondervi. Quando Berlusconi si presenta dicendo "mi sono fatto da me", dice che la precarietà è un valore: "io ho vinto, tu devi vincere e se non ci riesci e sei disperato è colpa tua". Ma questo è insostenibile a meno che non ci venga offerta una securizzazione totalitaria a spese di qualcuno».
A cosa si riferisce?
«Ad una qualsiasi dimensione totalitaria: comunitaria - una comunità in cui ci si salva perché si è omogenei - oppure populistica e mediatica, fondata sull'odio, come sempre. Oppure etnistica. Io sono un niente ma sono un padano e se non vinco - avendo io il dovere di vincere - è perché ci sono gli immigrati che me lo impediscono».
Diventiamo ostaggio di una paura che misconosciamo continuamente, tutti uguali nel bisogno di farla subire a qualcun altro.
«E' questo che chiamo il silenzio dei persecutori. Il mito dell'individualismo ha l'effetto paradossale di far coincidere la differenza con l'uguaglianza perché devo aderire ad un modello che si assolutizza».
«L'individualismo si rovescia in totalitarismo?
«Sì, perché quest'ultimo raccoglie una domanda di sicurezza che comunque esiste. Bossi è figlio di Berlusconi in questo senso: l'uno raccoglie quello che l'altro distrugge; Forza Italia ha fatto il miracolo di distruggere e raccogliere insieme, facendo proprie alcuni dei temi più ignobili e istituzionali della Lega: ti tolgo la sanità pubblica dicendoti che è colpa tua, ma poi ti securizzo dicendoti che buttiamo fuori i clandestini».
Antidoti?
«Un ritorno alla politica, al pensiero della politica. Nel discorso pubblico deve riemergere una dimensione in grado di restituire linee di senso: oggi forse è di nuovo possibile perché l'onda del mito individualista - che risale agli anni '80 e orienta una massa di carriere ancora dominanti in Italia, specie in seno ai mass media - potrebbe cominciare ad esaurirsi: per questo è fondamentale che qualcuno sia in grado di capire e di impegnarsi su questo terreno».
A chi pensa?
«Non a un gruppo di potere con meno responsabilità degli altri, ma a un gruppo più consapevole e con più responsabilità che possa costruire un nuovo linguaggio, smascherando la terribile natura ideologica del linguaggio di cui siamo portatori. Che poi è il solo in circolazione. Un'élite politica in grado di mettersi in gioco, di mettere in comune, di promuovere una nuova coscienza ma anche un senso di appartenenza. Occorre un incontro transdiciplinare tra persone che sappiano anche "fare i conti con la paura" per non ricadere nella trappola dell'irrigidimento istituzionale. Non si può fare a meno delle istituzioni perché senza di esse non si hanno linee di senso e securizzazione, prevale l'economia ed è il caos. Però le istituzioni, come dice Mary Douglas, sono narcisistiche e perciò vanno continuamente destrutturate altrimenti si assolutizzano, si riducono a una sola storia. Vanno invece ridotte a racconto. E i racconti devono moltiplicarsi. Shahrazàd lo sa: una storia sola è la morte, mille e una salvano la vita. Per noi, esseri senza significato, l'istituzione è l'antidoto alla paura e al suo renderci disponibili, esposti. Gehlen dice: viva l'istituzione che mi dà la libertà. Io dico: mi salva la vita ma poi magari me la distrugge. Occorre perciò moltiplicare le legittimità: non in senso etnistico, come giustapposizione di totalitarismi, di storie assolutizzate, ma nel senso di un loro attraversamento reciproco».
Che, necessariamente, è anche un attraversamento emotivo, un riconoscere quello che ciascuno, individuo o gruppo che sia, prova e fa provare agli altri, assumendosene la responsabilita. Rispondendo cioè di quei confini che sono sempre anche i nostri "limiti".
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vedi anche
Filosofia (e) politica