![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 AGOSTO 2002 |
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La formula usata da Mussi di
«turbocapitalismo» nasce da una visione conservatrice. Istituzioni sovranazionali che lo regolino
vanno riformate ma esistono già
Non
vorrei deludere Mussi ma per scoprire i pericoli del «turbocapitalismo» bastava
restare alla lettera delle considerazioni degli inventori di questa «formula di
successo», come Mussi, la chiama. E che
sono, insieme a Luttwak, una corrente estesa di intellettuali, economisti e
politologi americani, in massima parte di orientamento conservatore. I nostri
pensatori no global o coloro che sono perennemente alla ricerca di «una critica
seria al modello sociale e politico dell'attuale politica planetaria degli
Stati Uniti» resterebbero, forse, perplessi e disorientati nel leggere le
descrizioni, niente affatto apologetiche, che questa corrente di pensiero fa
della formula del «turbocapitalismo».
La formula coincide, nel pensiero di Luttwak, con un «immane disordine
geopolitico» che origina dalla caduta dell'Urss e che porta alle seguenti
conseguenze negative: la diffusione incontrollata del free market capitalism non più regolato, come è stato per oltre un
secolo in America, dai vincoli di un potente sistema legale e dalle regole del
calvinismo americano; una crescita spettacolare della produttività, indotta
dalla computer revolution che, priva delle regolazioni statali, fiscali e
sindacali tipiche del capitalismo dal 1945 al 1980, genera una profonda
diffusione delle ineguaglianze e una esplosione di comportamenti deviati e di
criminalità; il collasso dei valori «politici e morali» degli Stati Uniti e
dell' Occidente, come paventa anche Brzezinski il vecchio capo della diplomazia
di Carter. Questi processi porteranno,
incalza Luttwak, alla fine del «sogno americano». E' questo il
«turbocapitalismo» di Luttwak. La
situazione di oggi con il crash delle borse, la caduta libera dei titoli
tecnologici, l'insicurezza degli investitori sembrerebbe non aggiungere nulla
all'analisi di Luttwak. Anzi,
sembrerebbe avverare la sua predizione della rapida fine di quello che egli ha
chiamato Microsoft mirage, l'aspettativa di una crescita infinita indotta dalle
innovazioni. Davvero c'è da
impallidire! E' da riflettere su quanto poco la critica radicale e il pensiero
no global aggiunga all'analisi degli intellettuali conservatori americani e ai
nostalgici del mondo del moral divide, regolato
dal criterio della lotta tra bene e male, della lunga fase della guerra
fredda. Come Mussi può vedere non c'è
proprio bisogno di riandare ai testi dei liberal di Harvard o dei radicali come
Chomsky e Gore Vidal. Altro che
«etichette marxiste». Non tema Mussi:
in quanto a critica del modello sociale e politico del «turbocapitalismo» i
conservatori sono veramente insuperabili.
Le cose stanno veramente così?
E' questa l'analisi che alla sinistra serve del mondo d'oggi? Io credo
di no. E penso che la sinistra
occidentale, senza imbarazzi, debba distinguersi per una lettura meno disperata
sugli effetti della fine del «capitalismo della guerra fredda» e orientata
all'impegno nella ricerca delle forme di regolazione dei processi globali più
che alla nostalgia del passato.
Che
ci sia «qualcosa che non va nella globalizzazione», come ci invita a vedere
Mussi, mi sembra pacifico e scontato.
Ma possiamo limitarci a questo?
Una sinistra moderna, non incupita e introversa, dovrebbe avere il
coraggio di distinguersi dai conservatori e dai nostalgici per la capacità di
mettere in luce anche «quello che va» e i modi con cui contribuire a
diffonderlo. Perché va nella direzione
delle aspettative e dei valori orientativi da cui una formazione di sinistra
non può prescindere. Scrive Amartya
Sen che «una consistente evidenza indica che l'economia globale ha portato
prosperità a molte diverse aree del pianeta ... che i poveri del mondo non
possono oggi essere privati dei grandi vantaggi della tecnologia contemporanea
o degli indiscutibili benefici che derivano dal vivere in società aperte
piuttosto che chiuse, perché ciò non porterebbe a migliorare le loro condizioni
economiche ... ». E' vero, come afferma Luttwak e Mussi conviene, che il whirlwind capitalism, il capitalismo
turbinoso della globalizzazione, si diffonde «nell'assenza di strutture
politiche sovrannazionali» equivalenti al ruolo regolativo che hanno avuto gli
stati nazionali nel capitalismo del passato.
Ma intanto, il tema della regolazione dei processi economici e
finanziari costituisce la grande questione posta all'ordine del giorno del
nostro tempo. Non a caso l'agenda della
politica internazionale si misura oggi con temi di riforma del modus operandi
di istituzioni come l'Fmi, la World Bank, il Wto e la stessa Onu che dovrebbero
disegnare l'infrastuttura di governo del capitalismo del nuovo secolo. E'
Amartya Sen nel suo ultimo libro "Globalizzazione e libertà" a
ricordare che «un'ampia riforma delle istituzioni è un compito che va affrontato
contemporaneamente alla difesa della globalizzazione». Ma c'è di più. Il deperimento di peso e di funzione dello Stato nazionale e gli
stessi pericoli per il funzionamento democratico al suo interno non possono far
passare in secondo piano il dato di fatto che dopo la fine della guerra fredda
il modello dei diritti civili e delle regole liberali sia diventato il criterio
universale di misura nella valutazione del funzionamento di ogni comunità. Con la fine dell'Urss è finito anche quel
relativismo nel pensiero sulla democrazia - un modello politico istituzionale
ritenuto inevitabilmente minoritario nel mondo e che sembrava dovesse
programmaticamente limitarsi ai paesi ricchi - che ha influenzato anche la
sinistra riformista per una lunga fase.
Oggi non è più così.
C'è un internazionalismo democratico che solleva problemi delicati di giudizio e di rapporto con quelle realtà del mondo dove non è più sopportabile per la coscienza democratica anteporre le priorità derivanti dalla povertà ai temi dei diritti e ai pericoli di regimi dittatoriali e di sostegno al terrorismo. Non è questo in fondo ciò che evoca Amartya Sen quando scrive che «il futuro del mondo è il futuro della libertà nel mondo... che la forza protettiva della democrazia è capace di fornire sicurezza in misura molto più estesa di quanto riescano a fare i tentativi di prevenzione delle carestie»? Facciamo i conti con questa realtà (penso al ruolo dell'Europa) o lasciamo all'America il problema? Analogamente per l'economia. Il crash delle borse con l'insicurezza degli investitori, dopo anni di «ingordigia contagiosa» come l'ha chiamata Greenspan pone il problema classico per la sinistra democratica della riforma del capitalismo. Ciò tuttavia non fa passare in secondo piano la domanda di fondo sul capitalismo contemporaneo e sulla computer revolution: possiamo ragionevolmente fare a meno dell'inedito e straordinario guadagno di produttività che esso permette? Il limite della critica radicale della globalizzazione è che attingendo ai luoghi comuni dell'analisi neoconservatrice del «turbocapitalismo», essa elenca i pericoli della diffusione senza regole del capitalismo di mercato ma è del tutto afasica nell'indicazione delle terapie. E, anzitutto, è reticente sulla domanda chiave: può uno solo di questi pericoli essere ragionevolmente affrontato e risolto su scala planetaria rinunciando alle opportunità che il guadagno di produttività consente? Gli stessi critici americani della globalizzazione chiamano questo il great-dilemma: come rispondere ai problemi che pone la fine del capitalismo regolato senza rinunciare alle opportunità che crea la crescita di produttività del whirlwind capitalism? E' in questo spazio che deve muoversi la sinistra riformista. E' a questo dilemma che essa deve dare risposta. La critica astratta della globalizzazione può portare ad esiti conservatori o stagnazionistici se non si fanno i conti con il dilemma della crescita. E né i conservatori, con la loro nostalgia della stabilità della epoca della guerra fredda e il sogno dell'isolazionismo della superpotenza, nè i radicali, condizionati dalla visione deprimente di un'economia che, rinunciando alla crescita, sarebbe più giusta, danno soluzioni ai problemi. Mussi avverte il bisogno di una nuova identità che faccia leva su «una critica seria al modello sociale e all'attuale politica planetaria degli Usa». D'accordo misuriamoci con questa sfida. Attenzione però a non finire in compagnia di un'interessante schiera di intellettuali conservatori e radicali il cui tratto comune è la nostalgia del passato. Io credo ad una sinistra diversa. Dinamica e non stagnazionista. Che sappia vedere le opportunità del nuovo mondo. E le chiavi che esso offre per affrontare i problemi che il capitalismo contemporaneo ha generato.