![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 AGOSTO 2002 |
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Che cosa si nasconde dietro
la Congettura di Poincaré? Di recente il web ha diffuso la notizia che il
matematico inglese Martin J. Dunwoody fosse riuscito a dimostrare la celebre
formulazione, misteriosa per la maggior parte dei mortali. I pochi ardimentosi
che osavano scaricare dal sito del Department of Mathematics dell'Università di
Southampton il preprint «A proof of the Poincaré conjecture» si trovavano di
fronte a sei paginette fitte di oscuri tecnicismi. Risonanza molto minore ha
avuto l'annuncio della scoperta da parte del topologo Colin Rourke (fra i
massimi esperti) di una lacuna nell'argomentazione di Dunwoody. In attesa che
la comunità scientifica internazionale accerti se la lacuna possa essere
colmata facilmente o meno, se sia semplicemente frutto di errore o se apra
inattese prospettive di ricerca, proviamo a capire quale sia, nella matematica
degli ultimi cento anni, l'importanza della congettura di Poincaré, come nodo
teorico che ha dato origine a nuove idee, e queste ultime a nuovi problemi, con
un effetto a cascata che è il segreto della inesauribile fecondità interna
della matematica. Uno dei meccanismi più tipici attraverso i quali si articola
il pensiero matematico è quello della classificazione. Anzi, secondo la
definizione, solo in apparenza burlesca, data dall'eroe eponimo della
congettura, Jules-Henri Poincaré, la matematica sarebbe proprio «l'arte di dare
lo stesso nome a cose diverse». Naturalmente, sarebbe insensato, oltreché
inutile, elaborare una tassonomia fantasiosamente arbitraria, come nella famosa
enciclopedia cinese ricordata in uno degli apologhi di Borges. Al contrario,
occorre stabilire criteri omogenei e significativi che permettano di
raggruppare insieme oggetti «differenti nella sostanza», ma «simili nella
forma» e di pervenire così a un censimento esaustivo. Per fare un esempio elementare,
è possibile classificare i poligoni semplicemente in base al numero dei lati,
anche se è ovvio che esistono infiniti triangoli differenti o infiniti
pentagoni differenti. Nulla vieta, in una seconda fase, di raffinare questa
classificazione, (distinguendo, poniamo, tra rettangoli isosceli e scaleni, o
tra dodecagoni regolari e quelli che sono il perimetro di una stella di David),
o al contrario di inventare una classificazione molto più semplice, immaginando
che i lati non siano bastoncini rigidi, bensì cordicelle elastiche, che possono
essere stirate e incurvate a piacimento. In questo senso, i poligoni sono
«simili nella forma», perché è sempre possibile deformarli fino a farli
diventare una circonferenza, o, più in generale, una qualunque curva chiusa. I
criteri di classificazione degli oggetti geometrici che contemplano la
possibilità di deformarli liberamente (ma senza tagli né strappi né
incollature) sono alla base di quella disciplina matematica che va sotto il
nome di topologia. Se dal punto di vista topologico, come abbiamo detto, tutte
le curve chiuse sono indistinguibili, non così accade per le superfici chiuse:
ad esempio, una ciambella (un toro, come dicono i matematici) non potrà mai
essere trasformata in una sfera, perché il buco sopravvive a ogni deformazione.
Per rendere rigorosa la classificazione delle superficie - già essenzialmente
nota ai matematici della seconda metà dell'Ottocento - si deve usare un
armamentario matematico abbastanza sofisticato, che permette di formalizzare l'idea
di invariante topologico. Il concetto più importante è quello di gruppo
fondamentale, che nasce dall'idea di studiare le curve chiuse che si possono
tracciare sulla superficie stessa. Su una sfera - basta fare un piccolo
esperimento con un melone e qualche elastico - due curve chiuse qualsiasi si
riescono sempre a trasformare l'una nell'altra; nel caso di una ciambella,
invece, non è difficile (provare per credere) trovare due curve chiuse non
equivalenti. Ma che cosa accade in dimensione superiore, cioè nel caso di
superfici a tre o quattro o diecimila dimensioni? Il fatto di avere a che fare
con spazi aventi un numero di dimensioni maggiore di tre non deve essere
considerato una stramberia da matematici. Naturalmente, è assai difficile, se
non impossibile visualizzare questi spazi: tutti sapremmo, almeno in linea di
principio, determinare quali sono le ombre bidimensionali proiettate da un cubo
tridimensionale, mentre ci troveremmo in grave imbarazzo a ricostruire le
«ombre» tridimensionali di un ipercubo (sebbene Salvador Dalì in Corpus
hypercubicus abbia rappresentato lo sviluppo tridimensionale di ipercubo). Ma
concettualizzare oggetti geometrici a molte dimensioni è invece abbastanza
semplice. Se pensiamo a tre palle che rotolano su un tavolo da biliardo come ad
unico oggetto, questo oggetto si muove in uno spazio a sei dimensioni, perché
ci servono sei numeri per individuare la sua posizione. Per un'ape che ronza
attorno a un fiore, possiamo immaginare, è importante anche l'intensità del
profumo e non solo la propria posizione nello spazio: se l'ape volteggia in
modo che la somma della sua distanza dal fiore e dell'intensità del profumo si
mantenga costante, ecco che un matematico potrebbe dire che essa si muove su
una ipersfera in uno spazio a quattro dimensioni (una tri-sfera). Più
seriamente, ricordiamo che alcune teorie della fisica moderna si formalizzano
mediante strutture geometriche aventi un numero di dimensioni maggiore di tre:
la relatività einsteiniana prevede uno spazio-tempo quadridimensionale, mentre
la più recente teoria delle stringhe ipotizza l'esistenza di dieci dimensioni
fisiche, sei delle quali «compattificate» in iperspazi minuscoli con una
geometria e una topologia molto intricate. Dato che la sfera è la più semplice
delle superficie bidimensionali, Poincaré, nel 1904, ipotizzò che così fosse
anche in dimensione superiore, congetturando che la tri-sfera è l'unica
superficie tridimensionale chiusa (e orientabile, per essere precisi) sulla
quale tutte le curve chiuse sono deformabili l'una nell'altra. Questo è
l'inespugnabile problema - successivamente esteso a ipersfere di dimensione
qualunque - che ha sfidato l'ingegnosità dei matematici per quasi un secolo.
Curiosamente, il caso più ostico da trattare è proprio quello di dimensione
tre, perché in dimensione superiore gli oggetti geometrici si riescono a
deformare con maggiore libertà. Nel 1960 Stephen Smale dimostrò la congettura
di Poincaré per le ipersfere di dimensione maggiore o uguale a cinque. In
dimensione quattro, la dimostrazione della congettura è stata ottenuta da
Michael Freedman nel 1982, come conseguenza del suo teorema di classificazione
delle superfici quadridimensionali (ma alcuni importanti problemi restano a
tutt'oggi senza risposta). Per quanto riguarda, infine, la dimensione tre, i
passi in avanti più significativi - prima dell'annuncio di Dunwoody, che è
prematuro valutare - sono stati compiuti da William Thurston, che, in un vero e
proprio tour de force, è riuscito, negli anni '70, a classificare le otto possibili
geometrie tridimensionali.
Molti dei concetti fondamentali e delle idee più innovative della geometria e
della topologia del Novecento - ad esempio le nozioni di gruppo di omotopia o
di cobordismo - sono stati elaborati nel tentativo, o nella speranza, di aprire
una strada verso la dimostrazione della congettura di Poincaré. E non certo per
una sorta di ossessione enigmistica da parte dei matematici, ma perché
dimostrare (o confutare) questa congettura si è rivelato essenziale per
ottenere una soddisfacente classificazione delle superfici in dimensione
maggiore o uguale a tre: senza una classificazione sarebbe impossibile non solo
comprendere questi enti geometrici, ma, in fondo, anche riuscire a immaginarli,
a pensarli. Per rifarsi al titolo di un libro di Georges Perec, anche in
matematica pensare/classificare è un'endiadi che non si può sciogliere.