![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 LUGLIO 2002 |
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"Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non
religioso" di Gianni Vattimo per Garzanti. Una riflessione sulla religione
nell'era della crisi delle grandi narrazioni e della globalizzazione che varca
anche le mura di San Pietro
Non pochi
sono gli autori che studiano il "fatto" cristiano guardando al di là
del cristianesimo attuale. Al di là: post. Laici e cristiani, se si può ancora
considerare valida questa distinzione. Autori che non considerano esaurito il
fatto cristiano, tutt'altro: non credono al trionfo di quella morte di Dio che
era sembrata, alla fine dei secoli passati, salvifica per l'uomo e per la
società. Pensano che, al di là della crisi, il fatto cristiano possa avere
ancora una sua forte vitalità, ma in forme e modalità diverse da quelle
attuali.
Particolarmente
interessante, in questo senso, mi sembra la riflessione che sta portando avanti
da anni Gianni Vattimo. Ora molti suoi interventi sono stati raccolti in un
volume unico, dal titolo significativo Dopo la cristianità, sottotitolo:
"Per un cristianesimo non religioso" (edito da Garzanti; si vedano
anche il suo Credere di credere, Garzanti 1996 e i suoi dialoghi con i teologi
Sequeri e Ruggeri in Interrogazioni sul cristianesimo, Edizioni Lavoro 2000) .
Vale la pena di verificare come, per Gianni Vattimo, il "pluralismo
post-moderno permette (a me, ma credo anche più in generale) di ritrovare la
fede cristiana".
Post,
dunque. Dopo il moderno. Non contano le date, ovviamente. Conta la cultura. La
cultura da superare è quella razionalista, quella che aveva dominato gli ultimi
secoli, raccogliendo, fra l'altro, anche l'eredità della metafisica greca. Una
grande cultura all'insegna della razionalità, ma anche della sicurezza, delle
idee chiare e distinte, delle bandiere vincenti, delle condanne per chi
scantonava. Una cultura che, purtroppo, dice Vattimo, aveva pervaso di sé anche
il cristianesimo, deformandolo, nelle strettoie rigide della dogmatica e
dell'etica vaticana.
Ora questa
cultura è finita, grazie all'ermeneutica, a Heidegger, a Pareyson di cui
Vattimo si dichiara alunno fedele. E così il cristianesimo può finalmente
ritrovare la sua vera identità. Non è una assoluta novità: alcuni pensatori, in
minoranza, lo avevano previsto: così nel lontano Medioevo Gioacchino da Fiore.
Così, più vicino a noi, Pascal, Dostoevski e anche Nietzsche.
Sul ben noto
pensiero "debole" caro a Vattimo, la riflessione è ormai abbondante.
Non altrettanto sul riflesso - assolutamente positivo - che la
"debolezza" può avere sul postcristianesimo.
"Mi
rendo conto che ciò che propongo qui è una tesi densa di conseguenze e molto
discutibile. Ma il compito di fronte a cui si trova oggi il mondo cristiano, e
cioè l'Occidente, è quello di recuperare la propria funzione universalistica
senza implicazioni coloniali, imperialistiche, eurocentriche. E' difficile
pensare che possa adempiere a questo compito accentuando la propria specificità
dogmatica, etica, disciplinare. Una tale accentuazione, si può ragionevolmente
sostenere, non corrisponde nemmeno all'essenza della dottrina cristiana , ma
dipende piuttosto da una certa inerzia storica delle chiese come organizzazioni
mondane".
Perciò
Vattimo coniuga la "debolezza" con l'incarnazione, momento centrale
nel messaggio cristiano. Carne, cioè storia con le sue vicende, ma anche con i
suoi percorsi tutt'altro che dogmatici.
"L'indebolimento
dell'essere è uno dei possibili sensi, se non in assoluto il senso, del messaggio
cristiano che parla di un Dio che si incarna, si abbassa e confonde tutte le
potenze di questo mondo". Una nuova lettura, dunque, dell'antico concetto
di incarnazione, ricca di feconde applicazioni per il post.
Un
cristianesimo debole sarà, fra l'altro, un cristianesimo di pace, al di là non
soltanto dei dogmi ma di tutte quelle crociate più o meno cruente, che i dogmi
inevitabilmente hanno prodotto e continueranno a produrre. "La violenza si
insinua nel cristianesimo quando esso si allea con la metafisica come `scienza
dell'essere in quanto essere' e cioè come sapere di principi primi".
La
debolezza, quindi, alla radice di quell'ecumenismo oggi più che mai necessario,
ma ancora difficile. E' in gioco il concetto stesso di verità, che non può più
considerarsi assoluta.
E anche
quello di laicità, una conquista moderna alla quale la debolezza del
"post" non vuole rinunciare. "Diventa importante che, entrando
nel dialogo interculturale, il cristianesimo si presenti come il portatore
dell'idea della laicità, che è l'idea stessa dell'universalismo della ragione
spogliata delle sue accidentali - anche se molto radicate e pesanti -
complicità con gli ideali del colonialismo e dell'imperialismo moderni".
E' ovvio che
il cristianesimo postmoderno di Vattimo nella sua etica sarà all'insegna della
centralità della carità. L'altro: qui il pensiero di Habermas e Levinas si
coniuga con quelli, apparentemente molto diversi, di Nietzsche e di Heidegger.
Umiltà, carità e amicizia: "L'amicizia può diventare il principio, il
fattore della verità soltanto dopo che il pensiero abbia abbandonato tutte le
pretese di fondazione oggettiva, universale, apodittica. Senza un'autentica
apertura all'essere come evento, l'altro di Lévinas rischia sempre di vedersi
spodestato dall'Altro con la maiuscola". Il cristianesimo dopo la
cristianità detesta, ovviamente, le maiuscole.
E, per
concludere: "Verità come caritas ed essere come ereignis, evento, sono due
aspetti che si richiamano in maniera stretta. ... Con tutte le imprecisioni che
una tale conclusione, sebbene provvisoria, lascia sussistere, mi pare che
proprio da questo punto si dovrebbe cominciare una riflessione su ciò che
rimane, non solo da rimembrare, ma anche da fare, duemila anni dopo l'evento
del cristianesimo".
Una
riflessione, dunque, da cominciare. Sarà lunga e difficile. Si modificare -
forse addirittura stravolgere una tradizione forte di venti secoli e anche di
innegabili successi. Si tratta di riportare al cuore del cristianesimo la
cultura ebraica al posto di quella greca. Non basteranno certamente gli sforzi
di un Vattimo e di altri (fra cui Ramon Panikkar, del quale si dovrà parlare,
in un analogo contesto, un'altra volta).
Ma forse,
più degli sforzi di alcuni illuminati pensatori, saranno gli "eventi"
- termine caro a Vattimo - a incamminare la storia del cristianesimo per la via
della debolezza (dell'umiltà, per usare un termine più cristiano).
Ne cito due
di particolare importanza. Il primo è interno al cristianesimo stesso: il suo
sfilacciamento. Roma è sempre meno centrale e granitica, le sue parole sempre
meno ascoltate, soprattutto in fatto di etica. La struttura piramidale sempre
più traballante. Gruppi, associazioni, comunità, ecc. sempre più autonome.
Il secondo è
esterno. Roma è sempre meno al centro del mondo. Meno di Wall Street e anche
della Mecca. La tragedia dell'11 settembre si deve leggere anche in questo
senso. La globalizzazione, nel bene e nel male, tocca anche la cristianità,
rendendola meno centrale, più periferica. Sarà inevitabile - e positivo - che
la cristianità accetti il suo indebolimento.