![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 LUGLIO 2002 |
|
Vivremo 130 anni, avremo chip sotto
pelle e nel cervello, come robot. Un saggio analizza le sfide della
tecno-scienza
Vivremo 130 anni, con protesi bioniche, chip sotto pelle, organi artificiali, microscopici robot-dottori che ci scorreranno nelle vene. Addirittura potremmo essere soltanto una mente senza corpo che "gira" su un computer di enorme potenza, il quale ci permetterà di sperimentare qualunque realtà virtuale. E saremo vicini all’immortalità. Oppure la tecnologia ci sfuggirà di mano e l’inferno sbarcherà sulla Terra, prima della nostra autodistruzione. Tutto quello che abbiamo visto in qualche film di fantascienza, da Blade Runner a Matrix, da Gattaca a Vanilla Sky, si sta sperimentando in un laboratorio del mondo. Il futuro ci riserva – siamo ancora in tempo a ripensarci? – una post-umanità. Saranno ibridi, i nostri nipoti, geneticamente modificati, tecnologicamente potenziati, digitalmente interconnessi, potenzialmente sempre riparabili grazie alle nanomacchine. Basterebbe il catalogo delle ricerche scientifiche che hanno come oggetto l’uomo a raccomandare la lettura del recente saggio di Roberto Marchesini, giovane studioso bolognese, docente di Bioetica all’Università statale di Milano. Ma Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza è molto più d’una rassegna ragionata delle "mutazioni" a cui potremo essere sottoposti. Marchesini infatti inquadra il problema in una cornice storica e teorica altrettanto ricca e stimolante. Muovendo dalla contrapposizione tra tecnofili e tecnofobi, egli mostra come entrambi siano vittime di una visione parziale. O perché, nel primo caso, troppo rischiosa, o perché, nel secondo, inevitabilmente anacronistica. I transumanisti, la punta più avanzata dei teorici della tecno-scienza tesa a superare l’"uomo limitato" consegnatoci dall’evoluzione, cavalcano un’antica volontà di potenza antropocentrica, pronta a schiacciare qualsiasi alterità. È l’egoteismo, come lo chiama l’autore, di chi punta a farci angeli disancarnati, liberi dagli impacci del corpo. Li fronteggiano i nostalgici di una natura armonica e incontaminata, contrapposta alla cultura dell’oggettivismo scientifico, una natura che con simili connotati non è mai esistita ed è a sua volta un prodotto culturale di un’epoca determinata. La ricerca non si può fermare, constata Marchesini; bisogna invece guidarla. Non è la tecnica a costituire il pericolo, bensì la teoria che la sorregge. E si rinviene nell’umanesimo di Pico e Leonardo, dell’Uomo vitruviano misura di tutte le cose la radice dell’iperumanesimo, che rischia oggi di dissolvere l’identità umana quale la conosciamo. Né Marchesini si limita allo slogan, ripetuto a ogni annuncio che sconcerta l’opinione pubblica: guidare la tecno-scienza. Servono criteri ragionevoli e condivisi. La proposta dell’autore è quella di un naturalismo moderato: l’uomo è il prodotto di una storia filogenetica lunghissima, creatura incarnata, risultato di interazioni continue con l’"alterità" del mondo, animale soprattutto. Non siamo una mente imprigionata, la tecnica non è nata per rimediare all’incompletezza della nostra specie, l’evoluzione continua, seppur mediata dagli artefatti su cui si è spostata la pressione darwiniana. Dobbiamo conservare l’umiltà dei nostri limiti, il rispetto dell’"altro" da noi, come individui e come specie. Senza dimenticare che gran parte dei sei miliardi di abitanti del pianeta rimane esclusa dai benefici del progresso. L’obiezione dei tecnofili però è già nell’aria: se siamo il prodotto di una evoluzione perché non potremmo metterci ora noi al timone, visto che ne abbiamo i mezzi? Qual è l’alterità da rispettare se 9 specie animali comparse sulla Terra su 10 si sono estinte naturalmente? E dove rintracciare un criterio di umanità se nel futuro potremo creare geneticamente nuove speciazioni simil-umane? In definitiva, se vi trapiantassero una lingua affatto nuova, come potreste dire che cosa preferireste mangiare?