![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 LUGLIO 2002 |
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Dopo aver
partecipato a un convegno sul disorientamento, vado in Internet per
documentarmi sul libro del giorno: L'ambientalista scettico, di Biørn Lomborg
dell'università danese di Aarhus, pubblicato meno di un anno fa in inglese e in
via di traduzione in italiano.
Lomborg
accusa gli scienziati e le organizzazioni ambientaliste di esagerare: l'aumento
di popolazione non pone problemi, l'acqua potabile è abbondante, la
deforestazione e l'estinzione delle specie sono sovrastimate, la lotta
all'inquinamento è stata vinta; infine, invece di combattere una costosissima
battaglia contro il riscaldamento globale, di cui non ci sono prove, è meglio
spendere quei soldi per costruire ospedali e quant'altro.
La fanfara
dei media ha sonato la marcia trionfale e le lodi al volume si sono sprecate.
Recensendolo per il "Washington Post", un professore di filosofia
neozelandese ha affermato che questa "maiuscola opera" è la
"ricerca più importante sull'ambiente da quando nel 1962 Rachel Carson
pubblicò Primavera silenziosa, il cui spirito è diametralmente opposto." È
ovvio che chi ha interesse a mantenere lo status quo brandisce il libro per
confutare i "miti" del riscaldamento globale e per bloccare ogni
iniziativa che riguardi l'ambiente.
Ma lasciamo
perdere le questioni legate agli interessi economici: di per sé il libro di
Lomborg è attendibile? A prima vista si presenta come un'opera imponente (oltre
500 pagine e quasi 3000 note). Ma la "Union of Concerned Scientists",
un'organizzazione indipendente cui aderiscono scienziati solleciti dei problemi
dell'umanità, ha chiesto ad alcuni specialisti di commentare il volume per
scoprire se lo scetticismo si accompagnasse a rigore e obiettività. Il
risultato è stato disastroso: secondo gli esperti lo scettico danese distorce i
ragionamenti e fa un uso disinvolto dei dati per accreditare le sue tesi e
screditare le tesi contrarie. Critiche analoghe sono state mosse da un gruppo
di scienziati che hanno studiato il volume per conto di "Scientific American".
Perché il
mio disorientamento? Perché quando gli scienziati devono affrontare i problemi
reali vengono fuori i loro pregiudizi, la loro ideologia, le loro emozioni,
insomma tutta la loro irrazionalità. Non esistono dati certi, esistono solo dati
interpretati (o addirittura manipolati) per dimostrare tesi preconcette. Da una
parte e dall'altra, beninteso. Di chi fidarci allora? Non solo noi profani, ma
di chi si devono fidare i politici?
Meno di un mese fa i biologi Drew Harvell e Andrew Dobson hanno pubblicato su "Science" uno studio che elenca i rischi mortali che deriverebbero (e già derivano) alla salute di piante, animali e umani dall'aumento globale della temperatura. È un catalogo impressionante, che è stato puntualmente contestato da altri studiosi. Come ha scritto su queste pagine sabato scorso Claudio Camarca, "la Morte non legge i giornali, non si lascia convincere dagli scienziati, non ha voluto credere alle dicerie, alle statistiche: ha tirato per la sua strada mentre quei professori litigavano."