![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 LUGLIO 2002 |
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Dal 1°' al 4 luglio scorsi si è svolto sull'Isola di San
Giulio a Orta, a cura della Fondazione Europea del Disegno, con il patrocinio
del Comune e in collaborazione con il Centro Interuniversitario di Ontologia
teorica e applicata di Torino, il seminario «Vedere e Pensare». La Fondazione, nata dalla volontà di un
gruppo di artisti, filosofi e scrittori - fra i quali Valerio Adami, suo
presidente, Carlos Fuentes, Jacques Derrida, Luciano Berio, Daniel Arasse - ha
aperto le proprie attività con il primo seminario del cielo Ekphrasis (info@triq.it), dedicato a un
punto centrale nel dibattito filosofico contemporaneo: non è detto che ogni
nostro rapporto con il mondo sia inevitabilmente mediato da schemi concettuali;
«l'occhio ragiona a modo suo», come sosteneva il grande percettologo triestino
Gaetano Kanizsa e come ricorda Maurizio Ferraris, che ha ideato e diretto il
seminario cui hanno preso parte, tra gli altri, Dore Ashton, Paolo Bozzi,
Roberto Casati, Jacques Derrida, Paolo Fabbri, Talia Pecker Berio, Amelia
Valtolina. Dai lavori dei seminario,
abbiamo tratto una sintesi dell'intervento di Paolo Bozzi.
Uscito
da una doppia doccia fredda - dell'idealismo attuale dei miei professori
gentiliani, e di una reazione al gergo idealistico influenzata da Russell,
Frege e Peirce - non ero nelle migliori condizioni per diventare psicologo.
In
realtà, accettai con qualche resistenza di andare a sentire le lezioni di
Kanizsa, professore da poco a Trieste, che gli amici mi raccomandavano
vivamente. Ma fu un colpo di fulmine. Kanizsa era uno studioso fisiologicamente
ateoretico, e per di più ideologicamente antiteoretico. Io non avrei mai
immaginato che gli oggetti della percezione, manovrati da lui, si mettessero a
posto da soli, sotto i miei occhi, smentendo con l'evidenza ineludibile dei
fatti i giochi della logica del concreto e dell'astratto con cui avevo già
lunga consuetudine. In realtà, non
imparai dai testi, dai modelli, dalle discussioni: bisognava rimboccarsi le
maniche, manovrare tra i fatti osservabili, trovare cose. Andare a bottega come gli apprendisti
pittori d'altri tempi, cioè come avevo letto nel Vasari.
Imparai
a nuotare - e a notare - perché mi avevano buttato in acqua. Nella teoria mi andavo orientando da solo, a
furia di sbagli. Fu in questo modo che
incontrai il problema del «vedere e pensare».
Il mio maestro era già noto per quel triangolo che porta il suo nome, un
triangolo che non è fisicamente presente, ma risulta fenomenicamente
riconoscibile non meno che se ne fossero disegnati i lati con un tratto di
penna.
Lui
lo presentava sottolineando la differenza tra linee pensate, immaginate,
virtuali e quasi-percettive, e il confronto tra questi tipi di oggetti rendeva
alla perfezione la differenza che c'è tra il pensare e il vedere: un conto è
concepire una linea, in una dimostrazione; un altro è essere invitati a
immaginarla chiudendo gli occhi; un altro ancora è riconoscerla da punti
tracciati su un foglio; e ancora diversi sono i lati, chiari ed evidenti, del
suo triangolo.
Pian
piano scopersi che ogni dimostrazione percetto-logica rivelava un conflitto tra
vedere e pensare, nascosto ogni volta da apparenze diverse. In fondo ogni illusione ottica é un
esercizio di tale conflitto, come lo sono gli svariati paradossi percettivi diventati
famosi grazie ai manuali di divulgazione scientifica e agli articoli dello
«Scientific American».
Il
papero che diventa coniglio caro a Wittgenstein e ai suoi commentatori realizza
in modo esemplare l'antinomia in questione.
Ho un bel pensare e sapere che nella figura c'è, contemporaneamente, sua
un coniglio sia un papero: posso vederne solo
uno
alla volta, e se cerco di vederli entrambi ne esce un mostro in cui la sola
cosa chiara è l'occhio.
In
effetti, l'esperienza quotidiana è a suo modo piena di conigliopaperi, ed è la
nostra distrazione nei confronti dei fatti osservatili a impedire l'esercizio
di un simile acume fenomenologico, poco diffuso ma scientificamente rilevante.
Rilevante perché, malgrado tutto quello che sappiamo, o crediamo di sapere, intorno alle cause della realtà che ci circonda, i fenomeni del mondo esterno hanno una qualità unica, e quando si dice che i sensi ingannano li si calunnia due volte, la prima pretendendo che debbano sempre dirci la verità, come se fossero dei fisici e non dei fenomenologi che ci rendono conto di un mondo osservatile, e la seconda perché le volte in cui ci guidano senza inganno sono la normalità.