![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 LUGLIO 2002 |
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Avanti il
prossimo. Chi cadrà domani sotto la scure dei titoli dei giornali? Dopo i
disastri di Enron e Worldcom, dopo le bufere di Arthur Andersen e Merrill Lynch,
passando per Xerox e le Telecom tedesche e francesi, ecco che martedì scorso il
titolo Vivendi è stato classificato da una società di rating junk , cioè
spazzatura. Ma come? Non era il miracolo che tanto invidiavamo noi cugini
latini, incapaci di dominare il mondo dell'entertainment? Non che da noi i
bubboni rimangano nascosti, se vale l'indagine di Bankitalia su Bipop, banca di
Brescia prodigio della new economy e oggi, a pochi mesi dal gran sogno,
piombata in una storia di straordinaria malpractice . I detrattori del
capitalismo ingordo e gracile sono già al lavoro per concettualizzare quanto
sta succedendo: e dàgli al mercato, alla libera iniziativa, alla deregulation,
alla flessibilità! Fermi tutti. Cerchiamo di scindere le cause tra alcuni fattori
tecnici scatenanti e il vero problema sottostante, che chiamerei di valori
professionali di fondo. E non diamo al mercato colpe che non ha. Il mercato non
va inteso solo come macchina allocativa delle risorse, ma anche come terreno di
sperimentazione. Sperimentazione per le imprese, ma anche per le persone che
devono misurare le proprie capacità e i propri meriti attraverso la convalida
del mercato. Quali sono gli aspetti collaterali e scatenanti? Sono le regole
contabili troppo analitiche e spesso deboli nei principi generali; sono i
revisori con incarichi di lungo termine che gestiscono la certificazione come
un cavallo di Troia per consulenze gestionali più consistenti; sono le banche
d'affari dove scopriamo analisti che si divertivano a dileggiare privatamente i
titoli glorificati ufficialmente; sono le catene di controllo fatte di scatole
cinesi.
Ma non
basta. Accanto a ciò c'è l'economia reale, che non ha proceduto alla velocità
della finanza. Anche in Lombardia. Una economia reale dove i processi aziendali
sono ancora troppo lenti, primordiali, elementari; determinanti di un progresso
produttivo e distributivo che non è riuscito a star dietro all'aumento
dell'efficienza dei mercati monetari e finanziari. Abbiamo manager
manifatturieri che sono meno preparati dei loro coetanei post-industriali, i
quali dalle consolle informatiche e dai tavoli ovali delle merchant banks -
come dice l'economista Luigi Prosperetti sul Sole 24 Ore - richiedono ormai
trimestralmente una massa di informazioni che i primi non riescono a riempire
di contenuti.
Possiamo dirci non responsabili di tutto ciò? Dov'erano le università che formavano la classe dirigente degli anni '80 e '90, quando dietro al trend della finanziarizzazione si mitizzavano carriere rapide e stock options? Perché negli ultimi lustri l'Accademia lombarda ha abdicato alla costruzione di un management solido, etico, rigoroso, legato all'economia reale e alla concreta trasformazione dei processi produttivi in qualcosa di moderno, perdendosi per rivoli formativi effimeri nel lungo termine? Forse se allora avessimo creduto meno alla forza dei numeri e avessimo puntato di più su una competenza a tutto campo, su una cultura poggiata di più su valori meno opportunistici, su carriere impostate su stadi di sviluppo graduali e continui, non saremmo oggi qui a discutere sull'etica necessaria per curare le smagliature del sistema. E a chiederci con terrore: a chi tocca adesso?