![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 GIUGNO 2002 |
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Da qualche
tempo sembra accentuarsi una pericolosa tendenza alla produzione di norme
proibizioniste e di divieto, con contenuti repressivi. Il fenomeno riguarda in
modo particolare l'Italia, ma non risparmia altri ordinamenti. Sono noti i casi
delle recenti nuove norme in materia di immigrazione, di fecondazione
artificiale, di bioetica, delle non-norme in tema di eutanasia, e tanti altri
esempi.
Queste ed
altre leggi prevedono limiti alla ricerca, contengono prescrizioni fortemente
connotate sotto il profilo etico e ideologico, comprimono le libertà
fondamentali, violano la riservatezza e la libertà personale, in nome di valori
che si presumono condivisi dalla maggioranza. Più che il merito, è necessario
contestare il metodo e soprattutto l'esito di queste disposizioni.
Infatti
norme proibizioniste, e più in generale previsioni di natura etica più che
funzionale, producono conseguenze paradossali e assolutamente inefficaci. Se
"fatta la legge trovato l'inganno" indicava un tempo un trucchetto da
furbi, oggi questo detto descrive una conseguenza perfettamente legittima in un
sistema integrato (quello europeo) se non del tutto globalizzato a livello
mondiale. Così è inevitabile che le ricerche bioetiche si spostino (con i
relativi considerevoli investimenti di capitali e potenzialità di sviluppo)
laddove la legislazione è più permissiva. Si può legittimamente volere che sia
così, ma bisogna essere consci delle conseguenze.
Dall'Irlanda,
che proibisce l'aborto, si organizzano vere e proprie carovane verso la Gran
Bretagna che invece lo consente. È sotto gli occhi di tutti come le leggi
proibizioniste sulle droghe siano quanto di più semplice da aggirare. Con una
battuta molto realistica si può ricordare che il divieto di fecondazione
eterologa è superabile andando a letto con qualcun altro, il che non sembra
precisamente rientrare nelle intenzioni dei proponenti. E non si arresterà
certo l'immigrazione clandestina con norme palesemente inapplicabili come la
necessità di avere già un contratto di lavoro prima di poter entrare in un
paese, e chi più ne ha più ne metta.
Insomma, il
legislatore, per quanto talvolta sia dato di dubitare delle sue abilità, non
può essere tanto sprovveduto da pensare che provvedimenti proibizionisti
possano davvero ottenere il loro scopo dichiarato. Tanto più che la scienza del
diritto insegna che alla base delle scelte normative deve stare la razionalità,
e una norma irrazionale non è una norma. Allora perché si approvano leggi di
questo tipo?
Una prima
riflessione di ordine generale è che sembra riaffermarsi la funzione repressiva
del diritto, che, specie negli ultimi decenni, stava progressivamente
retrocedendo a favore della sua funzione regolatrice. Per usare la fortunata
espressione di Zagrebelsky, il diritto si sta avviando a divenire sempre più
"mite", applicabile più in quanto persuasivo che in quanto punitivo.
Difficile pensare che la società sia disposta ad arretrare sul piano della
garanzia delle libertà, nonostante l'11 settembre abbia sicuramente cambiato
qualcosa in tal senso. E tuttavia, come ricordano con grande pragmatismo i
giudici inglesi, la libertà, una volta concessa, non può più essere tolta,
perché è una strada a senso unico.
Il secondo
aspetto su cui riflettere è il ruolo della politica come interprete della
volontà della (maggioranza della) società. Anche ammesso (ma non concesso) che in
taluni casi scelte repressive siano desiderate dalla parte prevalente della
società, va ricordato che la volontà della maggioranza non può essere ritenuta
un valore assoluto, perché esistono alcuni fondamenti dell'ordinamento
costituzionale, come la libertà di autodeterminazione personale, i principi
personalista, democratico, eccetera, che non permettono di comprimere oltre un
limite ragionevole lo spazio dei diritti del singolo, nemmeno per motivi del
tutto giustificabili. È la sfida dello Stato costituzionale di diritto, che
obbliga a seguire percorsi complessi.
Inoltre, la
forza trainante della società liberaldemocratica è proprio l'approccio
pluralista, tollerante, libertario. In un mondo in cui cresce il numero di
coloro che vogliono distruggere una chiesa perché contiene un dipinto
raffigurante il Profeta all'inferno, di chi impone classificazioni, schedature
di varia natura, impronte digitali, sistemi scolastici, scelte familiari, la
risposta non può che essere di libertà. Il rischio altrimenti è che la politica
si stacchi ancor più dalla società e soprattutto dai valori che devono
costituzionalmente ispirarla: adottando scelte liberticide ed inefficaci e
venendo meno ai propri doveri costituzionali.
Già
Tocqueville ricordava come la rivoluzione francese avesse trasformato l'essenza
dello Stato occidentale, abbandonando lo "spirito di religione" in
favore dello "spirito di libertà", con una scelta storicamente
irreversibile. Tornare indietro, dopo oltre due secoli, non è possibile senza
snaturare del tutto la società e le sue scelte fondatrici, e trasformandola in
qualcosa di profondamente diverso (e molto più debole) da ciò che è oggi.
Se invece si
tratta di semplici colpi di coda di una politica che non si rassegna a perdere
parte del suo potere, non accorgendosi che non c'è più spazio nel mondo per
opzioni generaliste e generalizzanti, di controllo assoluto sulla società e
sulle coscienze, il rischio è di minacciare i valori portanti della società per
mera superficialità e presunzione di onnipotenza. Oggi i processi decisionali
non sono più fatti di macroscelte, ma di una somma di opzioni settoriali,
conseguenza della polverizzazione della sovranità e dell'emancipazione
dell'individuo. Non si può più ragionevolmente pensare, almeno in occidente, ad
una politica etica, a scelte repressive e collettiviste in nome di valori
diversi dal pluralismo garantista.
La strada della libertà non è mai troppo lunga perché non valga la pena di percorrerla.