RASSEGNA STAMPA

27 GIUGNO 2002
FRANCESCO PALERMO
LA LIBERTÀ E LA LEGGE

Da qualche tempo sembra accentuarsi una pericolosa tendenza alla produzione di norme proibizioniste e di divieto, con contenuti repressivi. Il fenomeno riguarda in modo particolare l'Italia, ma non risparmia altri ordinamenti. Sono noti i casi delle recenti nuove norme in materia di immigrazione, di fecondazione artificiale, di bioetica, delle non-norme in tema di eutanasia, e tanti altri esempi.

Queste ed altre leggi prevedono limiti alla ricerca, contengono prescrizioni fortemente connotate sotto il profilo etico e ideologico, comprimono le libertà fondamentali, violano la riservatezza e la libertà personale, in nome di valori che si presumono condivisi dalla maggioranza. Più che il merito, è necessario contestare il metodo e soprattutto l'esito di queste disposizioni.

Infatti norme proibizioniste, e più in generale previsioni di natura etica più che funzionale, producono conseguenze paradossali e assolutamente inefficaci. Se "fatta la legge trovato l'inganno" indicava un tempo un trucchetto da furbi, oggi questo detto descrive una conseguenza perfettamente legittima in un sistema integrato (quello europeo) se non del tutto globalizzato a livello mondiale. Così è inevitabile che le ricerche bioetiche si spostino (con i relativi considerevoli investimenti di capitali e potenzialità di sviluppo) laddove la legislazione è più permissiva. Si può legittimamente volere che sia così, ma bisogna essere consci delle conseguenze.

Dall'Irlanda, che proibisce l'aborto, si organizzano vere e proprie carovane verso la Gran Bretagna che invece lo consente. È sotto gli occhi di tutti come le leggi proibizioniste sulle droghe siano quanto di più semplice da aggirare. Con una battuta molto realistica si può ricordare che il divieto di fecondazione eterologa è superabile andando a letto con qualcun altro, il che non sembra precisamente rientrare nelle intenzioni dei proponenti. E non si arresterà certo l'immigrazione clandestina con norme palesemente inapplicabili come la necessità di avere già un contratto di lavoro prima di poter entrare in un paese, e chi più ne ha più ne metta.

Insomma, il legislatore, per quanto talvolta sia dato di dubitare delle sue abilità, non può essere tanto sprovveduto da pensare che provvedimenti proibizionisti possano davvero ottenere il loro scopo dichiarato. Tanto più che la scienza del diritto insegna che alla base delle scelte normative deve stare la razionalità, e una norma irrazionale non è una norma. Allora perché si approvano leggi di questo tipo?

Una prima riflessione di ordine generale è che sembra riaffermarsi la funzione repressiva del diritto, che, specie negli ultimi decenni, stava progressivamente retrocedendo a favore della sua funzione regolatrice. Per usare la fortunata espressione di Zagrebelsky, il diritto si sta avviando a divenire sempre più "mite", applicabile più in quanto persuasivo che in quanto punitivo. Difficile pensare che la società sia disposta ad arretrare sul piano della garanzia delle libertà, nonostante l'11 settembre abbia sicuramente cambiato qualcosa in tal senso. E tuttavia, come ricordano con grande pragmatismo i giudici inglesi, la libertà, una volta concessa, non può più essere tolta, perché è una strada a senso unico.

Il secondo aspetto su cui riflettere è il ruolo della politica come interprete della volontà della (maggioranza della) società. Anche ammesso (ma non concesso) che in taluni casi scelte repressive siano desiderate dalla parte prevalente della società, va ricordato che la volontà della maggioranza non può essere ritenuta un valore assoluto, perché esistono alcuni fondamenti dell'ordinamento costituzionale, come la libertà di autodeterminazione personale, i principi personalista, democratico, eccetera, che non permettono di comprimere oltre un limite ragionevole lo spazio dei diritti del singolo, nemmeno per motivi del tutto giustificabili. È la sfida dello Stato costituzionale di diritto, che obbliga a seguire percorsi complessi.

Inoltre, la forza trainante della società liberaldemocratica è proprio l'approccio pluralista, tollerante, libertario. In un mondo in cui cresce il numero di coloro che vogliono distruggere una chiesa perché contiene un dipinto raffigurante il Profeta all'inferno, di chi impone classificazioni, schedature di varia natura, impronte digitali, sistemi scolastici, scelte familiari, la risposta non può che essere di libertà. Il rischio altrimenti è che la politica si stacchi ancor più dalla società e soprattutto dai valori che devono costituzionalmente ispirarla: adottando scelte liberticide ed inefficaci e venendo meno ai propri doveri costituzionali.

Già Tocqueville ricordava come la rivoluzione francese avesse trasformato l'essenza dello Stato occidentale, abbandonando lo "spirito di religione" in favore dello "spirito di libertà", con una scelta storicamente irreversibile. Tornare indietro, dopo oltre due secoli, non è possibile senza snaturare del tutto la società e le sue scelte fondatrici, e trasformandola in qualcosa di profondamente diverso (e molto più debole) da ciò che è oggi.

Se invece si tratta di semplici colpi di coda di una politica che non si rassegna a perdere parte del suo potere, non accorgendosi che non c'è più spazio nel mondo per opzioni generaliste e generalizzanti, di controllo assoluto sulla società e sulle coscienze, il rischio è di minacciare i valori portanti della società per mera superficialità e presunzione di onnipotenza. Oggi i processi decisionali non sono più fatti di macroscelte, ma di una somma di opzioni settoriali, conseguenza della polverizzazione della sovranità e dell'emancipazione dell'individuo. Non si può più ragionevolmente pensare, almeno in occidente, ad una politica etica, a scelte repressive e collettiviste in nome di valori diversi dal pluralismo garantista.

La strada della libertà non è mai troppo lunga perché non valga la pena di percorrerla.
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