![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 GIUGNO 2002 |
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Un'introduzione storica dalla quale si evince l'irresistibile ascesa del materialismo
Di
cosa si occupa oggi la filosofia della mente? Se dobbiamo giudicare da questa bella e informata introduzione di
Sandro Nannini («L'anima e il corpo. Un'introduzione storica alla filosofia
della mente», Laterza, Roma-Bari, 2002, pagg. 236. euro 22), la prima risposta
sembrerebbe essere: «delle solite cose». O, se preferite un tono più ufficiale
e paludato: delle profonde questioni circa la natura dei rapporti tra anima e
corpo, che fin dall'antichità generano dubbi tra i massimi pensatori. Platone, Aristotele, Tommaso, Cartesio,
Locke, Hume, Kant, Hegel e così via possono essere inseriti in una narrazione
coerente che li vede protagonisti di un dialogo ininterrotto, un lungo discorso
con al centro l'anima, o la sua erede secolarizzata, la mente, e il suo
rapporto con la materia e il mondo naturale.
Se
però leggiamo tra le righe la ricca narrazione di Nannini, scopriamo che le
cose sono diverse da come appaiono.
Fino a tempi piuttosto recenti il vero problema per la filosofia della
mente sembrava essere quello di tracciare una strada che collegasse due regioni
ontologiche che stavano, più o meno, "sullo stesso piano". Da una parte, il mondo naturale, il regno
della fisica, del meccanismo, (fino a un certo punto) del determinismo;
dall'altra il mondo dello spirito (o anima), della libertà,, della
ragione. Molto diversi, è vero (e da
qui nasce appunto il problema), ma altrettanto "reali". Ovviamente, materialisti e spiritualisti
misuravano in un millenario scontro le proprie mire egemoniche, ma l'esito del
confronto rimaneva aperto. Ciò che ha
sparigliato il campo è stata una mossa audace e, ammettiamolo, tendenziosa,
partita dal campo materialista: l'appropriazione della nozione di mente e la
sua ricostruzione in termini rigorosi e scientificamente adeguati. Questa ricostruzione inizia nell'Ottocento e
culmina con i filosofi analitici della svolta linguistica e con i loro eredi
della svolta cognitiva; sia che essi operino direttamente sul piano
concettuale, sia che il loro contributo consista nella rilettura filosofica dei
risultati di neuroscienze e scienza cognitiva.
Ma,
se il confronto è tra anima e corpo, e il corpo si appropria della mente e
l'interpreta come una parte di sé (un insieme di comportamenti, funzioni,
sub-routines, processi neuronali), che cosa resta dell'anima? A cosa ci serve? Perché dovremmo trovarle
spazio nella più solida ed economica ontologia fisica, che tanta buona prova ha
dato nella spiegazione del mondo naturale?
Tanto più che, secondo il dilagante (ed efficace) darwinismo metafisico
contemporaneo, è inevitabile il passaggio dalla constatazione ormai
irrinunciabile che noi esseri umani siamo (un pezzo di) natura all'affermazione
secondo cui "non siamo altro" che (un pezzo di) natura.
Non
tutti ovviamente seguono questa strada, e il testo di Nannini, doverosamente,
ne dà conto con lucidità: molti filosofi contemporanei difendono tesi
antiriduzioniste. Ma per intuire
l'esito del confronto basta guardare dove si è spostato il campo di battaglia:
dall'intero mondo spirituale delle realizzazioni culturali umane (ormai terra
sgombra per le incursioni naturalistiche, dall'estremistica teoria dei memi di
Dawkins e Dennett, alla moderata antropologia cognitivista) ai qualia, le esperienze private,
soggettive, ineffabili, incomunicabili, prive di efficacia esplicativa.
Se
questa è la lettura che dobbiamo dare alla nostra storia (e molto in quanto
Nannini scrive ce la rende condivisibile), allora non è difficile condividere
anche la nitida chiusura del testo, secondo cui «l'ipotesi materialistica e
naturalistica ha guadagnato enormemente terreno negli ultimi due secoli: mai
come oggi nella storia dell'umanità è sembrato plausibile che, come si può,
dopo Darwin, fare a meno di Dio per spiegare la vita, così si può fare a meno
dell'anima per spiegare l'intelligenza».
Se le persone sono menti, e le menti sono "modi" del corpo, ogni tentativo di opporsi alla "ipotesi materialistica" appare una battaglia di retroguardia. Ma le persone sono menti? (invece, per esempio, che soggetti di esperienza, agenti razionali, portatori di un punto di vista irriducibile e intrattabile in termini naturalisti?). E le menti sono "modi" del corpo? piuttosto "mente" è un espressione così ambigua che la sua rilettura unilaterale ci lascia orfani di alcuni degli attributi dell'anima?). Nannini, nella sua obiettiva trattazione, caratterizzata da un raro spirito didattico, non ha bisogno di rispondere affermativamente a queste domande. Lascia che sia la storia a parlare. O meglio quella lettura della storia che la sua filosofia gli suggerisce. Ad altre filosofie resta ora l'onere di altre letture. Per ora salutiamo con soddisfazione in "questa" storia uno strumento prezioso di conoscenza e orientamento.