![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 GIUGNO 2002 |
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L'eterno
ritorno di uno degli autori più commentati e discussi del Novecento
Una
biografia di Massimo Fini e le nuove traduzioni di «Gaia scienza » e
«Zarathustra» e la riproposta di un c o saggio di Gilles Deleuze
La
volontà di potenza dovrebbe benedire anche i virus
E'
un peccato che l'edizione in due volumi di Nietzsche proposta dalla Utet,
nella scorrevole traduzione di Sossio Giametta, non comprenda l'autobiografia
nietzschiana, Ecce homo, mentre
abbiamo pochi rimpianti per l'esclusione dei Ditirambi di Dioniso. L'argomento
addotto da Giametta nell'introduzione pare - almeno a me - non del tutto
convincente si tratterebbe di «opere autobiografiche, in cui l'autore si è
ormai staccato dai problemi filosofici».
In realtà, se volessi consigliare qualcuno che vuol leggere Nietzsche,
direi di incominciare proprio dall'autobiografia. Meglio ancora, in una lettura retrograda, gli suggerirei di
partire dai biglietti della follia, le ultime cose scritte da Torino, tra la
fine del 1888 e i primi giorni del 1889, e indirizzate a vecchi colleghi, ad
amici, a sconosciuti, tornando indietro sino alla Nascita della tragedia. Un
uomo che ha sbagliato tutto nella vita, e che - con una formidabile rimozione -
ha rivelato una straordinaria inconsapevolezza circa le determinazioni
storiche, sociali, familiari e personali che stanno alla base delle sue
affermazioni, decide di cambiare il mondo e di insegnare agli altri come
comportarsi, si fa psicologo, moralista e persino cosmologo.
La
cosa di per sé non ha niente di sorprendente, se non fosse che - diversamente
da tanti altri - a Nietzsche è riuscito di farsi ascoltare, con la forza di uno
stile sproporzionato e shakespeariano che ripete, a cent'anni di distanza, il
miracolo delle Confessioni di
Rousseau. Anche in quel libro troviamo
un misantropo paranoico che, con l'eloquenza di uno stile idiosincratico, si
presenta come il maggiore amico dell'umanità, e pretende di essere il solo ad
avere dipinto un uomo per come è veramente, di là da tutte le maschere con cui
il resto del genere umano si allevia l'esistenza. Troviamo il fiele gettato sull'umanità da parte di colui che si
definisce, senza sospettare la minima contraddizione, come «il più socievole
degli uomini»; il cieco bisogno d'amore che spinge a sostenere che l'affetto
della madre è insostituibile proprio chi, senza apparenti conflitti di
coscienza, mandò tutti i figli al brefotrofio; l'ecumenica dichiarazione di
filantropia di un maniaco di persecuzione.
La
mastodontica sproporzione tra il dire e il fare offre il lato bello, poetico e
commovente, di Nietzsche e di Rousseau, e lo si può constatare ancora una volta
leggendo la biografia nietzschiana scritta da Massimo Fini. L'impresa di Fini è
difficile perché di biografie
nietzschiane ne uscivano e ne escono a getto continuo (l'anno scorso è
apparsa la traduzione italiana di quella, pure recente, di Safranski, «Nietzsche. Biografia di un
pensiero», traduzione italiana di Stefano Franchini, Milano, Longanesi 2001,
pagg. 416, euro 19,63), e il suo merito sta nel non cedere alla tentazione,
lunga cent'anni - e sostanzialmente condivisa da Safranski -, di incantarsi a
sua volta di fronte al mito. Fini,
semmai, indulge un po' troppo all'esibizione di un Nietzsche in mutande, di cui
sottolinea il disagio esistenziale, la solitudine, le vicissitudini
sentimentali. Nel far questo, tuttavia,
Fini dà voce e pezze d'appoggio a impressioni che credo ogni lettore di
Nietzsche abbia tratto prima o poi: tra l'uomo privato e la sua trasfigurazione
letteraria intercorre con esattezza il rapporto che passa tra Clark Kent e
Superman.
Anche
l'alchimia nietzschiana, come tale, è banale come un fumetto di Marvel, una
volta che si sia lasciato da parte lo stile.
Per capirne le motivazioni filosofiche, ci aiuta il libro di Deleuze
(Gilles Deleuze, «Nietzsche e la filosofia», traduzione di Fabio Polidori,
Torino, Einaudi 2002, pagg. 320, euro 17,50), uscito quarant'anni fa, che si
presenta come un corpo a corpo guidato da una ispirazione esistenzialista, da
una idea di fondo vitalista. La
ricetta-Nietzsche in breve è la seguente.
La via più ovvia, quando ci succedono delle disgrazie, è pensare che il
male può costruire, più avanti, un bene; ed è questo che, un po'
semplicisticamente ma in fondo non a torto, Deleuze considera il nocciolo della
dialettica. Nietzsche, pensatore antidialettico per eccellenza, avrebbe seguito
una via inversa: bisogna amare il proprio destino, perché è fondato su una base
biologica molto più forte di quanto non lo siano i nostri ideali e i nostri
autoinganni, e questa è la volontà di potenza; conviene anzi rincarare la dose,
e desiderare che tutto, compresa una brutta notte di insonnia e mal di denti,
si ripeta eternamente: e questo è l'eterno ritorno. La felicità di Nietzsche, ciò che lui chiama «trasvalutazione di
tutti i valori» o amorfati, sarebbe
la stessa di cui parla Kafka nella Colonia
penale: è l'estasi che invade il condannato quando, dopo qualche ora di supplizio, decifra la
condanna che lo strumento di tortura gli sta incidendo sulla schiena.
Nietzsche,
però, non racconta una favola teologica, bensì un mito che peraltro si vuole
scientifico. Nell'ipotesi ciclica,
l'idea di fondo è che non dovremmo dispiacerci della scomparsa di qualcuno,
tanto tornerà, né della decisione sbagliata (non potevamo che prendere quella),
né esaltarci per il fatto memorabile, che in realtà è come un film destinato a
molte repliche. Chiaramente, si tratta
di un argomento che non tiene. Infatti,
i dislivello categoriale tra la realtà di cui pretende parlare Nietzsche e la
realtà da cui trae le sue prove si constata a occhio nudo. Di fronte alla prospettiva della morte
nostra o di altri, pensare che i nostri atomi potranno ritornare in una pera o
in una mela non ci consola granché, e meno che mai ci conforta pensare che,
aspettando un tempo ancora più lungo, torneremo a vivere tali e quali siamo
adesso. La volontà di potenza ripropone
salti di questo genere passando dal piano fisico-cosmologico a quello
biologico: le componenti elementari del cosmo, così come i microrganismi, vanno
concepite come monadi, come nuclei di forza che si vogliono affermare non in
vista di un qualche fine, bensì solo sotto la spinta della loro natura. Noi e i nostri dolori non siamo che
apparenze, proprio come tavoli e sedie non sarebbero che aggregati di atomi
poco più densi dell'aria circostante.
Questo, essenzialmente, è l'errore filosofico di Nietzsche, che peraltro condivide con tanto naturalismo, vecchio e nuovo: un equivoco tra piani e livelli di realtà, che tuttavia non è troppo sottile, e che dunque si manifesta da sé, per esempio quando inciampiamo nella sedia e non nell'aria. Poniamo poi che il "superuomo" prenda l'influenza. Dovrebbe benedirla, appunto perché lì si manifesta la volontà di potenza dei virus. Poniamo che si ammali anche più gravemente, per esempio che abbia un tumore; anche in quel caso, dovrebbe benedire la vita, perché nella neoplasia si manifesta la volontà di potenza delle cellule, che si sviluppano disordinatamente, mosse dal solo istinto di affermarsi e di superare le altre. Fin qui, tutto a posto, è la legge del superuomo. Ma se oltre al virus e al cancro prevale anche il gregge, la massa dei pecoroni detestati dal superuomo, come la mettiamo? Se fosse coerente, il superuomo dovrebbe glorificare pure loro, in perfetta antitesi con tutto ciò che sente e che pensa. Per rimediare alla contraddizione, Deleuze sostiene che l'eterno ritorno è selettivo, che torna solo ciò che ha la forza di tornare, e che c'è una buona volontà di potenza "affermativa", diversa dal risentimento e dall'istinto del gregge, ma confesso che più passano gli anni più mi sembrano frasi a effetto, più o meno come «vivi la tua estate da protagonista».