RASSEGNA STAMPA

22 GIUGNO 2002
PIETRO BIANUCCI
L'universo fatto a misura d'uomo? E' una scommessa probabile

TRADOTTO «il PRINCIPIO ANTROPICO» Di BARROW E TIPLER,

UN EVENTO CULTURALE: UN'ANALISI SCIENTIFICA SULLE ORIGINI

DELLA VITA E LE SUE CONSEGUENZE FILOSOFICHE E RELIGIOSE

Perché l'universo sia come quello che osserviamo - con stelle, pianeti, la Terra abitata da milioni di specie viventi, una delle quali si ritiene intelligente - è necessario che le costanti fisiche fondamentali (la velocità della luce, la forza di gravità, la carica dell'elettrone e così via) siano perfettamente "sintonizzate" tra di loro.  Se una di esse avesse un valore diverso anche soltanto dell'uno per cento, l'esistenza dell'universo diventerebbe impossibile, o comunque non si verificherebbero le più condizioni ambientali che hanno portato la vita a sbocciare sulla Terra, con tutta l'evoluzione che ne è seguita fino alla comparsa dell'Homo sapiens.  Per dirne una, variando di poco la costante di gravità e la carica elettrica del protone, non si formerebbero stelle, e quindi non avremmo né energia né gli elementi chimici che le stelle sintetizzano, a cominciare dal carbonio, base di ogni creatura vivente.

Un fisico teorico ha calcolato la probabilità che le 19 costanti siano così ben sintonizzate da produrre «questo» universo, è una su 10 alla 229.  Cioè una su un numero incredibilmente grande: basti ricordare che tutte le particelle nucleari dell'universo sono soltanto 10 alla 82.  In confronto, la probabilità di vincere al Superenalotto, che è 1 su 600 milioni, diventa una certezza assoluta.  Si direbbe quindi che l'universo sia «antropico», cioè fatto a misura d'uomo.  E in un certo senso si profila un ritorno a quell'antropocentrismo che caratterizzò la cosmologia ingenua degli antichi, in particolare il sistema tolemaico, che poneva la Terra immobile al centro di tutto.

A coniare l'espressione "principio antropico" fu, nel 1974, il cosmologo Brandon Carter, a pagina 291 di Confrontation of cosmological theories with observation ma l'idea era vecchia: si ritrova in molte filosofie e in tutte le religioni.  Molti scienziati, quindi, liquidarono con un'alzata di spalle quel «principio» che andava contro il processo di marginalizzazione dell'uomo rispetto all'immensità dell'universo avviato da Copernico e Keplero.  Tuttavia il seme era gettato, e ben presto si sarebbe rivelato invasivo.

Ad ogni progresso compiuto in astrofisica negli ultimi cinquant'anni, la ricetta per fabbricare un universo come quello che osserviamo, cioè capace, a un certo punto della sua evoluzione, di generare creature intelligenti, è apparsa sempre più improbabile. Così, dopo la provocazione lanciata da Carter, il tema è stato approfondito da innumerevoli studiosi, e principalmente da John D. Barrow, astrofisico all'Università di Cambridge e Frank Tipler, fisico matematico alla Tulane University di New Orleans (Usa).  Il loro testo fondamentale, (Il principio antropico, trad. di Francesco Nicodemi, Adelphi, pp. 770, € 55, 00) pubblicato in Inghilterra nel 1986, arriva finalmente anche da noi, nell'accurata traduzione di Francesco Nicodemi per Adelphi.  Senza dubbio un evento culturale.  Si distingue tra un principio antropico forte e un principio antropico debole.  La formulazione debole dice che «i valori osservati di tutte le quantità fisiche e cosmologiche non sono ugualmente probabili ma assumono valori ristretti dal requisito che esistano luoghi ove si possa evolvere vita basata sul carbonio e dal requisito che l'universo sia abbastanza vecchio per averlo già fatto».  La formulazione forte afferma invece che «L'universo DEVE avere quelle proprietà che permettono alla vita di svilupparsi in qualche stadio della sua storia».  Barrow e Tipler aggiungono il Principio Antropico Ultimo, secondo il quale «nell'universo deve necessariamente svilupparsi elaborazione intelligente dell'informazione, e una volta apparsa non si estinguerà mai», il che comporta che l'uomo, direttamente o indirettamente (attraverso robot in grado di autoriprodursi) colonizzerà il cosmo intero.

E' difficile dare uno statuto epistemologico a questi «principi».  Non sono assiomi e non sono teoremi. Ma non sono neanche pure tautologie, come qualche volta si è detto.  Essi mettono in evidenza la scoperta, indubbiamente carica di suggestioni, che l'universo è critico rispetto alla biologia ma, almeno per adesso, non autorizzano - come alcuni vorrebbero - la conclusione secondo cui l'universo è com'è al fine di permettere la vita, e in particolare la vita intelligente quale noi la conosciamo.  Si potrebbe infatti obiettare che l'evento "vita umana" ci appare molto improbabile solo perché noi guardiamo le cose dal punto di vista dell'evento compiuto, ma non sarebbe così se potessimo metterci da altri punti di vista.  Per fare una analogia, le probabilità che alla roulette esca per 4 volte di seguito il numero 13 sono appena 5 su 10 milioni, e quindi l'evento, se si verificherà, ci sembrerà quasi miracoloso; tuttavia lo stesso vale, a posteriori, per qualsiasi sequenza di quattro numeri: l'uscita di una sequenza 3, 1 1, 7, 26 è altrettanto improbabile, ma non attira altrettanto la nostra attenzione.

In ogni modo al "principio antropico" va riconosciuto il merito di aver introdotto il fattore biologico come un fattore in più di cui ogni cosmologo deve tener conto e questo libro è senza dubbio la più completa analisi di un problema scientifico dalle vertiginose sfaccettature filosofiche e religiose. «Il Principio Antropico Ultimo - scrivono Barrow e Tipler - è un'affermazione sul mondo fisico e per ciò stesso non ha contenuto etico o morale.  Tuttavia è strettamente collegato al valori morali, poiché la sua validità costituisce la precondizione perché tali valori possano sorgere e permanere nell'universo (... ). Inoltre sembra implicare un cosmo miglioristico».  Insomma, teleologia, finalismo e scale di valori escono a sorpresa proprio dal cappello dei fisici duri e puri.  Un libro sul quale dovrebbero meditare soprattutto gli umanisti.
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