RASSEGNA STAMPA

11 GIUGNO 2002
MISTURA STEFANO
Indagine sulla melanconia

Una collettanea di saggi editi da Franco Angeli con il titolo "La ferita dello sguardo"

Chi è abituato a leggere le opere di Freud è colpito dal suo singolare metodo di indagine: partendo dallo studio delle reazioni psichiche normali, arriva alla formulazione dei processi patologici; oppure procede in maniera inversa: dallo studio dei fenomeni patologici giunge a esplicitare le leggi di funzionamento generale dell'apparato psichico. A volte si può scoprire lo sviluppo dei concetti scientifici di Freud, seguendo ancora un altro cammino: dall'esame del caso individuale (compreso quello di Freud stesso attraverso l'autoanalisi) fino alla comprensione di fenomeni universali (il lato di ricapitolazione e mitologico della teoria psicoanalitica). E' così che siamo indotti a pensare per il lavoro onirico, così per la sessualità infantile e anche per il conflitto edipico. Per quanto concerne il saggio metapsicologico titolato Lutto e Malinconia (1915-1917), è così per la nozione di ambivalenza e per quella di colpa. Spesso Freud utilizza anche, per comprendere fatti individuali, molti dati derivati dalla storia, dalla religione, dalla etno-antropologia, evidenziando così un metodo di lavoro che la dice lunga sulla sincerità e sul rigore della sua indagine: sincerità che arriva a porre in gioco la persona stessa del ricercatore; rigore che non permette facili meccanicismi, ma che scruta tutte le possibili relazioni e mediazioni. Non è frequente imbattersi nella pubblicistica italiana in un cimento serrato con gli studi metapsicologici elaborati da Freud: una tra le eccezioni piacevolmente sorprendenti è rappresentata dal libro La ferita dello sguardo curato da Patrizia Capelloni, che si è incaricata di raccogliere otto contributi di autori diversi - Leonardo Albrigo, Maria Luisa Algini, Luciano Bernini, Paolo Cruciali, Pia De Silvestris, Manuela Fraire, Alberto Luchetti, Anna Rocchi, Lucio Russo - tutti volti a studiare la malinconia attraverso gli assunti metapsicologici sui quali, appunto, poggia il sistema della teoria psicoanalitica.

La ferita dello sguardo non è un trattatello per affrontare i problemi delle persone depresse, non indulge a semplificazioni e porta aiuto a coloro che non sono già stanchi di porsi domande sul significato esistenziale della malinconia e sul processo psichico che la sostiene e la rende possibile, attraverso una rilettura dei testi freudiani seriamente perseguita. Tutti i saggi, essendo preceduti da un lavoro seminariale, hanno un certo numero di autori di riferimento in comune: accanto a Freud, quella che potremmo chiamare la "costellazione materna" degli psicoanalisti: Winnicott, Bowlby, Bion. Inoltre, sono molto ben rappresentati gli epigoni più intelligenti del "ritorno a Freud" di stampo francese (Lacan): Laplanche, Green, Pontalis, Lambotte.

Il filo che tiene insieme le tematiche affrontate lo si può rappresentare con le parole che Kierkegaard pone all'inizio della Malattia mortale, là dove scrive che l'uomo cristianizzato ha acquistato un coraggio che l'uomo naturale non conosce (così come non lo conosce il bambino). Quando si teme infinitamente un pericolo è come se gli altri non esistessero affatto. E la cosa spaventosa, che il cristiano ha imparato a conoscere, è la "malattia mortale". Non è troppo ardito avvicinare l'"uomo cristianizzato" del filosofo danese all'"uomo civilizzato" di Freud; anzi, il "malato mortale" è un parente assai prossimo del "malinconico" sul quale, nel 1917, l'inventore della psicoanalisi così si esprime: "Sembra che il malinconico sia capace di cogliere il vero con maggiore acutezza. Quando, al culmine della sua autocritica, egli si definisce un meschino, un egoista, uno sleale e un succube, la cui unica aspirazione è stata sempre quella di occultare le debolezze della propria natura, per quanto ne sappiamo può darsi che egli si sia avvicinato considerevolmente alla conoscenza di sé medesimo; e ci domandiamo solo perché gli uomini debbano ammalarsi prima di poter accedere a verità di questo genere".

Questo è il problema cruciale cui Freud ha tentato di rispondere con la sua "strega": la metapsicologia. Fin dal 1895, con il Manoscritto G inviato al suo amico e confidente scientifico Wilhelm Fliess e poi con il Progetto per una psicologia scientifica, Freud avanza per la malinconia l'ipotesi di una prossimità con il fenomeno del lutto, del rimpianto per qualcosa di perduto: ma questo lutto acquista subito i contorni di una perdita sui generis, precisamente di una perdita nella vita pulsionale, fino alla affermazione dell'idea che la malinconia consiste nel lutto per la perdita della libido. Nello stesso Progetto Freud introduce la figura di un "essere-prossimo", che ha il compito di rispondere all'invocazione di aiuto da parte del bambino che nasce inerme, privo di risorse, destinato a morte certa, in assenza di altri che si prendano cura di lui. Proprio questa fragilità originaria, insieme al terrore per la separazione da chi rappresenta letteralmente una fonte di vita, costituirà il modello per ogni futura esperienza malinconica. Nello schema di Freud, infatti, la posizione del soggetto è secondaria rispetto all'oggetto di investimento: quando l'oggetto è assente, l'impossibilità d'investimento determina una mancanza d'essere nel soggetto che si esprime in una aspirazione senza fondo, come per il tentativo di inspirazione nel vuoto atmosferico.

Dopo il 1895, la malinconia, in quanto organizzazione psichica specifica e oggetto metapsicologico privilegiato, percorre sotterraneamente - al modo dei fiumi carsici - i testi di Freud, per emergere nuovamente nel 1910 (Contributi ad una discussione sul suicidio ) e poi manifestarsi pienamente nel 1915, dopo vent'anni di lavoro, in rapida successione con la rivoluzione del narcisismo. E' infatti nella sua Introduzione al narcisismo che Freud per la prima volta parla di "Ideale dell'Io" e di un'istanza che appare come "giudizio critico" o "coscienza morale"; inoltre, è sempre qui che vengono chiarite le nozioni di "oggetto" e di "scelta oggettuale". Quindi non è un caso se poi Freud distinguerà le nevrosi di traslazione, nelle quali il conflitto si stabilisce tra Io e Es, dalle psicosi in cui il conflitto è invece tra Io e mondo esterno; riservando infine alla malinconia un posto, al limite tra nevrosi e psicosi, tra le nevrosi che denominerà narcisistiche, il cui nucleo conflittuale si incunea tra Io e Super-Io.

Anche i contributi di La ferita dello sguardo ruotano attorno alla questione freudiana della incompiutezza quale caratteristica della malinconia, che oscilla così tra anelito verso l'oggetto e impossibilità di trovarlo, offrendo in tal modo continuità a quell'argomento di Freud per il quale il "prototipo del trauma" va ricercato nella precoce esperienza dell'incomprensibile (per il bambino piccolo) pericolo della separazione-perdita. Il "discorso malinconico" si intreccia con l'ultima teoria dell'angoscia che Freud elabora nel 1926, dove si evidenzia lo stretto legame tra costruzione di un "apparato psichico" e denuncia definitiva dell'illusorietà di tale costruzione da parte della persona malinconica.

La metapsicologia della malinconia rivela ciò che significa l'espressione "spirito incarnato": perché in nessun altro tipo psicopatologico è altrettanto evidente l'insulto che la malattia dello spirito riesce a portare nelle più riposte fibre della carne. In consonanza con il principale esito della filosofia di Emmanuel Lévinas, per la quale la deviazione dalla morte può darsi solo nel soccorso da parte di Altri e nell'essere soccorrevoli per Altri, Patrizia Cupelloni, curatrice del volume, imprime la cifra che distingue l'insieme del lavoro: "Nella tessitura dell'esperienza passiamo attraverso progressive e differenti esperienze di lutto con possibili relative elaborazioni. Questo elemento, fondante l'esperienza, è altrettanto costitutivo della psicoanalisi. C' è un qualcosa di già giocato, di perso, uno sguardo ferito. Portiamo dentro una mancanza originaria di rispecchiamento e abbiamo bisogno di condividerla, di avere qualcuno che stia con noi per tollerarla e colmarla. Questo è il senso del legame affettivo e questo il senso dell' analisi."
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