![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 GIUGNO 2002 |
|
Tutto nasce e finisce pensando a questo numero
Esce un libro che indaga una delle cifre più signíficative che ha
affascinato il mondo della scienza, ma anche quello della speculazione
filosofica
Ci sono molti modi per avvicinarsi al concetto. Dal non essere metafisico al silenzio
religioso, dal buco dell'universo al vuoto esistenziale
"C'è il
nulla da cui si fugge, e c'è il nulla verso cui ci si dirige", diceva
Simone Weil, sottointendendo che dal nulla si fugge con il principio, la
nascita, l'arrivo, la presenza, l'impegno, l'azione, la creazione, e verso il
nulla ci si dirige con la distruzione, l'inerzia, la rinuncia, l'assenza, la
partenza, la morte, la fine.
La sua prima
apparizione letteraria il nulla l'ha fatta nel libro IX dell'Odissea quando
Ulisse dichiarò a Polifemo di chiamarsi Nessuno. Da allora è diventato una costante di riferimento della
letteratura: dai versi di Leopardi ("a noi presso la culla, immoto siede,
e su la tomba, il nulla") agli aforismi di Lewis Carroll ("per vedere
nulla ci vuole una vista ottima").
Le metafore del nulla, poi, sono pervasive: l'assenza in Aspettando
Godot, l'ombra in Peter Pan, il buco in Tanto rumore per nulla (di cui oggi
sfugge il greve doppio senso elisabettiano),
Se assenze,
ombre e buchi alludono più o meno indirettamente al nulla, la sua realizzazione
letterale è il silenzio, a cui hanno incitato, parlando, i mistici di ogni
tempo, da Lao Tze ("chi sa non parla, chi parla non sa") a
Wittgenstein ("su ciò di cui non si può parlare, bisogna
tacere"). Prima di spirare nel
silenzio assoluto, l'arte spesso agonizza in quello relativo dell'opera
inedita, incompiuta o non scritta: Borges e Lem hanno recensito opere
inesistenti; Marcel Bénabou ha scritto Perché non ho mai scritto nessuno dei
miei libri, Paul Fournel ha prodotto Suburbia, un'opera completa di prefazione,
introduzione, note, postazione e indice, ma senza testo; Tristram Shandy di
Laurence Sterne contiene fogli bianchi e capitoli mancanti....
In musica il
silenzio è fondamentale: ogni spartito contiene delle pause, di cui ci sono
otto tipi diversi, e il famoso bussare del destino della Quinta sinfonia di
Beethoven incomincia appunto con una accentata, come ogni nota agli inizi di
una battuta! A volte non c'è altro,
come nella "composizione "4'33" di John Cage: 273 secondi di
silenzio, che richiamano esplicitamente la temperatura dello zero
assoluto. Altre volte c'è poco di più,
come nella Sinfonia monotona di Yves Klein, che consiste di un unico lungo
suono continuo seguito da un lungo silenzio.
Il ruolo
della pausa musicale è preso nella pittura dalle porzioni del colore di fondo
del foglio o della tela su cui si dipinge, e analoghi al silenzio sono i quadri
non dipinti di Lucio Fontana, che alla mancanza di pittura uniscono anche buchi
e tagli che rappresentano il vuoto.
Alle composizione monotone corrispondono invece le tele monocrome dì
"artisti" quali Rauschenberg, Reinhardt o il solito Klein. Naturalmente, qualunque raffigurazione
pittorica è un simulacro del nulla: anche se le immagini sulla tela pretendono
infatti di rappresentare qualcosa non per questo cessano di essere segni. Il
concetto è stato memorabilmente espresso da Magritte in Il tradimento delle
immagini, che rappresenta una pipa, con la scritta "questa non è una
pipa".
Visto che
stiamo diventando filosofici, tanto vale notare che anche la filosofia ha la
sua versione del nulla nel "non essere", che generò con Parmenide uno
dei primi paradossi della storia: per la sua natura, infatti, il "non
essere" non può esse re niente, ma allo stesso tempo è qualcosa (appunto il
"non essere"). Per la cronaca, il paradosso fu risolto da Platone nel
Sofista, anche se molti filosofi mostrano di non essersene accorti: la
soluzione è che non ha senso parlare di "essere" o "non
essere" assoluti, e lo si può fare soltanto in maniera relativa. In particolare, non hanno senso le amenità
che pur abbondano imperterrite in testi che vanno da L'essere e il tempo di
Heidegger a L'essere e il nulla di Sartre.
Naturalmente,
quando sì tratta di amenità anche la teologia non scherza: basta ricordare le
pensate sul nulla dello gnostico Basilide "il nulla-Dio creò dal nulla il
nulla-Mondo"), di Scoto Eriugena ("il nulla da cui Dio crea tutte le
cose è Dio stesso") e di Maestro Eckhart ("Dio è nulla di
nulla"). Oggi, ormai tramontati
questi equilibrismi squilibrati, l'espressione più pregnante della concezione
nichilista della divinità si trova forse nella parodia del Padre Nostro di
Hemingway: "Nulla nostro, che sei nel nulla, sia santificato il tuo nulla,
venga il tuo nulla, sia fatto il tuo nulla, ovunque nel nulla. Dacci oggi il nostro nulla quotidiano e
rimetti a noi i nostri nulla, come noi li rimettiamo agli altri nulla. E non ci
indurre nel nulla, ma liberaci dal nulla.
Amen".
A questo
punto, può anche sorgere un dubbio: se mai del nulla si possa parlare in maniera
sensata. Il dubbio è dissipato dalla
lettura dell'interessante Zero di Charles Seite (Bollati Boringhieri), che
indica dove si debbano cercare i discorsi sensati sull'argomento: precisamente,
nella scienza e nella matematica, dove la presenza del nulla si è fatta
problematica e inquietante, ed esso ha ormai assunto un ruolo altrettanto
fondamentale, se non addirittura maggiore, della stessa realtà apparente.
Naturalmente,
il nulla fa la sua apparizione più scontata in fisica nel vuoto, introdotto in
Oriente dal taoismo, ma a lungo rimosso in Occidente. La teoria prevalente nell'antichità era infatti quella di Platone
e Aristotele, che definivano la posizione di un corpo attraverso le sue
relazioni con gli altri corpi. Fu
Newton a rendere popolare l'idea, già anticipata dagli atomisti, di uno spazio
vuoto come contenitore degli oggetti.
La relatività generale di Einstein reintrodusse invece la concezione
relazionale dello spazio-tempo, la cui struttura è determinata dalla
materia. A sua volta, e paradossalmente,
la materia corrisponde ai "buchi" dello spazio-tempo. Non è dunque
chiaro quale sia il nulla e quale l'essere, nella teoria della relatività.
La cosa
diventa ancora più problematica nella meccanica quantistica, il cui vuoto è in
realtà un pieno in cui succede di tutto: continuamente, infatti. vi si formano
coppie di particelle e antipartcelle, e anche di "corpi " e
"anticorpi", di durata inversamente proporzionale alla loro
massa. A permettere che dal nulla
eterno si crei la materia è il famoso principio di indeterminazione di
Heisenberg, che permette alla natura di prendere temporaneamente a prestito
energia, per periodi tanto più brevi quanto maggiore é il "capitale"
prestato. Lungi dall'essere qualcosa
che la natura aborrisce, sembra dunque che per la fisica moderna il vuoto sia
divenuto la naturale culla dell'esistenza.
E lo stesso
succede per la matematica moderna, che ha anch'essa due versioni del
nulla. La prima, e più ovvia, è lo zero
che dà il titolo al libro di Seife: tanto ovvia, che può sorprendere che esso
sia stato inventato o scoperto solo abbastanza recentemente, e non in
Occidente. Non l'avevano infatti né i
greci né i romani, e lo trovarono gli indiani verso il 500 d.C. e i maya nella
seconda metà del primo millennio. Gli
indiani lo indicavano con un puntino chiamato sunya, che significa
"vuoto": dalla sua traduzione araba sifr deriva la parola
"cifra", e dalla successiva traduzione latina cephirum deriva
l'italiano "zevero" (zefiro), che poi divenne "zero". Il simbolo O ci arriva invece dagli arabi,
ed è la stilizzazione di un buco: ancora una volta, tanto rumore per nulla.
L'altra
versione matematica del nulla è l'insieme vuoto, che non contiene nessun
elemento. E come l'aritmetica è
costruita a partire dallo zero, cosí la teoria degli insiemi, e dunque l'intera
matematica moderna che su di essa si basa, è costruita a partire dall'insieme
vuoto. Essa si riduce così a un
edificio di pure forme, che si dissolve in ultima analisi nel nulla.
Allo stesso modo, si rimane con niente in mano se si cerca l'essenza di una cipolla pelandola o del carciofo sfogliandolo, come notarono Pirandello in Vestire gli ignudi, Ibsen nel Peer Gynt e Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. Con una differenza: che mentre le cipolle della letteratura e i carciofi della filosofia stuzzicano l'appetito, ma non tolgono la fame, sui numeri e sugli insiemi si basano la scienza e la tecnologia, che danno da mangiare agli affamati e da bere agli assetati. Chi ha orecchie per intendere, intenda. E chi non ce l'ha, che pianga se stesso.